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Lingua e...

   
Quel greco che non sappiamo
di sapere...

di Claudio Marazzini


   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page Un recente dizionario su prestiti e parallelismi tra la nostra lingua e quella greca (sia classica sia moderna) mette bene in luce le profonde e strutturali affinità tra i due idiomi. Ma non parlate all’autore di filoellenismo.
 

Perché la grande stima che circonda il greco classico non si è riverberata sul "neogreco", il greco moderno? Il greco moderno è stato anzi ingiustamente messo da parte. È una delle tesi avanzate da Massimo Peri in Greco antico neogreco e italiano. Dizionario dei prestiti e dei parallelismi, a cura di Amalìa Kolonia e Massimo Peri (con una nutrita schiera di collaboratori), saggio introduttivo di M. Peri (Zanichelli, Bologna, 2008).

È un dizionario diverso dal solito. Mi ha fatto tornare alla mente certi esempi di lessicografia antica, ad esempio il Flos italicae linguae del Monosini, 1604, in cui si dimostrava quanto greco fosse l’italiano. Ma potrei citare altri lavori più moderni, come Dal greco all’italiano di Riccardo Tesi (Firenze, 1994), o Il nostro greco quotidiano di Pietro Janni (Bari, 1986). Il vocabolario raccoglie le seguenti parole: 1. vocaboli neogreci di origine italiana; 2. vocaboli neogreci passati in italiano; 3. vocaboli neogreci che hanno in comune con l’italiano l’origine, da una fase greca più antica; 4. prestiti neogreci dal latino; 5. forestierismi che sono entrati in greco così come in italiano (come lo scanner, gr. ); 6. neologismi scientifici formati sul greco.

Benché il dizionario sia compilato in caratteri greci, come del resto era inevitabile, la sua lettura offre (a chi sa almeno leggere l’alfabeto greco, unico requisito necessario) un panorama lessicale molto molto familiare. Ci sentiamo a casa, insomma, quando troviamo parole come , abate, angelo e vaso, quest’ultimo ancor più domestico, se ci ricordiamo che nella pronuncia moderna la beta si legge "v", e quindi bazo, anzi vazo, è quasi uguale al nostro "vaso".

Tuttavia non mi voglio soffermare sul dizionario, pur così originale, luogo di curiosità e di scoperte, tale da attirare al neogreco il turista colto che, libero da diabolica ostinazione monolinguistica, accetti di rinunciare per un attimo all’inglese. Massimo Peri, con quest’opera, intende anche divulgare il neogreco, farlo conoscere. Suo merito scientifico, però, oltre all’intento promozionale, è l’ampio saggio che apre il volume, la più estesa, briosa, provocatoria disamina complessiva di cui oggi si disponga sui rapporti tra l’italiano e il greco, anzi direi tra Grecia e Italia.

L’autore ha saputo collegare materia linguistica, storica e storico-letteraria, per cui l’esito è diverso da altre sintesi disponibili, ad esempio quella di Emanuele Banfi nel volume La formazione dell’Europa linguistica. Lingue d’Europa tra la fine del I e del II millennio (Firenze, 1993). La sintesi di Banfi era bella, ma la storia del neogreco descritta da Peri è più appassionata e appassionante, anche per il riferimento continuo alle vicende politico-sociali che determinano e fanno da sfondo alla storia linguistica.

