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Con
il profilo di Alfonso Gatto viene affrontato il percorso poetico e umano
di una delle figure preminenti della nostra storia letteraria. Come
scrisse Montale, per lui «vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore».
«Ho
scritto la mia prima poesia a vent’anni in una stanza diroccata. Di là
dalla finestra c’era il mare, pioveva dolcemente. Avevo visto per vent’anni
le montagne chiudere il golfo e contro il cielo una casetta odorare del
suo intonaco rosa che la pioggia risvegliava. [...] Questa fu la poesia
che mi si rivelò in quella stanza diroccata ov’io ero seduto [...]».
Così confessò Alfonso Gatto, nato giusto cento anni fa, il 17 luglio
1909 in quel di Salerno, sulle pagine del Politecnico nel settembre
del 1947, accompagnando la pubblicazione di dieci poesie. Se si volessero
rintracciare i versi di quella prima ispirazione non sarebbe difficile
ritrovarli in Isola, la raccolta d’esordio del 1932, e
segnatamente in "Sogno del golfo", lirica di apertura di quella
prima prova poi collocata al penultimo posto nella successiva
riorganizzazione in Poesie (1941). «Panorama marmoreo il golfo
chiude, / nel desiderio dell’inerzia, il dono / calmo sognato dall’immenso:
nude / sorgenti dal profondo al suono / armonioso dell’aria, argentee
vette». Non è l’unico scorcio paesaggistico di Isola, ma tutti,
anche più di questo, avranno tratti poco riconoscibili, con una resa non
referenziale del flusso memoriale. Un trattamento dell’oggetto poetico
che è la via gattiana al surrealismo, fondato su una vorticosa
processione di immagini svincolate da tradizionali nessi sintattici e
incedenti l’una dall’altra, talvolta l’una nell’altra. Una catena
che si inanella e si articola mediante lo sciolto fluire metrico-ritmico,
per lo più a base endecasillabica, e una ricchissima orchestrazione
fonica del verso (rime, rimalmezzo, allitterazioni, assonanze,
consonanze). Alfonso Gatto mostra notevole maestria nel disporre l’ordine
metrico-strofico del verso, anzi individua nella regolarità metrica un’idea-forma
in grado di raccogliere la processione epifanica dalla memoria. Spiccata
la predilezione per l’endecasillabo, ma ci sono significative deroghe
verso il novenario, d’impressione pascoliana, e il settenario, metro
elettivo della canzonetta melica del Settecento. Perfettamente coerente l’altra
scelta formale forte: la rima. Il fitto tessuto rimico si dispone lungo
due verticali: una sonora, con funzioni timbriche, e un’altra analogica.
Contini identifica nella poesia di Pascoli un «aspetto verticale» nel
mutuo rapporto delle rime, un’accortezza riscontrabile anche in Gatto,
dove però questa verticalità si predispone con inconsueta naturalezza in
forma di "verticalismo analogico": la rima cioè assume un
inedito valore regolatore e strutturante, fungendo da carrello di
scorrimento per l’intero testo poetico.
Con alle spalle quasi un decennio poetico vissuto nella
costruzione della parabola, e della sintassi, dell’ermetismo, arriva per
Alfonso Gatto la stagione dell’impegno civile e politico. Tornato a
Milano agli inizi degli anni Quaranta dopo un primo soggiorno fiorentino
caratterizzato dall’anno trascorso con Vasco Pratolini a dirigere la
vallecchiana rivista Campo di Marte, diventa attivista dell’allora
fuorilegge Pci. Una sua poesia, "Per i fucilati di Piazzale
Loreto", viene pubblicata anonimamente e diffusa sull’edizione
clandestina de l’Unità. Nel 1943 tiene la sua prima mostra di
pittura e negli stessi anni pubblica diversi titoli tra i quali l’unica
opera teatrale, Il duello (1944), e Il capo sulla neve (1947).
