Da molti
anni alla guida delle pagine culturali di Avvenire, Roberto
Righetto è anche il coordinatore del recentemente rinnovato bimestrale
dell’Università Cattolica Vita e Pensiero.
- La cultura è oggi diventata la cenerentola del
giornalismo italiano. Quale potrebbe essere la sua funzione, se di
funzione si può ancora parlare?
«Forse, la principale specificità del giornalismo
culturale rispetto ai bisogni esistenti nel pubblico è proprio quella di
affermare, con la sua stessa esistenza, la possibilità e l’importanza
di percepire (e rispondere a) un bisogno genuinamente culturale tra i
molti ritenuti più impellenti nella società contemporanea, oltre i
settori più "culturalmente sensibili". La rivista di cultura
deve quindi necessariamente sapersi inserire nel flusso mediatico e
trovare una forma di interrelazione con gli altri media. I tempi di
lavoro di una rivista di cultura sono molto lenti rispetto a quelli,
sempre più frenetici, dell’informazione: ciò, invece di costituire un
handicap, può essere un punto di forza se la rivista consegue due
obiettivi: innanzitutto, essere un luogo in cui, senza dipendere dall’urgenza
della notizia, si esaminano fatti e si forniscono letture della realtà in
grado di farne comprendere i presupposti e le conseguenze più rilevanti
per l’individuo e per la collettività. Inoltre – e, direi,
soprattutto – essere un mezzo attraverso cui sondare problemi e
questioni in anticipo sugli eventi, cogliendo quei temi e quegli attori
sociali che successivamente "diventeranno cronaca".
Ma qui vorrei fare una digressione sulle pagine
culturali dei giornali: credo che debbano imporsi maggiormente come uno
spazio in cui avviare riflessioni, proporre idee nuove, anche avendo il
coraggio di affrontare temi scomodi senza autocensure, proponendo temi
ritenuti inutili. Anche nelle pagine culturali a volte c’è un’eccessiva
approssimazione, la tendenza a gridare, a trovare scoop. Non che
non mi piacciano, anzi, ma la tendenza in atto è ormai esasperata. Certo,
da un po’ di anni la cultura è uscita dal doratissimo ghetto in cui era
confinata e gli intellettuali sono scesi in campo: credo che in nessuna
parte del mondo vi siano così tanti scrittori e filosofi che commentano i
fatti anche in prima pagina. E non mi sembra un male. Però credo che
occorra forse invertire la rotta di fronte al fatto che le nostre pagine
siano sempre più dipendenti dalla Tv, evitare sempre che venga meno l’approfondimento
culturale, soprattutto impedire che l’apertura a tutti i temi che
caratterizza queste pagine e la capacità di divulgazione si trasformino
in un disprezzo per la cultura e la letteratura. Il che significa a mio
parere mantenere uno standard significativo di dignità culturale:
informare sui principali eventi culturali, avventurarsi anche nell’approfondimento
dei fatti di cronaca (terremoto), dare spazio a recensioni serie, entrare
nelle polemiche (molte quelle storiche) senza rinunciare alla qualità.
Liberiamoci anche dall’idea che il giornalista dev’essere
neutro e distaccato per essere libero e indipendente: chi si riconosce in
una determinata visione del mondo non per questo è dimezzato. Posto che l’obiettività
nell’informazione esiste come tensione verso l’assoluto ed è ben
difficilmente realizzabile, va anche detto che il giornalista è come lo
storico, ha sempre una visione della storia e della vicenda umana, è un
interprete della realtà, un campione dell’ermeneutica, parte sempre da
un background culturale. Perché questo dev’essere un limite? L’essenziale
è che lo dica, che il lettore lo sappia, che la sua informazione sia
onesta e non truccata, che le sue idee non finiscano per manipolare la
realtà. Il giornalista deve puntare sul proprio background, deve
avere una solidissima preparazione culturale ed etica. Esistono da qualche
anno codici deontologici redatti appositamente, che intendono tutelare ad
esempio l’immagine dei bambini o evitare connubi impropri fra
giornalismo e pubblicità. Ma non basta. Il giornalista deve puntare molto
di più sulla propria preparazione, anzi, deve continuare a studiare e
approfondire le materie di cui si occupa. La fragilità culturale è oggi
il vero gap del giornalista. Anche qui, numerosi esempi si
potrebbero fare sull’ignoranza di tante firme: sull’informazione
religiosa il fenomeno purtroppo è evidentissimo. Una noticina a parte
sull’etica: il giornalista a mio parere non dev’essere un
frequentatore dei salotti, culturali o politici che siano. Deve sentirsi
libero dai legami di dipendenza rispetto al potere.
