Per una
volta, partiamo dalla fine. Anzi: dall’ultima. L’ultima rivista
letteraria nata in Italia, o perlomeno l’ultima affermatasi con un certo
successo su scala nazionale, si chiama Satisfiction: ideata
da Gian Paolo Serino, giornalista freelance, prima di nascere su
carta nel 2008 è stata "incubata" per un paio d’anni on
line. Grafica spartana, formato tabloid, trimestrale,
collaboratori scelti fra un ampio numero di giornalisti, scrittori e
critici letterari che attraversano tutto l’arco
"costituzionale" della stampa italiana, dall’Unità a Libero,
dail Manifesto ad Avvenire, Satifiction – oltre a
proporre inediti d’autore, repêchage, saggi e racconti originali
– ha trasferito dal Web alla carta un’idea rivoluzionaria per il mondo
culturale: la formula soddisfatti o rimborsati. Ossia: i recensori
garantiscono il valore letterario dei libri di cui scrivono, ma se il
lettore non è soddisfatto del "consiglio" può inviare una
contro-recensione alla redazione la quale si impegna a ripagargli il
prezzo di copertina. L’obiettivo – nelle intenzioni della rivista –
è «ritrovare una coscienza critica in un mondo editoriale ridotto a puro
marketing». E il tutto gratis: Satisfiction è la prima free
press culturale in Italia. Se è vero – come scriveva Walter
Benjamin nel 1920 presentando Angelus Novus – che «la vera
destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca e l’attualità
di questo spirito è per essa più importante della sua stessa unità o
chiarezza», allora Satisfiction, al di là della provocazione
culturale insita nel progetto e dell’eterogeneità dei contenuti, svolge
perfettamente la propria funzione cogliendo in pieno lo spirito della
nostra epoca: nasce, vive e si diffonde grazie al Web (il cartaceo e l’on
line operano in sinergia); sfrutta applicandole a un prodotto
culturale le tecniche consolidate del mercato e della società
consumistico-industriale (il "soddisfatti o rimborsati"); vive
di pubblicità (è gratuita e viene distribuita solo dentro le grandi
librerie); è a-politica e a-programmatica nel senso che contiene tutte le
tendenze politiche e tutti i programmi possibili, con una libertà di
pensiero e di azione totale. Un mix micidiale di Internet, marketing,
pubblicità e anarchia che potrebbe aprire la strada a un nuovo (duraturo?
effimero?) modo di "fare cultura" in un’Italia del XXI secolo
che per il resto nel campo delle riviste culturali – ormai chiusa e
archiviata la straordinaria stagione del Novecento – fatica a trovare
idee, motivazioni e soprattutto lettori. All’interno di un’endemica e
forse irrisolvibile crisi della carta stampata, le riviste fondate sull’ambizione
di interpretare i grandi fenomeni letterari, sociali e politici, e sulla
volontà di lavorare attorno ai temi-cardine del dibattito intellettuale,
(soprav)vivono ormai in tiratura ridotta e in un disinteresse del
pubblico, anche degli specialisti, quasi totale. In ambito più
strettamente politico-filosofico la gloriosa testata il Mulino fondata
nel 1951 da Nicola Matteucci è oggi scossa dal vento delle polemiche e
delle divisioni, e MicroMega, nata nel 1986 grazie a Giorgio
Ruffolo e Paolo Flores d’Arcais, appare sempre più l’ultimo bastione
di un’intellighenzia di sinistra che fatica a capire i tempi, e
anche a farsi capire. In ambito più prettamente poetico, Atelier,
il trimestrale fondato da Giuliano Ladolfi nel 1996, e Poesia,
la rivista ideata da Nicola Crocetti nel 1988, rimangono splendide e
imprescindibili, ma isolate nella loro altissima torre di versi e d’avorio.
