«Uno
sfrenato arrivista, una smisurata vanità e uno snobismo camaleontico,
capace di ogni scellerataggine» sulla via del successo. Non fu tenero
Antonio Gramsci (la citazione è tratta dal volume Letteratura e vita
nazionale dei Quaderni del carcere) con Curzio Malaparte.
Pseudonimo di Curzio Suckert (Prato 1898 - Roma 1957), Malaparte è senz’altro
uno degli autori più controversi del canone letterario del Novecento
italiano. Giornalista (diresse La Stampa e collaborò al Corriere
della Sera), oltre che narratore, aderì al fascismo, simpatizzando
prima per il movimento di Strapaese (sul Selvaggio di Mino
Maccari pubblica le ballate dell’Arcitaliano, poi uscite in
volume nel ’28) e poi per quello di Stracittà (scriverà su 900 di
Massimo Bontempelli). Viziato da un certo dannunzianesimo – che si
esprimeva, oltre che in alcuni vezzi stilistici "alla maniera
di", nel gusto per la posa ardita e per il gesto eclatante –,
Malaparte ha attraversato esperienze culturali decisamente eterogenee.
Ha scritto pamphlet politico-sociali (La rivolta dei santi
maledetti, 1921; Tecnica del colpo di Stato, 1931) e opere
narrative (Kaputt, 1944; La pelle, 1949; Maledetti
toscani, 1956).
Ci occupiamo qui di Malaparte perché la casa editrice
Adelphi, sottraendo l’iniziativa a Mondadori che finora ne deteneva i
diritti (e che ha avuto in catalogo, negli "Oscar", una buona
parte delle sue opere), ha deciso di puntare a un rilancio di questo
scrittore.
Pubblicando, per cominciare, il romanzo Kaputt (in libreria dal 6
maggio), a cui seguiranno La pelle e, molto probabilmente, altri
titoli ancora. Come mai questa decisione di ripubblicare Malaparte?
Giorgio Pinotti, editor di Adelphi e autore dell’accurata nota
al testo a questa nuova edizione di Kaputt, la spiega come una
normale dinamica editoriale: «In editoria capitano delle congiunture,
si creano particolari situazioni, per cui in un determinato momento si
rendono disponibili i diritti di certi libri e di certi autori. Anche in
passato è successo che Adelphi acquisisse titoli di scrittori che
avevano pubblicato tradizionalmente con altre case editrici. Penso al
caso di Giorgio Manganelli, che oggi è considerato a tutti gli effetti
un autore del nostro catalogo». Ma nel caso specifico, come si è
giunti a scegliere Malaparte? «Siamo partiti dalla lettura (o dalla
rilettura) di Kaputt e l’abbiamo trovato un romanzo
straordinario. Il libro esce per la prima volta fortunosamente a Napoli
da Casella nel 1944, ma in un’edizione piuttosto scorretta, e, rivisto
e risistemato, nel 1948. Già in quell’anno troviamo che Kaputt è
tradotto in dodici lingue: dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Svezia
alla Danimarca. Questo non stupisce, perché, come dicevo, è davvero un
libro formidabile. Ancora negli anni Cinquanta Malaparte era un autore
molto popolare in tutto il mondo. Poi, dopo la morte, la sua fama si è
rapidamente oscurata. Ebbene, oggi è forse proprio il momento per
riscoprirlo».
Kaputt è un romanzo
ispirato alle esperienze dell’autore, che, durante il Secondo
conflitto mondiale, fu corrispondente di guerra sul fronte ucraino, in
Polonia, in Finlandia e successivamente a Stoccolma. Così lo stesso
Malaparte spiega il titolo: «Nessuna parola, meglio della dura, e quasi
misteriosa parola tedesca Kaputt, che letteralmente significa
"rotto, finito, andato in pezzi, in malora", potrebbe dare il
senso di ciò che noi siamo, di ciò che ormai è l’Europa: un mucchio
di rottami». Ma subito dopo precisa: «E sia ben chiaro che io
preferisco questa Europa Kaputt all’Europa d’ieri, e a quella
di venti, di trent’anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare,
al dover tutto accettare come un’eredità immutabile».