Ancora: stimolare il dibattito culturale. Penso ai passi
giganteschi che si sono compiuti negli ultimi anni, in coincidenza con la
fine delle ideologie, nel dialogo fra credenti e non credenti, fra cultura
laica e cultura cattolica, nonostante su certi temi permangano non poche
divisioni. Però almeno i complessi di superiorità non hanno più senso.
È finito il tempo dell’isolamento totale, a volte compiaciuto, della
cultura cattolica, ma anche il complesso di superiorità della cultura
laica, come se i credenti non fossero capaci di fare cultura».
- Fare cultura sembra dunque un compito arduo. C’è
qualcuno ancora in grado di assolverlo?
«A questo proposito oggi i chierici d’Europa sono
stanchi. Dopo avere chiuso con le ideologie della guerra fredda, tendono a
praticare un diffuso conformismo, povero di progettualità, di idee e
ideali. Pensiamo alla solitudine degli ultimi anni di Norberto Bobbio nell’Italia
di oggi. Il vecchio saggio negli ultimi anni fece sentire la sua voce
contro il mondo dei fondamentalismi religiosi, ma anche contro il
nichilismo. Esprimendo anche forti dubbi sul tema della tecnoscienza. Oggi
siamo passati da Bobbio a Odifreddi, Pievani o Galimberti. Che esprimono
un livello davvero basso della provocazione senza nessun contenuto vero e
profondo.
È sempre più difficile trovare intellettuali non
credenti con i quali dialogare su temi divenuti cruciali (pensiamo al
proficuo confronto fra Habermas e Ratzinger): l’invasione della
tecnoscienza nella vita quotidiana, lo stravolgimento del concetto di
natura, i rischi connessi all’intelligenza artificiale, l’uso
dissipatore del corpo. È come se mancassero punti di riferimento anche
laici che a loro modo non abbiano paura a cercare la verità, che anzi
pungolino i credenti come faceva Albert Camus, non disposto a rassegnarsi
dinanzi all’ingiustizia e alla sofferenza, dinanzi alle
"pesti" vecchie e nuove. Insomma, se le ideologie sono cadute,
non per questo i laici devono rinunciare ad avere valori forti, per i
quali è possibile spendere la vita. La sfida della virtù quotidiana,
dell’esercizio della pietà tocca tutti, uomini di fede e no. Per
tornare al tema più generale degli intellettuali, credo che ogni discorso
che oggi li riguardi non possa prescindere da due condizioni: l’impegno
nella società per denunciare i mali e il male e l’ancoraggio alla
trascendenza, o a un’autotrascendenza, o senso del limite del desiderio
di onnipotenza dell’uomo».
- Sembrano sfide appositamente costruite per i
cattolici, che però non sono sempre particolarmente attivi o vivaci
nel campo delle idee e della cultura, dove i laici la fanno da padrone…
«D’altra parte, secondo me
bisogna anche essere capaci di uscire da un complesso di inferiorità che
per tanti anni ha colpito noi cristiani, un complesso di inferiorità per
cui accadeva che difficilmente un autore cristiano aveva diritto di
partecipare al forum, alla piazza del dibattito culturale; ciò accadeva
in parte per l’arroganza di una certa cultura laicista, ma anche per una
incapacità da parte nostra di essere consapevoli della forza e dell’originalità
della propria cultura. Avere una determinata cultura non è affatto un
handicap, non è affatto una condizione di inferiorità in partenza, anzi
deve essere qualcosa che ci dà forza, tenendo presente poi la capacità
di saper dialogare con tutti, anche i più lontani.
Ma c’è un altro elemento che noi cristiani dobbiamo
recuperare ed è la capacità di essere curiosi verso tutto, quella
curiosità che va di pari passo con una passione per la verità, come
dicevano gli autori latini: "Niente di ciò che è umano mi è
estraneo", scriveva Terenzio poi ripreso da Seneca e da vari altri.
