Giornalista
e scrittore, Armando Torno lavora alle pagine di cultura del Corriere
della Sera. Qualche anno fa è stato l’ispiratore del più
interessante esperimento nel campo del giornalismo culturale, con la
creazione del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, che, sotto la
sua direzione, fu un successo sorprendente.
- Molta acqua è passata sotto i ponti da quando l’avventura
del supplemento confindustriale prese l’avvio: sono cambiati i
tempi, sono diminuiti i lettori, sono aumentati i nuovi media.
Secondo lei, oggi, c’è ancora spazio per un periodico che voglia
definirsi "culturale"?
«Vediamo innanzitutto di intenderci sul termine
"rivista". C’erano una volta le riviste cosiddette
"scientifiche", che erano degli strumenti importanti di una
cultura che oramai non esiste più, dato che nell’ambito
"scientifico" – quindi: matematico, fisico, biologico, ecc...
– tutte queste riviste vengono fatte on line. C’è poi, invece,
la tradizione ancora consolidata delle riviste di carattere umanistico,
che continua ad avere una presenza cartacea piuttosto importante; anzi,
alcune novità importanti che riguardano, ad esempio, studi su argomenti
filosofici o a carattere religioso escono solo su queste riviste. Cosa che
non accade per le materie "scientifiche", anche perché una
notizia di biologia o di medicina ha una durata limitata, e quindi ha più
senso pubblicarla on line. Le riviste di carattere umanistico,
invece, hanno ancora uno spazio prezioso per i lettori interessati ad
argomenti che chiedono una riflessione più lenta, e una lettura più
attenta di tutti i documenti».
- Uscendo dall’ambito delle riviste
"specialistiche", riservate a un pubblico di addetti ai
lavori, e parlando in senso più lato di riviste "culturali"
nel senso che si occupano di argomenti legati a libri, arte e magari
anche spettacolo, ricordiamo come un secolo fa esistevano riviste
letterarie che diventarono fucine di pensiero con ricadute anche
politiche, dato che su quelle pagine si formarono intere classi
dirigenti. Oggi, quell’epoca è definitivamente tramontata?
«Direi che la rivista generalista di cultura ha segnato
il passo proprio perché è stata sostituita da un sistema di
comunicazione complesso e articolato, che va ovviamente studiato nelle
singole situazioni. Il miracolo fatto dalla Voce o da tutte le
altre riviste dell’inizio Novecento – e potremmo citarne almeno una
decina – è per noi ormai irripetibile. La rivista, oggi, può
informare, controllare, correggere la cultura; può sostanzialmente fare
un lavoro di supporto, e anche, in taluni casi, da protagonista, lanciando
un’idea; ma è sempre meno lo spazio a sua disposizione, dato che una
notizia non viene più da una fonte sola, e la rivista di cultura
generalista non è più il luogo privilegiato per lo scambio delle idee».
- E i protagonisti di questo scambio delle idee, gli
intellettuali, esistono ancora e che ruolo hanno, oggi?
«Il funerale dell’intellettuale si è svolto in
silenzio qualche anno fa, senza che nessuno se ne accorgesse o indossasse
il lutto. C’è quindi in giro ancora qualcuno che non è stato avvisato
dei funerali e crede che gli intellettuali siano ancora in circolazione.
Ecco perché mi fanno ridere quei libri, pubblicati anche da grandi
editori, dove qualcuno si atteggia a intellettuale, credendo di cambiare
il corso della storia con delle idee "politicamente corrette".
Costoro professano opinioni irreprensibili e scrivono libri di denuncia
puliti e tersi, ma in realtà sono soltanto dei comici che non si sono
accorti delle esequie degli intellettuali, e che, forse, qualcosa è
cambiato».
- E la cultura sui quotidiani?
«I quotidiani fanno quello che possono, e non sempre un
giornale riesce a dare notizia di un fatto o un libro importante. Dobbiamo
però dire che i giornali non vengono più letti dai giovani non perché i
giovani non siano più interessati ma perché non pubblicano più notizie
per i giovani. Per fare un esempio personale, il supplemento del Sole
24 Ore che dirigevo vendeva 95.000 copie certificate: lo compravano
manager, professori, operatori di borsa, amministratori, ma anche e
soprattutto giovani e studenti perché quel prodotto, che andava contro
ogni regola di marketing, solleticava e incuriosiva. Oggi
un giornale di "cultura" avrebbe successo se facesse della
cultura, senza paura di camuffarla con qualcosa d’altro. Il problema dei
giornali sembra oggi essere l’audience, ma l’audience si
basa, a mio giudizio, su rilevamenti che sono quanto di più incerto e
falsificabile ci sia in Italia. Se si avesse dunque il coraggio di
professare una certa idea di cultura, si potrebbero diffondere delle idee
che vedrebbero la partecipazione della gente, ben più interessata a
discutere queste piuttosto che a partecipare alla trappola dell’audience,
basata sulla statistica, che è la scienza più falsa che ci sia».
- Per concludere, che cos’è la cultura, e cosa
sopravviverà nei prossimi decenni tra tutti i mezzi di comunicazione
attuali che si occupano di cultura?
«Cultura è tutto ciò che aiuta l’uomo a crescere
spiritualmente, e quindi a capire meglio la vita e se stesso, e non è
quindi cultura quel dogmatismo d’accatto che gira oggi per l’Italia.
Cultura è anche un modo per crescere, per abituarsi a guardare la vita, e
quindi, di tutti gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione resteranno
soltanto quelli che faranno della cultura vera. Tutti quelli che
inseguiranno le folle oceaniche o gli autori di best-seller saranno
presto dimenticati. Non dimentichiamo che tutta la grande cultura europea
si basa su libri che sono andati al macero e in genere su persone che sono
state sconfitte dalla vita. Moltissimi libri che nell’Ottocento hanno
venduto milioni di copie sono caduti nell’oblio più totale. Restano gli
altri: i Principia Matematica di Newton, ad esempio, che hanno
venduto 150 copie, oppure Il mondo come volontà e rappresentazione che
è andato al macero, come buona parte delle opere di Nietzsche. Ecco,
questa è cultura, non i romanzetti dei presentatori o delle attricette;
un uomo di cultura non deve essere un professionista della cultura ma, per
essere tale, deve aver pagato un prezzo esistenziale, altrimenti non è
credibile. Se leggiamo Baudelaire, capiamo che è un poeta per quello che
ha vissuto e che esprime; se leggiamo molti autori oggi popolari, capiamo
che sono degli impiegati che scrivono poesie la domenica pomeriggio, con
tutto il rispetto per gli impiegati».
Luca Gallesi