I fogli satirici – che pure con Il Travaso delle idee (1900-66)
e Il Candido (1945-61) solo per citare due testate storiche,
hanno conosciuto in Italia successi straordinari – finita l’epoca
irripetibile de il male (1977-1982) e di Cuore (1989-1996),
si sono estinti, o scorrazzano confinati in riserve regionali, come Il
Vernacoliere (apparso nel 1982). E le riviste più
"genericamente" letterario-culturali, a sinistra con Nuovi
Argomenti (oggi certo molto meno influente sulla cultura italiana
di quando Alberto Moravia la fondò nel 1953), come a destra con Il
Domenicale (che pure compie un duro lavoro in un campo altrimenti
arido), seppure diversissime, sono accomunate dall’identica difficoltà
a incontrare un pubblico esterno agli steccati dentro i quali purtroppo l’area
politica di riferimento, o i pregiudizi ideologici, li confinano. I tempi,
insomma, non ispirano ottimismo. Anche se, a scorrere un immaginario
almanacco del pensiero, per le riviste culturali la vita non è mai stata
facile. A tratti gloriosa, spesso esaltante, ma mai facile. In quel mare
in tempesta ideologia, artistica e politica che è stato il Novecento,
tutte le "navicelle" di carta che lo hanno attraversato –
fogli militanti, quaderni letterari, periodici raffinati e raffazzonate
fanzine – raramente hanno veleggiato tranquille. Anzi. Alle prese con le
correnti della Storia e i gorghi delle dittature (che in Italia sono state
due: quella di Benito Mussolini, durata vent’anni; e quella di Benedetto
Croce, che ha imperato per trenta), in balia delle onde delle avanguardie
e del post-moderno, dei tornado futuristi e dei venti sessantottardi, tra
tifoni modernisti e calme piatte passatiste, a rischio di pirateschi
arrembaggi filosofici o di finire in qualche secca metodologica (ora il
marxismo, ora il pensiero nazional-popolare di Gramsci, ora l’esistenzialismo
dialettico di Sartre), ammaliati qui dalle sirene degli sperimentalismi
là dalle urla del "rappel à l’ordre", i vascelli del
pensiero – dall’ammiraglia La critica di Benedetto Croce
(1903-44) ai siluranti Quaderni piacentini della triade
Bellocchio-Fofi-Cherchi (1962-69), dal galeone Leonardo di
Papini e Prezzolini (1903-07) alla goletta Il Caffè di
Giambattista Vicari (1953-77) solo per citare qualche nome dell’immensa
flotta italiana novecentesca – sono tutti finiti nel migliore dei casi
in disarmo, nel peggiore naufragati. Ma tutti, ognuno con il proprio
equipaggio di pensatori coraggiosi e il carico di nuove idee, sono stati
mezzi preziosi e insostituibili nel tracciare rotte mai percorse prima e
disegnare mappe sempre più aggiornate del XX secolo; nell’esplorare le
terre incognite delle letterature straniere, dei movimenti filosofici
"altri", delle tendenze artisticamente più lontane; nello
scambiare pensieri, gusti e valori su mercati più ricchi e più ampi.
Tutti votati alla disperata avventura di interpretare il mondo. O
addirittura di cambiarlo...