Quella curiosità che ci fa capaci di aprire gli orizzonti davanti a tutti
gli avvenimenti, a tutte le culture, sapendo vedere il positivo ovunque si
manifesti, nella consapevolezza che, come ha affermato il Concilio, i semi
del Verbo si manifestano ovunque, anche dove non è riconosciuto. Anche
san Tommaso, peraltro, l’ha scritto. È la curiosità che anima in
qualche maniera le pagine culturali di Avvenire che dirigo: un’apertura
verso tutti i fenomeni della cultura, dalla scienza alla filosofia, dalle
arti alla letteratura, dalla religione al costume. Dicevo prima della
trascuratezza della cultura; devo ribadire che a mio parere aver ignorato
e sottovalutato il mondo della cultura da parte di noi cristiani è stata
una delle colpe più gravi in questo secolo e particolarmente nel
dopoguerra. Ci sono responsabilità pesanti che si sono manifestate nel
corso del ’900 e secondo me questa è anche una delle cause profonde del
fallimento del cosiddetto "partito cattolico". Negli anni scorsi
si sono fatte sui giornali inchieste a proposito dell’egemonia culturale
marxista; noi stessi le abbiamo fatte, pensiamo ai libri di testo nelle
scuole e a come certi argomenti sono stati trattati. Tutto vero, però
certamente c’è stato uno spazio che è stato totalmente abbandonato per
anni, se non per decenni da parte di noi cattolici, forse pensando solo
alla politica; io non ho i titoli per fare processi a nessuno però
certamente la mancanza è stata molto, molto grave; per fortuna il
pontificato di Giovanni Paolo II e la sua capacità di dialogare a 360°
con le culture e le civiltà e oggi il magistero di Benedetto XVI hanno
fatto recuperare l’importanza del patrimonio culturale cristiano e
ridato fervore e vitalità alla cultura dei cattolici».
- Accanto alla carta stampata, sempre più in crisi,
operano altri media, dalla Televisione a Internet. Ritiene che
qui ci possa essere maggiore attenzione per la cultura?
«Devo rilevare la generale scarsa attenzione per la
cultura da parte delle istituzioni. Pensiamo per fare un esempio alla Rai:
mi chiedo se non sarebbe il caso di tornare più sistematicamente a
parlare di libri in Tv; qualche mese fa tornò fuori l’idea di un Tg
culturale quotidiano: perché è stata liquidata e sepolta così
sbrigativamente? Forse che si pensa davvero che tutti gli italiani
vogliano solo sceneggiati o reality show?
Ma un altro punto mi sta a cuore, e riguarda il boom di
Festival letterari o filosofici, di serate poetico-letterarie-musicali che
ormai dilagano in ogni cittadina: a una sensazione di compiacimento si
unisce una mia perplessità di fondo. Queste iniziative, spesso promosse
da riviste, servono davvero a far crescere la cultura o sono solo
occasioni per soddisfare il desiderio di tanta gente di uscire dalla
normalità e dalla noia? Certo, se le letture di Dante fatte da Sermonti
sono l’occasione attraverso cui qualcuno si riaccosta con serietà al
grande poeta, ben vengano. Così, se a Mantova chi va a sentire Toni
Morrison o Amos Oz è poi è spinto a leggere i loro romanzi, ancora una
volta ben venga questo tipo di incontri, anche se credo che al 90 per
cento si tratti di persone che quelle opere le leggono già e vanno a
Mantova per incontrare i loro autori preferiti. Dubito poi che chi va ad
ascoltare Cacciari o Vattimo al Festival di Modena o alle serate
filosofiche del Teatro Franco Parenti di Milano finisca per leggere le
loro opere. Del resto, mi pare che si moltiplichino le serate di lettura
di poesia, ma sta di fatto che i volumi di poesia non hanno alcun
incremento di vendita, anzi. Insomma, ho l’impressione che in genere l’intenzione
di chi promuove queste manifestazioni non sia sempre funzionale allo
sviluppo della cultura, ma solo ed esclusivamente del marketing culturale.
Che filosofi, poeti e romanzieri amino sempre più presentarsi in veste di
divi davanti a una folla di spettatori, invidiosi delle star della Tv e
del cinema. Mi chiedo insomma: in che misura il pubblico di massa di
questi eventi culturali modifica davvero i propri comportamenti e le
proprie scelte nel suo rapporto quotidiano con il libro? Consumare una
serata letteraria all’aperto è molto più semplice che trascorrere una
serata a tu per tu con lo strumento libro, che richiede sempre lo stesso
atteggiamento: essere soli, impegnati e concentrati.