Già nel 1950, con Nuove poesie, Gatto ha proceduto a un riesame
della produzione anni Quaranta. Si trattava – ha affermato l’autore
– «di un libro composito che dette una prima e anche sommaria addizione
del lavoro di quegli anni, nell’incontro e nello scontro delle mie
esperienze poetiche, umane e politiche, del vecchio e del nuovo che avevo
dentro». L’addizione, però, fu tanto sommaria da escludere dalla
silloge le composizioni ideologicamente più partigiane ("Hanno
sparato a mezzanotte", "Per i martiri di Piazzale Loreto",
"Una notte", "25 aprile", "In memoria di Eugenio
Curiel" e altre), come se Gatto avesse voluto smorzare, e non di
poco, i legami più certi ed evidenti che il suo fare poetico aveva
contratto con la realtà della storia. Il poeta è ben consapevole di come
in quegli anni gli esiti del suo lavoro fossero contraddittori, cioè di
come in una stessa fase coesistessero «poesie diverse per esperienza, per
tentativo, per risultato», contraddizioni ben rintracciabili nella
silloge Amore della vita (1944), confluita dapprima in Nuove
poesie e, ancora dopo, quale sezione d’apertura in La storia
delle vittime (1966). La raccolta è il luogo di mediazione del
"vecchio" fare poetico e delle pressanti urgenze di un
"nuovo" ispirato da un’idea di poesia quale compartecipazione
al mondo: «Noi siamo ognuno responsabile della vita degli altri», avrà
modo di affermare Gatto ripensando a quei momenti. Permangono ancora
alcuni tratti di cantabilità, affidata quasi esclusivamente al settenario
("Il capitano", "Processo", "Per dire")
accompagnata a evidenti suadenze rimiche; il dato oggettivo della realtà
circostante talvolta si dissolve in movenze surreali e l’uso dell’analogia,
seppure decisamente meno spinto, non è del tutto abbandonato. Accanto a
queste persistenze bisogna riconoscere la novità di un linguaggio meno
rarefatto e trasparente, dai toni di un più accentuato realismo. Inizia
ad attestarsi quel processo di inasprimento del linguaggio che sarà
ancora più palpabile in Il capo sulla neve (1947), la raccolta
sulla quale di fatto si frange il primo fare del poeta salernitano. «Nelle
liriche di Alfonso Gatto è scomparso l’io come perno dell’universo
(sia che in esso si smemorasse, sia ne ritraesse illusione di divinità).
Io non è per lui che un’ammonizione a vedere gli altri, a difenderli, a
ucciderli forse ma per liberarli». Iniziava così l’appassionata
prefazione di Massimo Bontempelli alla raccolta e in quelle parole si
coglie appieno la rivoluzione prospettica da cui ne consegue che l’intera
impalcatura metrico-ritmica viene smantellata; la suadenza dell’idillio
e l’affabulazione dei giochi sonori scompaiono; l’incorporeità del
linguaggio cede definitivamente il passo a una stretta aderenza
linguistica alla realtà. «L’astrazione trovò la resistenza di un
corpo», parole di Gatto per Leopardi, adattissime a fotografare questo
mutamento. La guerra e la Resistenza entrano con tutta la loro invadenza
nel dettato lirico; si avvertono le urgenze e le pressioni dei fatti
concreti. Anche la linea sintattica si trasforma assumendo connotati di
maggiore narratività. Nonostante questa realtà, crudamente
rappresentata, trovano ancora spazio, attraverso rinnovati percorsi
memoriali, le amate figure familiari, e si legga a proposito "All’alba"
e "A mio padre". Vengono rievocati, e invocati, ad esempio in
"Agli uomini del sud", i luoghi lontani della propria terra,
memoria di quiete e di vita pacificata, «Forse un uomo / davanti al golfo
della sera parla / della speranza di lasciare ai figli. / Dalla mia casa,
dalle vostre case / gli uni negli altri – un popolo di canti / saluterà
la luce della terra». All’invadenza dell’evento bellico c’è ancora
la possibilità di resistere. A cercare di allontanare lo spettro tragico
di quei giorni, con tutto il suo carico di morte e distruzione, permane un
vigile «amore della vita», programmaticamente espresso nell’omonima
lirica. In quei versi si ritrova la forte dualità, quasi agonistica,
vita-morte. Non potendo più negare la prevalente dissoluzione di morte,
questa viene comunque rievocata contrapponendole più di un elemento
vitale, tant’è che se è vero che «Tutto di noi gran tempo ebbe la
morte» resta ben più impresso come «Pure, lunga la vita fu alla sera /
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo, / alle luci sorgenti ai
campanili / ai nomi azzurri delle insegne, il cuore / mai più
risponderà?».