Nelle stive di questi bastimenti c’era – e c’è
ancora oggi, nello sterminato archivio di materiali che le riviste del
Novecento compongono – un carico di inestimabile valore fatto di idee,
utopie, teorie, anti-teorie, progetti, voci, intuizioni, proclami,
proposte, manifesti, parole d’ordine. L’allegorica dichiarazione di
guerra al vecchiume e al "chiaro di luna" della futurista Poesia
(1905-09) di Filippo Tommaso Marinetti; l’apertura intellettuale
e l’ambizione di farsi carico di problemi umani e storici concreti,
dalla questione meridionale alla riforma della scuola, della leggendaria Voce
(1908-1916) di Giuseppe Prezzolini (in qualche modo termine di
paragone e/o di opposizione di tutte le riviste culturali del Novecento);
le tendenze letterarie neoclassiche e "restauratrici" della Ronda
(1919-22) che influenzò molti scrittori italiani degli anni Venti
e Trenta; l’impegno politico e morale dell’Ordine Nuovo (1919-25)
di Antonio Gramsci e della Rivoluzione liberale (1922-25) di
Piero Gobetti; il ruolo di fronda al fascismo giocato da Il
Selvaggio (1924-34) di Mino Maccari e L’Italiano (1926-42)
di Leo Longanesi piuttosto che del raffinato Primato (1940-43)
di Giuseppe Bottai; l’apertura alle grandi esperienze della letteratura
europea e americana di Solaria (1926-36); la letteratura engagée
e l’"agitazione culturale" del Politecnico (1945-47)
di Elio Vittorini; il coraggioso progetto di moderna politica industriale
di Comunità (1948-60) di Adriano Olivetti; la lezione
politica del Mondo (1949-66) di Mario Pannunzio; l’eclettismo
e la volontà di cambiamento della società attraverso la cultura di Officina
(1955-59); gli sperimentalismi e il rinnovamento nel campo della
poesia e del romanzo del Verri (1956); il supporto "di massa"
alla contestazione studentesca di Quindici (1967-69); i
grandi dibattiti intellettuali di Alfabeta (1979-88) di
Nanni Balestrini; e poi le nuove linee di ricerca del Cavallo di
Troia (1981), la rigorosa informazione letteraria de L’Indice
(1984) fino a Lo straniero (1997) di Goffredo Fofi...
e quante altre testate – popolari, alternative, europeiste, strapaesane,
tradizionaliste, incendiarie, d’élite – abbiamo dimenticato?
Impossibile citarle tutte, difficilissimo anche solo stilare un elenco: un
vecchio repertorio ne conta settantasette (!) solo dal 1945 al 1975,
mentre la recente antologia curata da Giuseppe Lupo Il secolo dei
manifesti. Programmi delle riviste del Novecento (Aragno, 2006)
raccoglie, scelte all’interno di uno sterminato panorama di
pubblicazioni periodiche, ben 120 dichiarazioni programmatiche di riviste
letterarie o di cultura che hanno segnato la vita italiana dal 1895 agli
ultimi anni del XX secolo.
Se, come diceva Gianfranco Contini, l’Ottocento è
stato un «secolo di prosa», il Novecento merita l’onore di essere
considerato il "secolo delle riviste". E il successivo, cioè
questo? Ci sarà ancora spazio nel Ventunesimo secolo per le riviste?
Tramontato forse per sempre, o comunque pesantemente rimaneggiato nella
forma e nei contenuti, il "tradizionale" foglio culturale (messo
in crisi dal calo generalizzato dei lettori, dai costi crescenti del
lavoro editoriale, dalla spietatezza del mercato, dalla concorrenza dei
supplementi di informazione culturale e libraria dei quotidiani), di certo
però sopravviverà l’idea di rivista. Sopravviverà, chiaramente, nell’immenso
spazio di Internet dove sono fioriti (e magari già appassiti) molti siti
letterari e non solo (da Nazione Indiana a Fernandel,
da Carmilla a Il primo amore). E sopravviverà
questa idea – da coniugare nella forma che più sarà adeguata –
perché più e meglio del libro (prodotto di un singolo, interessato a un
ritorno personale) e più e meglio del quotidiano (prodotto di un’azienda,
interessata a un ritorno economico), la rivista è stata e rimane il luogo
migliore, da parte di un gruppo di intellettuali, per dare voce a una
visione "diversa" (di volta in volta e di luogo in luogo
rivoluzionaria, innovativa, contestatrice, tradizionalista...) della
letteratura, dell’arte, del pensiero, della società. E per dare corpo,
attraverso le contrapposizioni ideologiche, le utopie politiche, le
battaglie letterarie, la sperimentazione dei linguaggi e la riflessione
sui grandi temi etici e civili, a una certa anima della cultura.
Luigi Mascheroni