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Quattro chiacchiere con...

  
Come comporre una discoteca
tra vinili e mp3

di Dario Manuli
  


   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page

La 161 era la linea d’autobus usata da molti rocker per raggiungere il centro di Londra. Ma 161 è anche il numero degli album di cui si avvale Piero Negri Scaglione per descrivere un viaggio che parte da Sinatra e arriva ai Radiohead.
   

Già caposervizio di Famiglia Cristiana, caporedattore dell’edizione italiana di Rolling Stone e oggi vicedirettore del mensile GQ, Piero Negri Scaglione raccoglie in Rock! Come comporre una discoteca di base (Einaudi, 2008, pagg. 206, euro 13,00) gli album per lui imprescindibili per capire davvero cosa sia il rock, dalle origini a oggi. Non è una classifica, ma una guida per orientarsi tra i pilastri del rock.

  • Intanto ti confido di essermi divertito molto, pur non conoscendo tutti i dischi e non avendo la possibilità di ripercorrere immediatamente il sentiero musicale che hai tracciato. Perché hai scelto di scrivere un libro sul rock?

«Il libro è stato scritto ascoltando di volta in volta l’album di cui si parla. Ho cercato di creare una narrazione che sapesse raccontare quello che questa musica mi ha detto, con uno stile narrativo che potesse rispecchiare lo spirito dell’album in questione. Ci sono due idee guida nel libro: la prima è l’idea di rock, ovvero di cosa sia quest’entità in continua ricerca di autodefinizione. La seconda è l’idea di album. Il libro infatti non si occupa né di canzoni né di persone, si occupa di album perché questo è il concetto costitutivo del rock stesso. Il rock diventa tale quando adotta l’album come suo metodo d’espressione fondamentale e questo è vero tuttora: quando cerchi di definire i Rolling Stones di un certo periodo è naturale parlare degli Stones di Let It Bleed».

  • Come sei riuscito, tra molti, a scegliere questi 161 album?

«Il numero 161 è assolutamente casuale. Il libro non vuole essere esaustivo, in primo luogo perché è scritto in soggettiva. Questo giustifica anche l’aver spesso tralasciato il disco migliore di un artista soffermandomi su quello che a mio avviso è più carico di significato. A una cena Lorenzo Jovanotti, che ha scritto la prefazione, mi chiedeva come avessi potuto escludere Exodus di Bob Marley. Effettivamente ho scelto un disco minore, ma è quello con cui Marley è diventato noto in America e al mondo occidentale, e questo era proprio il senso del messaggio che volevo comunicare».

  • Mi chiedo se la scelta di scrivere questo libro muova anche dal sentimento di incertezza che provi guardando al rapporto che i più giovani hanno oggi con la musica rock?

«Mi sembra che il mondo del rock sia diventato una sorta di tunnel di citazionismo dove, salvo alcuni casi, i gruppi fanno e rifanno molto di ciò che è già stato scritto e suonato. Vedo poco il tentativo di cambiare e di sfidare questo linguaggio, che poi è sempre stato il bello del rock. Ovviamente questa situazione ha una ripercussione sui ragazzi che scoprono il rock oggi. Li vedo molto concentrati su gruppi che appartengono ai miei vent’anni o a un periodo precedente. Da un lato mi dispiace, ma dall’altro ciò mi dà l’occasione di raccontare delle storie su com’è andata, sul perché si è arrivati a certi dischi. Mi sembra infatti che non ci sia molta coscienza su questo, viviamo in un’era digitale in cui, scaricando da iTunes, i Beatles e i Killers diventano di fatto coetanei ed è facile appiattire il senso. Ma questo libro nasce anche dal desiderio di ripercorrere il mio percorso e raccontarlo; dentro a molte di queste schede ci sono emozioni e lavori del mio passato, moltissime interviste, frasi, racconti e aneddoti che ho scoperto negli anni».