Il
poeta salernitano risistemerà ulteriormente la sostanziosa produzione
poetica legata agli anni del Secondo conflitto mondiale e all’immediato
dopoguerra nel 1966 con La storia delle vittime, dando vita a un
articolato volume con le liriche già edite, del periodo 1943-47, e quelle
inedite del 1963-65, quest’ultime «frutto di più meditati ripensamenti
sulla sorte dell’uomo, sui nostri impegni di accusa e di verità»,
preciserà nell’importante Giustificazione al libro. A tenere insieme
questi due nuclei il sottotitolo, "Poesie della resistenza",
dove resistere, per Gatto, significa «contrastare una forza che agisce»
contro l’uomo, invitandolo «a cedere». Un’azione intesa non come «momento
eccezionale dell’essere» bensì come «un tempo che dura, il farsi, nel
tempo e nella storia, di una coscienza comune».
Versi prossimi alla pittura
Se esiste un terzo tempo nella poesia gattiana, questo
è da collocarsi all’altezza di La forza degli occhi, comprensiva
di poesie del periodo 1950-53, e Osteria flegrea, con liriche degli
anni 1956-61. Una fase in cui Gatto sembra riaccostarsi ad alcune
modularità del suo ermetismo. Ritorna a una versificazione fondata sull’endecasillabo
e sul settenario e sull’unità strofica a lui più congeniale, la
quartina; riprende con insistenza la rima, anche in funzione di nucleo
propagatore di passaggi analogici; i rimandi fonici s’accentuano in una
ricerca, a tratti anche divertita, dei possibili limiti musicali della
versificazione; il lessico, quello sì, risente dell’esperienza appena
passata, mantenendo non pochi elementi realistici. Ma non ci si trova di
fronte a una pura e semplice ripresa, a un rinchiudersi in modi e forme
già sperimentate. Solo a scorrere i versi della Forza degli occhi non
sfugge come certa cantabilità, spinta a volte ai limiti della cantilena o
della filastrocca, recuperata quasi esclusivamente sul settenario, sembra
seguire una linea di disimpegno cui l’autore non era certamente aduso.
Si potrebbe a proposito andare a scorrere "Canzonetta" dove a
tanti salterà all’occhio certo Palazzeschi; il «vedere» assume la
prevalenza assoluta nei «sensi meravigliosi» del suo fare poetico; di
sicuro non è della prima maniera lo spiccato colorismo verbale molto
prossimo al mondo della pittura, quasi in anticipo sulle Rime di viaggio,
come nella quartina "La rosa": «La rosa se l’azzurro la
colora / di sé rossa nel verde alza la rosa, / rosa di macchia fulgida la
rosa / rossa d’azzurro, viola d’acqua nera». Si respira nei versi di
questa raccolta «una poesia di liberi accenti creativi» – come
affermato una volta dal poeta –, con movenze tra post-ermetismo e
post-surrealismo sempre capace di «risvegliare dal nulla la parola».
Appello alle parole
A partire poi dalla seconda metà degli anni Cinquanta,
la stretta di un neorealismo alquanto consunto, i primi sperimentalismi e
le forme, esauste in partenza, di neoermetismo conducono la poesia
italiana verso uno stato di stagnazione, una crisi «di contenuti
umani e morali» causati da un «fare poesia con la sola testa, evitando o
ignorando [...] tutta la materia prima dell’uomo» (Carlo Bo). A questa
condizione alcuni poeti della cosiddetta terza generazione reagiscono
riappellandosi alla poetica della parola e individuando nel rapporto
vita-morte l’essenza connaturata della poesia. Carlo Betocchi risponde
con L’estate di San Martino, Gatto con Osteria flegrea,
incrociandosi con Luzi in un percorso comune. Infatti, i versi che negli
stessi anni il poeta fiorentino raccoglie in Dal fondo delle campagne (1956-1960)
rispondono alla volontà di isolare «il confronto, il rapporto, la
"questione" tra morte e vita», avverte Luzi, «connaturali con
il poetare stesso». Al pari Gatto, nel dare senso alla sua Osteria
flegrea, afferma che le poesie ivi raccolte hanno atteso che si
coagulassero intorno al «sole di questa serena contemplazione della morte
che è, o dovrebbe essere, il vino dei poeti», ricollegandosi a uno dei
temi di fondo della sua speculazione poetica. A rinforzare l’orientamento
una triste occasione biografica: la morte della madre avvenuta il 3
novembre 1958 (altro punto di contatto con Luzi, toccato da medesima sorte
l’anno seguente).
