Il
confronto con Antonio Scurati – i suoi libri e saggi, i suoi
interventi in Tv e sui giornali, le iniziative che organizza – si
rivela sempre stimolante, per la semplice ragione che ci troviamo di
fronte a uno scrittore, peraltro giovane, capace di pensare e di far
pensare. Opinione del tutto corroborata dalla lettura del suo ultimo
romanzo, Il bambino che sognava la fine del mondo.
In una sorta di autofiction, l’autore è
anche protagonista della storia che racconta. Professore all’Università
di Bergamo, dapprima assiste e poi viene coinvolto in prima persona in
un episodio di pedofilia che investe una scuola cittadina.
Le
accuse cadono su un sacerdote molto in vista, per poi allargarsi ad
alcune maestre e, infine, agli immigrati. A questa vicenda pubblica si
intreccia quella privata e personale dello scrittore-protagonista, il
cui smarrimento esistenziale (la crisi nel rapporto con la fidanzata, la
mancanza di una progettualità simboleggiata dalla "certezza"
che non avrebbe avuto figli, i dubbi sul senso dell’insegnamento) lo
rende vulnerabile a ciò che sta accadendo attorno a lui. In realtà, a
essere vulnerabile è l’intera città, e a seguire l’intero Paese,
che cade preda di un vero e proprio caso di psicosi collettiva. La
copertura morbosa e gridata dei media amplifica una paura sempre
più contagiosa, che si salda via via con altre paure (dalla pedofilia
agli immigrati), fino a far precipitare l’intera comunità al cospetto
del Male stesso.
L’autore restituisce con notevole efficacia il senso
di sgomento che si propaga per la città e riesce a descrivere una
regressione individuale e collettiva a uno stato infantile, nel quale
diventa impossibile discernere il reale dall’immaginario. L’intreccio
fra esperienza personale e pubblica non solo non risulta innaturale, ma
al contrario rafforza il senso di disorientamento generale e inquadra la
storia in un più generale contesto di assenza di moralità e crollo dei
valori.
Paolo Perazzolo