In effetti il romanzo è un vasto affresco di un’Europa
còlta nella fase della sua estrema agonia. L’autore narra e
rappresenta le realtà più disparate: ricevimenti mondani e brillanti
conversazioni nell’alta società della diplomazia accanto ai poveri
bambini ebrei del ghetto di Varsavia; ritratti di prìncipi e regnanti
insieme con descrizioni di cadaveri orrendamente ammucchiati. Anche i
toni variano e si alternano su una ricca tastiera: dal realismo più
crudo all’ironia più leggera, dalla sobrietà fattuale alla
deformazione espressionistica e grottesca, dal comico al tragico. In
questo potremmo definirlo un romanzo davvero "polifonico",
nell’accezione bachtiniana del termine.
«È un romanzo di notevole potenza sia di stile che
di contenuti», afferma don Antonio Rizzolo, che sottolinea «la
capacità dello scrittore di offrire un’impressione così sconvolgente
della guerra e della sua insensatezza come nessun reportage in
presa diretta sarebbe mai riuscito a fare». Invece qui si tratta di un
romanzo. Infatti non è un diario: «è un libro che ha tutta la
caratura e l’architettura del romanzo», ci tiene a dire Pinotti. «Un
romanzo non realistico», puntualizza Aldo Giobbio, il quale evidenzia
come tuttavia nel testo entri, intera, la molteplicità delle esperienze
biografiche dell’autore.
Per Ferruccio Parazzoli la grandezza di Malaparte, e
di questo libro in particolare, risiede nella sua inattualità: «La
narrativa italiana di oggi è l’esatto opposto di quello che è stata
l’opera di Malaparte. Lui è stato un grande scrittore e anche un
grande moralista. Colpisce come spesso in Kaputt l’io-narrante
affermi di arrossire dinanzi alle realtà più disparate. C’è poi una
notevolissima attenzione alla sensorialità dell’esperienza, ad
esempio agli odori, come quello della marcescenza e della putrefazione,
che evidentemente sono significativi anche da un punto di vista
simbolico. Spesso ci troviamo davanti a scene assurde ed estreme, e lì
il narratore riesce a esprimere una sua peculiare fredda pietà. Ci sono
poi momenti di pura visione. Ebbene moralità, sensorialità, pietà e
visionarietà sono elementi che la narrativa italiana odierna non
conosce più. In Malaparte la cronaca diventa arte. Se c’è un autore
che è riuscito, oggi, in un’operazione simile è forse Roberto
Saviano. Anche in Gomorra la realtà è oltre la realtà, la
narrazione va al di là della cronaca, senza che si scada nell’espressionismo
fine a se stesso o nella falsificazione sistematica dei dati di
partenza. È vero, c’è qualche altro scrittore italiano che oggi
sembra muoversi in questa direzione, che pare bussare a questa porta, ma
sono eccezioni, come ad esempio Antonio Moresco e Giuseppe Genna».
La qualità letteraria del testo di Malaparte è
indubbia, nonostante i giudizi critici negativi che lo hanno riguardato.
Per Parazzoli in Kaputt «c’è invenzione ma anche notevole
lucidità; l’autore gioca a porre al lettore dei
"trabocchetti", cioè a spiazzarlo con qualcosa di
assolutamente inaspettato data la situazione in cui l’ha condotto».
Per don Rizzolo in tutto il romanzo «aleggia un senso di disfacimento,
di distruzione, di morte». Malaparte afferma in una premessa che questo
non è un libro sulla guerra ma che quest’ultima è solo un
"pretesto" o il "paesaggio oggettivo" di questo
libro. Forse quanto dice è vero, perché si tratta soprattutto di un
romanzo sulla fine di un’epoca. Condotto e sviluppato con un’impressionante
capacità di descrivere ciò che si vede all’esterno, ma anche –
afferma don Rizzolo – «di approfondire l’interiorità dei
personaggi attraverso un’abilità di penetrazione psicologica notevole».
Roberto Carnero