L’autore prende le mosse da Costantinopoli, anzi dalla Guerra Gotica, Belisario e Narsete, l’Esarcato di Romagna, la lotta per il cosiddetto "corridoio bizantino" che collegava Ravenna a Roma. Si passa poi alla Sicilia, bizantina poi araba poi normanna, e si incontra Venezia, la porta d’Oriente, la città italiana che in assoluto ebbe più rapporti con la Grecia, che si scontrò con l’Impero bizantino, che costruì in Grecia il proprio impero coloniale, tanto che il greco è ricco di prestiti veneti, così come il veneto racchiude ricordi greci, per non parlare del grechesco della città lagunare, lingua comica, usata per imitare i Greci della Serenissima. Venezia e le colonie di là dal mare significano scontro con i Turchi ottomani, una lenta consunzione della Repubblica, che si concluse per dissanguamento: nel 1669, la perdita di Creta (Candia, per i Veneziani), più tardi la perdita dell’Eptaneso, di Corfù, Cefalonia, Zante, Itaca, Paxì. La fine del dominio veneziano sull’Eptaneso fu sanzionata dal trattato di Campoformio: per memorie scolastiche ricordiamo la reazione di Foscolo e del suo Ortis di fronte a quel nefando accordo.

E Foscolo ci porta a un altro aspetto trattato da Peri, i rapporti tra i letterati italiani e la Grecia, con un altro intellettuale che conosceva il neogreco, il dalmata Niccolò Tommaseo, del quale è stata ora ripubblicata un’opera che aiuta a comprendere queste vicende: le Scintille, curate in maniera esemplare da Francesco Bruni (Fondazione Bembo, 2008). Alcune pagine delle Scintille sono appunto in greco, altre in illirico, altre in francese, e ciò ne fa un libro plurilingue, come plurilingue risulta il quadro della Grecia tracciato da Peri. Questa è forse una delle caratteristiche più interessanti del suo studio. In diverse occasioni l’autore manifesta una certa antipatia per il "filellenismo" dell’Ottocento, che determinò una "questione della lingua" clamorosamente e talora violentemente dibattuta in Grecia (ancor più che in Italia), un filoellenismo che ebbe tanta presa sugli intellettuali europei e portò Byron, Santorre di Santarosa e altri a combattere per l’indipendenza di una nazione a cui veniva attribuito un valore simbolico, quasi mitico. Gli intellettuali che guardavano con occhi filoellenici alla Grecia vedevano miseria, sporcizia, si scontravano con il retaggio orientale della dominazione turca, eppure sognavano colonne classiche e biondi figli di dei. La stessa Atene, spiega Peri, era un piccolo centro di campagna, spregiato persino per la cattiva qualità della lingua. Fu scelta come capitale con un ragionamento tipicamente filoellenico, a tavolino, in nome del suo passato, e fu dotata di monumenti classicheggianti, anzi neoclassicheggianti, palladiani. Oggi è arrivata ad avere quattro milioni di abitanti, e dunque l’operazione a tavolino si può dire riuscita.

Il libro di Peri, tuttavia, ha la caratteristica di offrirci scorci controcorrente, anti-conformisti, che sollecitano la riflessione in maniera spesso provocatoria: per esempio le pagine dure sul protettorato italiano in Dodecaneso e sulla guerra fascista alla Grecia. Insolita e complessa è anche l’immagine della Grecia plurilingue, con i gruppi slavi, gli Aromeni, i Meglenoromeni, gli Arvaniti, i Pomachi, gruppi di cui ben pochi, credo hanno sentito parlare; e poi gli Armeni, i Giudeo-spagnoli, i Russi, i Rosopondii (Greci giunti dall’Ucraina), gli Tsigani... insomma, la limpida grecità lascia il posto a un coacervo di genti e popoli, nella movimentata geopolitica balcanica, laboratorio di lingue a contatto, di etnie, incroci, varietà. E, ancora, i Greci fuori della Grecia: in Asia minore, in Egitto, Libano, Palestina, Siria, Balcani, Russia. Lo stesso Kavafis, forse il più famoso poeta greco moderno, nacque e trascorse la maggior parte dell’esistenza ad Alessandria d’Egitto, anche se volle ricuperare l’antica tradizione ellenistica e bizantina.

Insomma, un libro da leggere e da consigliare a chi ha fatto il liceo classico e ama la Grecia per le vacanze, e quindi, per forza, è un po’ affetto dal filoellenismo, da cui il libro di Peri lo potrà certamente guarire.

Claudio Marazzini

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