Per la madre scomparsa Gatto dà alle stampe una plaquette,
La madre e la morte, accolta pressoché integralmente quale sezione
conclusiva di Osteria flegrea. Due le liriche più direttamente
collegate all’occasione: "Sotto i colpi della sepoltura" e
"A mia madre". Nella prima il poeta è costretto ad accettare,
rimarcandola, la distanza che ormai lo separa dalla madre: «Tu sei
lontana, / porta chiusa, niente. / Morte senza voce». Non puramente
indicativo l’accenno al silenzio della morta, poiché proprio quella
voce materna «era così soave» che dai figli veniva ascoltata «come una
musica senza distinguere le parole con cui ci richiamava» (da
"Ritratti di mia madre", in La sposa bambina). Si può
allora senz’altro convenire con Renato Aymone laddove, in un saggio
sulle figure familiari del poeta, avverte che «per Gatto la poesia, nella
sua più radicale astrazione musicalmente orientata, rappresenta l’equivalente
emblematico della voce materna» scomparsa, la quale potrebbe scomparire
anche la voce del poeta: «Ora ch’è sola / mia madre e inerme, dov’è
più quel forte / bambino che scopriva sulla terra / il passo e i denti d’ogni
sua parola?» ("Parabola").
Ben più forzata nella seconda lirica menzionata la
raffigurazione simbolica, con una complessa analogia che vede la madre
associata «con l’assorta / tentennante magia dell’animale / che non
ode più caccia e si fa solo». Il poeta prosegue sullo stesso piano
semantico, identificandola ancora quale «fiera che sverna coi suoi figli»
e così nella chiusa: «O belva ladra / d’ogni rumore, o pallido terrore
/ com’è lontano a divorarci, madre, / il demonio innocente del tuo
cuore». Lo stesso Gatto avverte una certa oscurità del suo dettato al
punto di esplicitare le sue intenzioni in una Nota in appendice
alla raccolta: «a contemplare per ore e ore mia madre morta [...] mi
parve di vederle sul volto la dignità degli esseri millenari [...] Pensai
all’uomo delle nevi. Da me e lei ormai lontani i rumori della caccia,
era rimasto a errare per le latitudini il riso dell’incredulità
perenne?». Non sfugge, infine, alla lettura della lirica come
la morte abbia sublimato e risolto il rapporto edipicamente conflittuale
con la madre: «Altra morte non so mai più lontana / di questa che ci
libera alla presa / delle tue mani, al tuo feroce aiuto». Di rilievo, sul
piano formale e su quello speculativo, la già citata
"Parabola", raro esempio novecentesco di canzone strutturata in
sesta rima, alla maniera di Odo delle Colonne, dove Gatto teorizza una
concezione ciclica delle età dell’uomo per cui «l’uomo nasce dal
bambino morto / nel ragazzo cresciuto», canonizzazione in versi di un
concetto in parte espresso anche in prosa, precisamente nei
"Fantasmi" del Carlomagno nella grotta. Il collegamento
non sorprenda: i due volumi sono fortemente correlati, essendo ambedue
incentrati «sull’essere e non essere meridionale», secondo una
sintetica quanto illuminante dedica autografa apposta sul Carlomagno.
Nelle poesie, come nelle prose, a risplendere è il medesimo «sole
millenario» della terra d’origine e della sua gente. Ritornano così
alcuni temi cari al primo Gatto, quasi una riscoperta, nella e con la
memoria, di un mondo ormai lontano, forse scomparso. Ecco allora
riapparire l’età, dai contorni mitici, spensierati e vitali, della
fanciullezza – «Vanno a letto / nelle case i fanciulli, al buio
compatti / occhieggiano rotondo come gatti» ("Primo amore"); «Lo
scolaro che salta la campana / i numeri di gesso» ("Poesia-fiore
sulla tomba di De Pisis") – che non può conservare per sempre
quest’aura di magica felicità, dovendo prima o poi perdere l’innocente
spensieratezza, «I bambini che pensano negli occhi / hanno l’inverno,
il lungo inverno. Soli / s’appoggiano ai ginocchi per vedere / dentro lo
sguardo illuminarsi il sole» ("Inverno a Roma"). E riferendosi
al figlio avuto con Graziana Pentich, «il nulla / sospetto che ti coglie
/ in mezzo al gioco. È brulla / la tua vita anche a te / nell’attimo
che toglie / la certezza al tuo piede» ("Al mio bambino
Leone").
