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Non solo "Letture".

  
TANTE FINESTRE APERTE
SUL PANORAMA DELLE LETTERE

a cura di Luca Gallesi e Paolo Pegoraro
  


   Letture n.657 maggio 2009 - Home Page
Una rivista come Letture ha avuto diverse compagne di viaggio nel corso dei suoi 63 anni di vita. Pur nella diversità degli approcci e delle modalità, le riviste letterarie italiane sono sempre state accomunate quantomeno dall’obiettivo di fornire strumenti di interpretazione della realtà culturale del nostro Paese. Anche se il futuro imporrà strategie comunicative più complesse.

    
   
   

Il panorama del Novecento italiano

IL PENSIERO PASSATO
IN RIVISTA

di Luigi Mascheroni

  
P
er una volta, partiamo dalla fine. Anzi: dall’ultima. L’ultima rivista letteraria nata in Italia, o perlomeno l’ultima affermatasi con un certo successo su scala nazionale, si chiama Satisfiction: ideata da Gian Paolo Serino, giornalista freelance, prima di nascere su carta nel 2008 è stata "incubata" per un paio d’anni on line. Grafica spartana, formato tabloid, trimestrale, collaboratori scelti fra un ampio numero di giornalisti, scrittori e critici letterari che attraversano tutto l’arco "costituzionale" della stampa italiana, dall’Unità a Libero, dail Manifesto ad Avvenire, Satifiction – oltre a proporre inediti d’autore, repêchage, saggi e racconti originali – ha trasferito dal Web alla carta un’idea rivoluzionaria per il mondo culturale: la formula soddisfatti o rimborsati. Ossia: i recensori garantiscono il valore letterario dei libri di cui scrivono, ma se il lettore non è soddisfatto del "consiglio" può inviare una contro-recensione alla redazione la quale si impegna a ripagargli il prezzo di copertina. L’obiettivo – nelle intenzioni della rivista – è «ritrovare una coscienza critica in un mondo editoriale ridotto a puro marketing». E il tutto gratis: Satisfiction è la prima free press culturale in Italia. Se è vero – come scriveva Walter Benjamin nel 1920 presentando Angelus Novus – che «la vera destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca e l’attualità di questo spirito è per essa più importante della sua stessa unità o chiarezza», allora Satisfiction, al di là della provocazione culturale insita nel progetto e dell’eterogeneità dei contenuti, svolge perfettamente la propria funzione cogliendo in pieno lo spirito della nostra epoca: nasce, vive e si diffonde grazie al Web (il cartaceo e l’on line operano in sinergia); sfrutta applicandole a un prodotto culturale le tecniche consolidate del mercato e della società consumistico-industriale (il "soddisfatti o rimborsati"); vive di pubblicità (è gratuita e viene distribuita solo dentro le grandi librerie); è a-politica e a-programmatica nel senso che contiene tutte le tendenze politiche e tutti i programmi possibili, con una libertà di pensiero e di azione totale. Un mix micidiale di Internet, marketing, pubblicità e anarchia che potrebbe aprire la strada a un nuovo (duraturo? effimero?) modo di "fare cultura" in un’Italia del XXI secolo che per il resto nel campo delle riviste culturali – ormai chiusa e archiviata la straordinaria stagione del Novecento – fatica a trovare idee, motivazioni e soprattutto lettori. All’interno di un’endemica e forse irrisolvibile crisi della carta stampata, le riviste fondate sull’ambizione di interpretare i grandi fenomeni letterari, sociali e politici, e sulla volontà di lavorare attorno ai temi-cardine del dibattito intellettuale, (soprav)vivono ormai in tiratura ridotta e in un disinteresse del pubblico, anche degli specialisti, quasi totale. In ambito più strettamente politico-filosofico la gloriosa testata il Mulino fondata nel 1951 da Nicola Matteucci è oggi scossa dal vento delle polemiche e delle divisioni, e MicroMega, nata nel 1986 grazie a Giorgio Ruffolo e Paolo Flores d’Arcais, appare sempre più l’ultimo bastione di un’intellighenzia di sinistra che fatica a capire i tempi, e anche a farsi capire. In ambito più prettamente poetico, Atelier, il trimestrale fondato da Giuliano Ladolfi nel 1996, e Poesia, la rivista ideata da Nicola Crocetti nel 1988, rimangono splendide e imprescindibili, ma isolate nella loro altissima torre di versi e d’avorio. I fogli satirici – che pure con Il Travaso delle idee (1900-66) e Il Candido (1945-61) solo per citare due testate storiche, hanno conosciuto in Italia successi straordinari – finita l’epoca irripetibile de il male (1977-1982) e di Cuore (1989-1996), si sono estinti, o scorrazzano confinati in riserve regionali, come Il Vernacoliere (apparso nel 1982). E le riviste più "genericamente" letterario-culturali, a sinistra con Nuovi Argomenti (oggi certo molto meno influente sulla cultura italiana di quando Alberto Moravia la fondò nel 1953), come a destra con Il Domenicale (che pure compie un duro lavoro in un campo altrimenti arido), seppure diversissime, sono accomunate dall’identica difficoltà a incontrare un pubblico esterno agli steccati dentro i quali purtroppo l’area politica di riferimento, o i pregiudizi ideologici, li confinano. I tempi, insomma, non ispirano ottimismo. Anche se, a scorrere un immaginario almanacco del pensiero, per le riviste culturali la vita non è mai stata facile. A tratti gloriosa, spesso esaltante, ma mai facile. In quel mare in tempesta ideologia, artistica e politica che è stato il Novecento, tutte le "navicelle" di carta che lo hanno attraversato – fogli militanti, quaderni letterari, periodici raffinati e raffazzonate fanzine – raramente hanno veleggiato tranquille. Anzi. Alle prese con le correnti della Storia e i gorghi delle dittature (che in Italia sono state due: quella di Benito Mussolini, durata vent’anni; e quella di Benedetto Croce, che ha imperato per trenta), in balia delle onde delle avanguardie e del post-moderno, dei tornado futuristi e dei venti sessantottardi, tra tifoni modernisti e calme piatte passatiste, a rischio di pirateschi arrembaggi filosofici o di finire in qualche secca metodologica (ora il marxismo, ora il pensiero nazional-popolare di Gramsci, ora l’esistenzialismo dialettico di Sartre), ammaliati qui dalle sirene degli sperimentalismi là dalle urla del "rappel à l’ordre", i vascelli del pensiero – dall’ammiraglia La critica di Benedetto Croce (1903-44) ai siluranti Quaderni piacentini della triade Bellocchio-Fofi-Cherchi (1962-69), dal galeone Leonardo di Papini e Prezzolini (1903-07) alla goletta Il Caffè di Giambattista Vicari (1953-77) solo per citare qualche nome dell’immensa flotta italiana novecentesca – sono tutti finiti nel migliore dei casi in disarmo, nel peggiore naufragati. Ma tutti, ognuno con il proprio equipaggio di pensatori coraggiosi e il carico di nuove idee, sono stati mezzi preziosi e insostituibili nel tracciare rotte mai percorse prima e disegnare mappe sempre più aggiornate del XX secolo; nell’esplorare le terre incognite delle letterature straniere, dei movimenti filosofici "altri", delle tendenze artisticamente più lontane; nello scambiare pensieri, gusti e valori su mercati più ricchi e più ampi. Tutti votati alla disperata avventura di interpretare il mondo. O addirittura di cambiarlo...