A cosa serve poi la diffusione di libri attraverso i
quotidiani – e in quest’anno siamo giunti a oltre 70 milioni di copie
– se poi chi si riaffeziona alla lettura è valutato in una quota che va
dal mezzo al milione di persone? Non pare insomma che sia una strategia
vincente per far trionfare l’amore per la lettura in quel 50 per cento
degli italiani che non leggono mai un libro. Non mi pare il caso di cedere
– come succede – al trionfalismo rispetto a questo fenomeno: chi pensa
a distribuire il tempo per leggere i libri e soprattutto l’abitudine di
farlo? Alla fine credo che il discorso non possa non coinvolgere l’ambito
della famiglia e della scuola, ma anche dei luoghi di aggregazione sociale
che ancora resistono: dalle parrocchie ai centri culturali fino alle
biblioteche, che è buon auspicio pensare siano sempre più rese
capillari, nei paesi e nei quartieri delle città. Cominciando da quelle
scolastiche, che vanno realizzate, incentivate e ampliate: sono il primo
luogo, oltre che dentro la propria casa, in cui bambini e ragazzi possono
appassionarsi alla lettura. E poi, ancora una volta, va stimolato l’operato
degli insegnanti. Diceva Flannery O’Connor che buoni insegnanti,
promuovendo la lettura presso i propri allievi e insegnando la letteratura
attraverso i testi degli autori piuttosto che smarrendosi nella giungla
dei messaggi semantici, sono in grado di modificare le classifiche dei
libri più venduti. Forse un giorno ci arriveremo».
- C’è quindi ancora spazio, per le riviste
culturali, come dimostra il successo della rinnovata Vita e
Pensiero
?
«La rivista Vita e Pensiero rappresenta un caso
peculiare. Nata nel contesto del più ampio progetto di costituzione di
una università cattolica italiana dotata anche di una propria casa
editrice (anticipando in ciò gli altri atenei nazionali di più di mezzo
secolo), la rivista opera da sempre in rapporto a un programma editoriale
assai vivace, direttamente collegato alle ricerche e ai contributi di
docenti e studiosi di molteplici discipline. Il
"prodotto-rivista" è quindi spesso frutto di una sinergia con
iniziative accademiche e scientifiche: ne anticipa risultati o ne discute
i primi riscontri, cercando comunque una chiave di interpretazione e di
divulgazione culturale capace di andare oltre la stretta cerchia degli
specialisti, aprendo il mondo della più alta ricerca a un qualificato ma
vasto pubblico. Certamente, con le nuove tecnologie si può immaginare una
diversificazione intellettualmente stimolante dei
"prodotti-rivista". Mi sembra più un terreno
"virtuale", tuttavia, che non tradizionale. Le potenzialità
della Rete non sono ancora state completamente esplorate, a mio avviso,
nella loro continua evoluzione.
Credo che gli spazi in Internet per le riviste culturali
debbano ancora essere adeguatamente esplorati. Ed è importante farlo in
modo serio. Intendo con ciò escludere la possibilità che per "fare
cultura" basti allestire blog o consimili e riempirli di
testi, materiali, documenti e citazioni, invitando altri a esprimersi,
magari aggiungendo i loro testi, materiali, ecc. Condivido l’opinione di
chi ritiene che un grave pericolo minacci la Rete (ma non solo): l’overdose,
il sovraccarico incontrollato dei contenuti. Mentre Schopenhauer
suggeriva di praticare piuttosto l’"arte di non leggere",
evitando di sprecare il proprio tempo (prezioso perché finito) con
letture meno che eccellenti. Penso che una rivista di cultura dovrebbe
mirare a questo: aiutare a individuare, nel vasto mare della conoscenza,
autori e argomenti di valore, contro i molti falsi surrogati, sovente di
successo; fornire uno sguardo di sintesi, parziale ma limpido, per
consentire il formarsi di opinioni mature e critiche, in grado di
resistere alle mode e tendenze che a volte sembrano dominare nel mondo
della cultura non meno che in altri. In tal senso, credo ci sia tanto da
sperimentare su Internet, e su diversi versanti molti soggetti si stanno
attrezzando (si vedano, ad esempio, le iniziative di Google Books e
Scholar). Dobbiamo farlo anche noi».
Luca Gallesi