L’apice delle "Rime"
«Vedere è solo credere ai tuoi occhi», è un verso di
icastica sintesi per un basilare assunto del pensiero di Alfonso Gatto, e
non a caso lo si ritrova nelle Rime di viaggio per la terra dipinta,
dove una matura capacità retorico-affabulatoria fonde mirabilmente il
tratto poetico a quello pittorico nel pieno compimento della teorizzata
unità tra i due segni («io parto dalla prima stesura del colore, dal
primo segno, così come parto dal primo verso», scriverà in "Del
perché io dipingo", autoriflessione sulla propria opera pittorica).
La raccolta si rivela agli occhi del lettore come prodigioso esempio di
uso dell’endecasillabo, «aggraziati nella forma cordiale e familiare
della quartina» (Jacobbi). Vi ritorna più viva che mai quella dialettica
fra senso e ritmo che informa quasi per intero il percorso poetico di
Gatto. Rinnovato anche il lessico con espressioni letterarie, desuete e
neologiche che palesano un sopravvenuto gusto per la ricerca linguistica
ed etimologica.
Le
Rime sono una sorta di diario di viaggio in versi, un itinerario
tra pittura e poesia – se così vogliamo intendere le sue parole poste
"Per licenza" a prefazione della raccolta – e mostrano una
tavolozza oltremodo ricca, con colori disposti «per sottili
contrapposizioni o feroci accumuli, grazie alla mente che assiste al
giuoco libero della mano» (Jacobbi). Una mano sapiente come poche: nelle Rime
il poeta raggiunge la massima consapevolezza e sapienza formale unita
a un «impressionismo decantato e arioso» (Mengaldo) con le cento tele in
versi «nate dall’occasione del dipingere» (Gatto). Così è proprio il
poeta a ritrarre via via «quello che si aspetta / di vedere per caso
aprendo gli occhi» ("Il pacchetto di Nazionali"); a sentirsi
tutt’uno con il pittore nel rappresentare una natura morta alquanto
originale ("Fiori e locandina") o a dipingere «solo un ricordo»
anche se, lo confessa, lo fa «per gioco» ("Facciata natalizia
napoletana"). Ad attrarre il poeta deve essere la peculiarità del «colore
che attinge dalle cose / la memoria superstite» ("Vat 69"). Ne
vengono così fuori nature morte, paesaggi e qualche ritratto, una
cartella ricca di soggetti in cui spiccano le intense accelerazioni
cromatiche, colori che virano l’uno nell’altro e con essi le immagini:
«il rosa scialbato di Venezia», in realtà «crudo violetto che digrada
al / fioco azzurro delle sere» ("Paesaggio veneziano") è solo
uno dei tanti esempi riportabili a riguardo. Non diversamente risponde il
paesaggio ben più familiare della Costiera Amalfitana dove «vi s’arrende
/ la luce», luce capace di «affrancare», in una gioiosa «sorpresa d’essere»,
la «verde di casa rosa Atrani bianca / città d’un tempo» ("Atrani").
Nella ritrattistica conserva ancora grande rilievo la
rappresentazione dell’adolescenza, età eletta a modello esistenziale
privilegiato. Riconosciamo qualche «ragazzo vago», «pago / di trovarsi
nel vivere» e sorpreso dai colori di una «bottiglia di vetro azzurro» o
da quelli di leopardiani «fiori del mazzetto campestre» ("Interno
marzolino") o dalla «vogliosa / testa arruffata al vento che la
imbroglia» ("Le violette di febbraio"). Ma, come già rilevato,
questa età dai mitici contorni è posta di continuo in opposizione, e
contiguità, con la morte. In "Paese di lago" il poeta ritrae un
«gigliare di ragazzi» accanto a «qualche vecchio solo / che dorme» in
un contesto nemmeno tanto velatamente funebre per cui lo stesso gigliare
– e il giglio è fiore simbolicamente connesso alla morte infantile – «tetro
e disperato», l’azzurro «disegna i cimiteri» e «laghi morti» e «battelli
neri» sono posti nella chiusa a segnare lo sfondo della tela.

Epilogo
La morte troverà prematuramente Alfonso Gatto l’8
marzo 1976. Stava lavorando a una nuova raccolta, Desinenze, che
uscirà postuma, giusto un anno dopo la scomparsa. Sopra il fascicolo che
conteneva le liriche del nuovo volume in fieri c’erano questi
profetici versi:
Quante volte mi fu vicina, quante
la morte per sorprendermi, quel giorno
che uscendo dalla nebbia, dalle piante
del parco solo me la vidi intorno
una striscia d’azzurro sull’argento
del cielo, alla mia gola con la mano
(stretto) senza più voce mi trovai col mento.
