Perché
la grande stima che circonda il greco classico non si è riverberata sul
"neogreco", il greco moderno? Il greco moderno è stato anzi
ingiustamente messo da parte. È una delle tesi avanzate da Massimo Peri
in Greco antico neogreco e italiano. Dizionario dei prestiti e dei
parallelismi, a cura di Amalìa Kolonia e Massimo Peri (con una
nutrita schiera di collaboratori), saggio introduttivo di M. Peri (Zanichelli,
Bologna, 2008).
È un dizionario diverso dal solito. Mi ha fatto
tornare alla mente certi esempi di lessicografia antica, ad esempio il Flos
italicae linguae del Monosini, 1604, in cui si dimostrava quanto
greco fosse l’italiano. Ma potrei citare altri lavori più moderni,
come Dal greco all’italiano di Riccardo Tesi (Firenze, 1994), o
Il nostro greco quotidiano di Pietro Janni (Bari, 1986). Il
vocabolario raccoglie le seguenti parole: 1. vocaboli neogreci di
origine italiana; 2. vocaboli neogreci passati in italiano; 3. vocaboli
neogreci che hanno in comune con l’italiano l’origine, da una fase
greca più antica; 4. prestiti neogreci dal latino; 5. forestierismi che
sono entrati in greco così come in italiano (come lo scanner, gr.
); 6. neologismi scientifici formati sul greco.
Benché il dizionario sia compilato in caratteri
greci, come del resto era inevitabile, la sua lettura offre (a chi sa
almeno leggere l’alfabeto greco, unico requisito necessario) un
panorama lessicale molto molto familiare. Ci sentiamo a casa, insomma,
quando troviamo parole come
,
abate, angelo e vaso, quest’ultimo ancor più domestico, se ci
ricordiamo
che nella pronuncia moderna la beta
si legge "v", e quindi bazo, anzi vazo, è quasi
uguale al nostro "vaso".
Tuttavia non mi voglio soffermare sul dizionario, pur
così originale, luogo di curiosità e di scoperte, tale da attirare al
neogreco il turista colto che, libero da diabolica ostinazione
monolinguistica, accetti di rinunciare per un attimo all’inglese.
Massimo Peri, con quest’opera, intende anche divulgare il neogreco,
farlo conoscere. Suo merito scientifico, però, oltre all’intento
promozionale, è l’ampio saggio che apre il volume, la più estesa,
briosa, provocatoria disamina complessiva di cui oggi si disponga sui
rapporti tra l’italiano e il greco, anzi direi tra Grecia e Italia.
L’autore ha saputo collegare materia linguistica,
storica e storico-letteraria, per cui l’esito è diverso da altre
sintesi disponibili, ad esempio quella di Emanuele Banfi nel volume La
formazione dell’Europa linguistica. Lingue d’Europa tra la fine del
I e del II millennio (Firenze, 1993). La sintesi di Banfi era bella,
ma la storia del neogreco descritta da Peri è più appassionata e
appassionante, anche per il riferimento continuo alle vicende
politico-sociali che determinano e fanno da sfondo alla storia
linguistica.
L’autore prende le mosse da Costantinopoli, anzi
dalla Guerra Gotica, Belisario e Narsete, l’Esarcato di Romagna, la
lotta per il cosiddetto "corridoio bizantino" che collegava
Ravenna a Roma. Si passa poi alla Sicilia, bizantina poi araba poi
normanna, e si incontra Venezia, la porta d’Oriente, la città
italiana che in assoluto ebbe più rapporti con la Grecia, che si
scontrò con l’Impero bizantino, che costruì in Grecia il proprio
impero coloniale, tanto che il greco è ricco di prestiti veneti, così
come il veneto racchiude ricordi greci, per non parlare del grechesco
della città lagunare, lingua comica, usata per imitare i Greci della
Serenissima. Venezia e le colonie di là dal mare significano scontro
con i Turchi ottomani, una lenta consunzione della Repubblica, che si
concluse per dissanguamento: nel 1669, la perdita di Creta (Candia, per
i Veneziani), più tardi la perdita dell’Eptaneso, di Corfù,
Cefalonia, Zante, Itaca, Paxì. La fine del dominio veneziano sull’Eptaneso
fu sanzionata dal trattato di Campoformio: per memorie scolastiche
ricordiamo la reazione di Foscolo e del suo Ortis di fronte a quel
nefando accordo.