  • A proposito di anni, hai percorso il periodo tra il 1960 e il 1989 con ben 132 album e ne hai presi in considerazione solo 26 per raccontare tutto il rock degli ultimi vent’anni. Significa che il linguaggio del rock non ha più saputo innovarsi oppure che si è frammentato in una serie di entità non raggruppabili sotto un’unica parola, o cos’altro?

«Temo che entrambe queste idee siano vere e ne aggiungo una terza, più metodologica, che va considerata: credo che per capire quanto un album sia stato importante sia necessaria un po’ di distanza nel tempo. Mi vengono in mente alcune liste, ad esempio stilate da Rolling Stone negli anni Ottanta. Riguardandole oggi ci troverai dei dischi che onestamente non dicono niente a nessuno. D’altra parte sospetto che anche quello che dici sia vero; quello che mi è sempre piaciuto della musica rock è che non sia mai stata un genere musicale, bensì l’idea di rileggere la musica in modo totalizzante. Questa è la sua forza, che l’ha portata a essere sguardo universale, che l’ha spinta a cambiare continuamente e assorbire qualunque cosa: la musica africana, l’elettronica... tutto. Il rock assorbe tutto! Forse questo si è perso un po’. Tornando alla tua domanda, ci tenevo inoltre a rivalutare in qualche modo gli anni Ottanta. Penso che in quegli anni siano successe molte cose interessanti che per motivi generazionali, probabilmente perché sinora hanno avuto voce pressoché solo critici formatisi negli anni Sessanta e Settanta, è passato per un periodo poco vivace, mentre io trovo lo sia stato e particolarmente».

  • Hai parlato del linguaggio del rock. Nella tua Postfazione, dove citi molte fonti di grande utilità per chi volesse continuare a vivere e conoscere il rock, scrivi che «questo libro parla di una storia conclusa». Mi auguro che questa sia una provocazione dato che allo stesso tempo dici che il rock è il «linguaggio della modernità». Vorrei sapere, se non più nel rock, dove pensi che si possa trovare un nuovo linguaggio della modernità.

«Una bella domanda. Non lo so ancora, ma penso sia un limite mio. Quando è uscito per la prima volta Wired, lo hanno presentato come il Rolling Stone dell’era digitale, come se il nuovo rock’n’roll fosse la tecnologia, l’informatica e quella stessa innovazione. Penso che questo sia vero fino a un certo punto: gli strumenti di comunicazione cambiano ma a noi interessa quello che si veicola, la cultura e il pensiero. Non lo so, sento che il rock cambierà pelle ma non riesco a rispondere. La digitalizzazione della musica è un cambiamento di modello totale. L’idea che sul mio iPod possa mettere migliaia di canzoni e passare in un istante da Sinatra ai Kraftwerk a Jovanotti cambia tutto. È uno scossone a quelle che sono le basi del modo di pensare di chi ha vissuto il rock’n’roll, uno scossone alla concezione stessa di rock’n’roll come insieme di opere compiute, come percorso, astrazione e musica nata dalla fusione di culture diverse. Per certi versi è un trionfo di questa visione, per altri impone di guardare alla musica in un modo nuovo. Mi sembra che questa nuova modalità però non sia tanto chiara. Lorenzo (Jovanotti, ndr) dice che non cambierà nulla, che cambia l’industria, la distribuzione, il lato economico e tecnologico ma che il modo di fare musica e di pensare in fondo non cambia. È possibile che sia così, è possibile che i Radiohead saranno sempre i Radiohead. Ho voluto concludere il libro con il loro ultimo disco, In Rainbow, perché ho trovato che metterlo in download dal loro sito, da cui l’ho comprato il giorno stesso, fosse un gesto molto rock’n’roll! Quello che mi ha convinto a fare il libro in realtà è questo: mi sembra che siamo giunti comunque a un punto in cui o una cosa finisce o cambia totalmente, proprio per questo scrivere Rock! aveva un senso, adesso».

Dario Manuli

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