Nelle stive di questi bastimenti c’era – e c’è ancora oggi, nello sterminato archivio di materiali che le riviste del Novecento compongono – un carico di inestimabile valore fatto di idee, utopie, teorie, anti-teorie, progetti, voci, intuizioni, proclami, proposte, manifesti, parole d’ordine. L’allegorica dichiarazione di guerra al vecchiume e al "chiaro di luna" della futurista Poesia (1905-09) di Filippo Tommaso Marinetti; l’apertura intellettuale e l’ambizione di farsi carico di problemi umani e storici concreti, dalla questione meridionale alla riforma della scuola, della leggendaria Voce (1908-1916) di Giuseppe Prezzolini (in qualche modo termine di paragone e/o di opposizione di tutte le riviste culturali del Novecento); le tendenze letterarie neoclassiche e "restauratrici" della Ronda (1919-22) che influenzò molti scrittori italiani degli anni Venti e Trenta; l’impegno politico e morale dell’Ordine Nuovo (1919-25) di Antonio Gramsci e della Rivoluzione liberale (1922-25) di Piero Gobetti; il ruolo di fronda al fascismo giocato da Il Selvaggio (1924-34) di Mino Maccari e L’Italiano (1926-42) di Leo Longanesi piuttosto che del raffinato Primato (1940-43) di Giuseppe Bottai; l’apertura alle grandi esperienze della letteratura europea e americana di Solaria (1926-36); la letteratura engagée e l’"agitazione culturale" del Politecnico (1945-47) di Elio Vittorini; il coraggioso progetto di moderna politica industriale di Comunità (1948-60) di Adriano Olivetti; la lezione politica del Mondo (1949-66) di Mario Pannunzio; l’eclettismo e la volontà di cambiamento della società attraverso la cultura di Officina (1955-59); gli sperimentalismi e il rinnovamento nel campo della poesia e del romanzo del Verri (1956); il supporto "di massa" alla contestazione studentesca di Quindici (1967-69); i grandi dibattiti intellettuali di Alfabeta (1979-88) di Nanni Balestrini; e poi le nuove linee di ricerca del Cavallo di Troia (1981), la rigorosa informazione letteraria de L’Indice (1984) fino a Lo straniero (1997) di Goffredo Fofi... e quante altre testate – popolari, alternative, europeiste, strapaesane, tradizionaliste, incendiarie, d’élite – abbiamo dimenticato? Impossibile citarle tutte, difficilissimo anche solo stilare un elenco: un vecchio repertorio ne conta settantasette (!) solo dal 1945 al 1975, mentre la recente antologia curata da Giuseppe Lupo Il secolo dei manifesti. Programmi delle riviste del Novecento (Aragno, 2006) raccoglie, scelte all’interno di uno sterminato panorama di pubblicazioni periodiche, ben 120 dichiarazioni programmatiche di riviste letterarie o di cultura che hanno segnato la vita italiana dal 1895 agli ultimi anni del XX secolo.