E Foscolo ci porta a un altro aspetto trattato da
Peri, i rapporti tra i letterati italiani e la Grecia, con un altro
intellettuale che conosceva il neogreco, il dalmata Niccolò Tommaseo,
del quale è stata ora ripubblicata un’opera che aiuta a comprendere
queste vicende: le Scintille, curate in maniera esemplare da
Francesco Bruni (Fondazione Bembo, 2008). Alcune pagine delle Scintille
sono appunto in greco, altre in illirico, altre in francese, e ciò
ne fa un libro plurilingue, come plurilingue risulta il quadro della
Grecia tracciato da Peri. Questa è forse una delle caratteristiche più
interessanti del suo studio. In diverse occasioni l’autore manifesta
una certa antipatia per il "filellenismo" dell’Ottocento,
che determinò una "questione della lingua" clamorosamente e
talora violentemente dibattuta in Grecia (ancor più che in Italia), un
filoellenismo che ebbe tanta presa sugli intellettuali europei e portò
Byron, Santorre di Santarosa e altri a combattere per l’indipendenza
di una nazione a cui veniva attribuito un valore simbolico, quasi
mitico. Gli intellettuali che guardavano con occhi filoellenici alla
Grecia vedevano miseria, sporcizia, si scontravano con il retaggio
orientale della dominazione turca, eppure sognavano colonne classiche e
biondi figli di dei. La stessa Atene, spiega Peri, era un piccolo centro
di campagna, spregiato persino per la cattiva qualità della lingua. Fu
scelta come capitale con un ragionamento tipicamente filoellenico, a
tavolino, in nome del suo passato, e fu dotata di monumenti
classicheggianti, anzi neoclassicheggianti, palladiani. Oggi è arrivata
ad avere quattro milioni di abitanti, e dunque l’operazione a tavolino
si può dire riuscita.
Il libro di Peri, tuttavia, ha la caratteristica di
offrirci scorci controcorrente, anti-conformisti, che sollecitano la
riflessione in maniera spesso provocatoria: per esempio le pagine dure
sul protettorato italiano in Dodecaneso e sulla guerra fascista alla
Grecia. Insolita e complessa è anche l’immagine della Grecia
plurilingue, con i gruppi slavi, gli Aromeni, i Meglenoromeni, gli
Arvaniti, i Pomachi, gruppi di cui ben pochi, credo hanno sentito
parlare; e poi gli Armeni, i Giudeo-spagnoli, i Russi, i Rosopondii (Greci
giunti dall’Ucraina), gli Tsigani... insomma, la limpida grecità
lascia il posto a un coacervo di genti e popoli, nella movimentata
geopolitica balcanica, laboratorio di lingue a contatto, di etnie,
incroci, varietà. E, ancora, i Greci fuori della Grecia: in Asia
minore, in Egitto, Libano, Palestina, Siria, Balcani, Russia. Lo stesso
Kavafis, forse il più famoso poeta greco moderno, nacque e trascorse la
maggior parte dell’esistenza ad Alessandria d’Egitto, anche se volle
ricuperare l’antica tradizione ellenistica e bizantina.
Insomma, un libro da leggere e da consigliare a chi ha
fatto il liceo classico e ama la Grecia per le vacanze, e quindi, per
forza, è un po’ affetto dal filoellenismo, da cui il libro di Peri lo
potrà certamente guarire.
Claudio Marazzini