Non ricordavo il sonno, era passata
la notte sulla ghiaia dei miei denti.
Francesco Napoli
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Non solo poesia
L'intera
opera poetica di Alfonso Gatto è ora raccolta nel volume curato da
Silvio Ramat Tutte le poesie (Mondadori). Sempre con
Mondadori lo stesso poeta aveva riordinato la sua ricca produzione
in versi secondo un ordine fissato da un piano dell’opera così
concepito (tra parentesi l’anno effettivo di pubblicazione):
(1961)
Poesie d’amore (1973)
La storia delle vittime (1966)
La forza degli occhi (1954)
Osteria flegrea (1962)
Rime di viaggio per la terra
dipinta (1969)
Desinenze (1977)
La copiosa produzione in prosa
invece attende ancora una sua sistemazione organica.
Questi i titoli principali:
,
in due edizioni: la prima del 1943, poi completamente riveduta e
corretta nel 1963;
La coda di paglia,
in prima edizione del 1949 e poi riedita, a cura di D’Episcopo nel
1995;
Carlomagno nella grotta,
nel 1962 e poi ripubblicata in edizione accresciuta in Napoli N.N.
nel 1974;
Le ore piccole (note
e noterelle), 1975.
Ricordiamo inoltre l’unico testo
teatrale, Il duello (1944), e una notevole messe di scritti d’arte
tra i quali le monografie: Ottone Rosai (1941), Virgilio
Guidi, pittore (1943), Il creato di Carrà in C. Carrà,
Tutta l’opera pittorica (1967) e Occhio che vede dentro il
suo vedere in P. Cézanne, L’opera completa (1970).
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Una vita spesa tra
arte e letteratura
1909-1925
Alfonso Gatto nasce il 17
luglio 1909 da Giuseppe Gatto, funzionario alla Provincia di
Salerno, ed Erminia Albirosa, un matrimonio che genera quattro
maschi: Nicola, Alfonso, Saverio e Gerardo (scomparso nel 1925), e
quattro femmine: Tina, Lina, Emilia e Wanda. L’infanzia e l’adolescenza
il poeta le definirà "burrascose".
1926-1933 Si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università
di Napoli, «disertandola poi agli ultimi corsi», come Gatto stesso
testimonierà. Da istitutore di collegio a commesso di libreria, da
giornalista a correttore di bozze, con questi mestieri si tiene agli
studi. Prendono vita nel capoluogo partenopeo le prime amicizie con
gli incontri al "Recreo", una cantinatrattoria di via
Ventaglieri. Gatto non dimenticherà gli amici napoletani, che si
ritrovano quali dedicatari di diverse poesie della prima raccolta, Isola
(1932), pubblicata proprio grazie all’aiuto dei suoi sodali,
tra i quali in particolare Carlo Muscetta. Isola viene ben
recensita da Montale e Penna.
1934-1937 Nel 1934 si trasferisce a Milano, che considererà «città
natale sua e della sua poesia». Sposa Jole Turco
dalla quale avrà la primogenita Marina, nata nel 1935. Collabora a Domus
frequenta nella metropoli lombarda il gruppo degli architetti di
Casabella, su cui dal 1937 redige la rubrica "Cronaca
dell’architettura", legandosi con forte amicizia e stima
reciproca a Edoardo Persico. Coltiva un ricco giro di frequentazioni
con artisti e letterati: Carrieri, Sinisgalli, Zavattini, Ferrata,
Vigorelli, Sereni, Dal Fabbro, Tofanelli,
Sassu, Broggini, Giolli, Titta Rosa, Cantatore, Anna Maria
Mazzucchelli e Giulia Veronesi. Gatto, che pratica da tempo la
pittura in proprio, dal 1933 si dedica anche alla critica d’arte
(con Sinisgalli pubblica nel 1934 un saggio su Atanasio Soldati). Ai
primi giudizi favorevoli per la sua poesia di Montale, Penna,
Ferrata e De Robertis si aggiungono quelli di Ungaretti, Palazzeschi
e Bacchelli. Nell’estate del 1936 viene arrestato con l’accusa
di cospirazione comunista. Nel marzo del 1937 con Guanda pubblica la
raccolta poetica Morto ai paesi con la quale si afferma
definitivamente.