Se, come diceva Gianfranco Contini, l’Ottocento è stato un «secolo di prosa», il Novecento merita l’onore di essere considerato il "secolo delle riviste". E il successivo, cioè questo? Ci sarà ancora spazio nel Ventunesimo secolo per le riviste? Tramontato forse per sempre, o comunque pesantemente rimaneggiato nella forma e nei contenuti, il "tradizionale" foglio culturale (messo in crisi dal calo generalizzato dei lettori, dai costi crescenti del lavoro editoriale, dalla spietatezza del mercato, dalla concorrenza dei supplementi di informazione culturale e libraria dei quotidiani), di certo però sopravviverà l’idea di rivista. Sopravviverà, chiaramente, nell’immenso spazio di Internet dove sono fioriti (e magari già appassiti) molti siti letterari e non solo (da Nazione Indiana a Fernandel, da Carmilla a Il primo amore). E sopravviverà questa idea – da coniugare nella forma che più sarà adeguata – perché più e meglio del libro (prodotto di un singolo, interessato a un ritorno personale) e più e meglio del quotidiano (prodotto di un’azienda, interessata a un ritorno economico), la rivista è stata e rimane il luogo migliore, da parte di un gruppo di intellettuali, per dare voce a una visione "diversa" (di volta in volta e di luogo in luogo rivoluzionaria, innovativa, contestatrice, tradizionalista...) della letteratura, dell’arte, del pensiero, della società. E per dare corpo, attraverso le contrapposizioni ideologiche, le utopie politiche, le battaglie letterarie, la sperimentazione dei linguaggi e la riflessione sui grandi temi etici e civili, a una certa anima della cultura.

Luigi Mascheroni
   

Un mix micidiale di Internet, marketing, pubblicità e anarchia potrebbe aprire la strada a un nuovo modo di "fare cultura" nell’Italia del XXI secolo

Più e meglio del libro e del quotidiano, la rivista rimane il luogo migliore per dare voce a una visione "diversa" della letteratura, del pensiero, della società.

Segue: «Manca il coraggio della cultura»

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