1938-1942 Primo soggiorno a Firenze dove dall’agosto del
1938, per un anno, redige con Vasco Pratolini Campo di Marte,
quindicinale di azione artistica e letteraria. Scrive su molte
testate, vivendo sostanzialmente di collaborazioni come quelle su Il
Bargello, Circoli, Corrente, Frontespizio e altre
ancora. Nasce la secondogenita Paola nel 1938. Del 1941, poi, Poesie
edito da Vallecchi, che racchiude quanto fino allora pubblicato.
1943-1946 Gatto torna nell’amata Milano. Nel 1943 espone
per la prima volta alla galleria dell’Annunciata. Partecipa
attivamente alla lotta del Pci clandestino, dove si era iscritto nel
1942, e dal dicembre 1945 dirige (con Mario Bonfantini) Milano-Sera.
Prova così a garantirsi col giornalismo quel minimo di
sicurezza finanziaria che non arriva e che, di fatto, non arriverà
mai. Il 25 aprile del 1945 Gatto e altri stampano il primo numero de
l’Unità alla luce del sole. Avvia una collaborazione al Politecnico
di Vittorini con tanti dubbi in seguito alle prime polemiche
interne al Pci sul rapporto tra intellettuali e partito. Incontra a
Milano, nel corso di una conferenza sul surrealismo, Graziana
Pentich, una giovane pittrice triestina che scrive liriche e cerca
di farsi strada nel giornalismo. Vivranno insieme fino a tutti gli
anni Sessanta.
947-1950 Si trasferisce a Venezia dove l’amico Ugo Arcuno
gli ha offerto un posto di redattore capo nel suo giornale, Il
Mattino del popolo. Ma nell’estate del 1947 è a Torino per l’Unità,
di cui è direttore Davide Lajolo. Nel capoluogo piemontese stringe
qualche significativa amicizia tra cui quella con Italo Calvino e l’attore
Raf Vallone. Nel 1949 gli nasce Leone che porta il nome del fratello
di Graziana morto ventenne combattendo contro gli alleati dei
nazisti. Alfonso torna a Milano ed entra nel novero degli autori
della Mondadori con cui pubblica le Nuove poesie 1941-1949.
1951-1957 Nell’aprile del 1951 abbandona il Pci. Entra
nella redazione del settimanale Epoca, spintovi dall’amico
Cesare Zavattini. Dipinge molto, in parallelo a una sempre costante
attività poetica che culmina con la nuova raccolta La forza
degli occhi (1954). L’anno seguente vince il Premio Bagutta e
nel 1957 lascia Milano per Roma.
1958-1965 Ultimo periodo fiorentino. In maggio comincia
infatti a collaborare a un quotidiano di ispirazione cattolica, Il
Giornale del Mattino. Nel 1959 dà alle stampe la plaquette
La madre e la morte, che verrà inserita nel 1962 in Osteria
flegrea. Nel 1961 segue per il giornale fiorentino a Roma uno
dei "processi del secolo", quello Fenaroli. Nel 1964 Pier
Paolo Pasolini gli affida il ruolo dell’apostolo Andrea nel Vangelo
secondo Matteo, film girato in Puglia. A Roma, gli è facile
imbattersi in Alberto Moravia, che abita con Dacia Maraini a due
passi da lui.
1966-1969 In aprile pubblica La storia delle vittime,
Premio Viareggio. Il 1968 è un anno difficile, tormentato da molte
inquietudini. Trascorre lunghi periodi lontano da Roma. Nel gennaio
del 1969 è in viaggio in Sicilia con Graziana. In maggio, ancora un
trasloco: la nuova casa è in via Flaminia, nei pressi di Ponte
Milvio. Escono nel 1969 le Rime di viaggio per la terra dipinta.
1970-1976 Nel gennaio del 1973 stampa le Poesie d’amore.
Il suo ultimo alloggio romano è uno studio in via Margutta. Il
pomeriggio dell’8 marzo 1976, in seguito a un incidente stradale
avvenuto nei pressi di Capalbio, Alfonso Gatto muore all’ospedale
di Orbetello. Nel primo anniversario della morte del poeta esce
nello Specchio mondadoriano Desinenze, curato da Ruggero
Jacobbi e da Paola Maria Minucci sulla base di carte già quasi
pronte per l’edizione.
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