Già
caposervizio di Famiglia Cristiana, caporedattore dell’edizione
italiana di Rolling Stone e oggi vicedirettore del mensile GQ,
Piero Negri Scaglione raccoglie in Rock! Come comporre una discoteca di
base (Einaudi, 2008, pagg. 206, euro 13,00) gli album per lui
imprescindibili per capire davvero cosa sia il rock, dalle origini a oggi.
Non è una classifica, ma una guida per orientarsi tra i pilastri del
rock.
- Intanto ti confido di essermi divertito molto, pur
non conoscendo tutti i dischi e non avendo la possibilità di
ripercorrere immediatamente il sentiero musicale che hai tracciato.
Perché hai scelto di scrivere un libro sul rock?
«Il libro è stato scritto ascoltando di volta in volta
l’album di cui si parla. Ho cercato di creare una narrazione che sapesse
raccontare quello che questa musica mi ha detto, con uno stile narrativo
che
potesse
rispecchiare lo spirito dell’album in questione. Ci sono due idee guida
nel libro: la prima è l’idea di rock, ovvero di cosa sia quest’entità
in continua ricerca di autodefinizione. La seconda è l’idea di album.
Il libro infatti non si occupa né di canzoni né di persone, si occupa di
album perché questo è il concetto costitutivo del rock stesso. Il rock
diventa tale quando adotta l’album come suo metodo d’espressione
fondamentale e questo è vero tuttora: quando cerchi di definire i Rolling
Stones di un certo periodo è naturale parlare degli Stones di Let It
Bleed».
- Come sei riuscito, tra molti, a scegliere questi 161
album?
«Il numero 161 è assolutamente casuale. Il libro non
vuole essere esaustivo, in primo luogo perché è scritto in soggettiva.
Questo giustifica anche l’aver spesso tralasciato il disco migliore di
un artista soffermandomi su quello che a mio avviso è più carico di
significato. A una cena Lorenzo Jovanotti, che ha scritto la prefazione,
mi chiedeva come avessi potuto escludere Exodus di Bob Marley.
Effettivamente ho scelto un disco minore, ma è quello con cui Marley è
diventato noto in America e al mondo occidentale, e questo era proprio il
senso del messaggio che volevo comunicare».
- Mi chiedo se la scelta di scrivere questo libro muova
anche dal sentimento di incertezza che provi guardando al rapporto che
i più giovani hanno oggi con la musica rock?
«Mi sembra che il mondo del rock sia diventato una
sorta di tunnel di citazionismo dove, salvo alcuni casi, i gruppi fanno e
rifanno molto di ciò che è già stato scritto e suonato. Vedo poco il
tentativo di cambiare e di sfidare questo linguaggio, che poi è sempre
stato il bello del rock. Ovviamente questa situazione ha una ripercussione
sui ragazzi che scoprono il rock oggi. Li vedo molto concentrati su gruppi
che appartengono ai miei vent’anni o a un periodo precedente. Da un lato
mi dispiace, ma dall’altro ciò mi dà l’occasione di raccontare delle
storie su com’è andata, sul perché si è arrivati a certi dischi. Mi
sembra infatti che non ci sia molta coscienza su questo, viviamo in un’era
digitale in cui, scaricando da iTunes, i Beatles e i Killers
diventano di fatto coetanei ed è facile appiattire il senso. Ma questo
libro nasce anche dal desiderio di ripercorrere il mio percorso e
raccontarlo; dentro a molte di queste schede ci sono emozioni e lavori del
mio passato, moltissime interviste, frasi, racconti e aneddoti che ho
scoperto negli anni».
- A proposito di anni, hai percorso il periodo tra il
1960 e il 1989 con ben 132 album e ne hai presi in considerazione solo
26 per raccontare tutto il rock degli ultimi vent’anni. Significa
che il linguaggio del rock non ha più saputo innovarsi oppure che si
è frammentato in una serie di entità non raggruppabili sotto un’unica
parola, o cos’altro?
«Temo che entrambe queste idee siano vere e ne aggiungo
una terza, più metodologica, che va considerata: credo che per capire
quanto un album sia stato importante sia necessaria un po’ di distanza
nel tempo. Mi vengono in mente alcune liste, ad esempio stilate da Rolling
Stone negli anni Ottanta. Riguardandole oggi ci troverai dei dischi
che onestamente non dicono niente a nessuno. D’altra parte sospetto che
anche quello che dici sia vero; quello che mi è sempre piaciuto della
musica rock è che non sia mai stata un genere musicale, bensì l’idea
di rileggere la musica in modo totalizzante. Questa è la sua forza, che l’ha
portata a essere sguardo universale, che l’ha spinta a cambiare
continuamente e assorbire qualunque cosa: la musica africana, l’elettronica...
tutto. Il rock assorbe tutto! Forse questo si è perso un po’. Tornando
alla tua domanda, ci tenevo inoltre a rivalutare in qualche modo gli anni
Ottanta. Penso che in quegli anni siano successe molte cose interessanti
che per motivi generazionali, probabilmente perché sinora hanno avuto
voce pressoché solo critici formatisi negli anni Sessanta e Settanta, è
passato per un periodo poco vivace, mentre io trovo lo sia stato e
particolarmente».
- Hai parlato del linguaggio del rock. Nella tua
Postfazione, dove citi molte fonti di grande utilità per chi volesse
continuare a vivere e conoscere il rock, scrivi che «questo libro
parla di una storia conclusa». Mi auguro che questa sia una
provocazione dato che allo stesso tempo dici che il rock è il «linguaggio
della modernità». Vorrei sapere, se non più nel rock, dove pensi
che si possa trovare un nuovo linguaggio della modernità.
«Una bella domanda. Non lo so ancora, ma penso sia un
limite mio. Quando è uscito per la prima volta Wired, lo hanno
presentato come il Rolling Stone dell’era digitale, come se il
nuovo rock’n’roll fosse la tecnologia, l’informatica e quella stessa
innovazione. Penso che questo sia vero fino a un certo punto: gli
strumenti di comunicazione cambiano ma a noi interessa quello che si
veicola, la cultura e il pensiero. Non lo so, sento che il rock cambierà
pelle ma non riesco a rispondere. La digitalizzazione della musica è un
cambiamento di modello totale. L’idea che sul mio iPod possa mettere
migliaia di canzoni e passare in un istante da Sinatra ai Kraftwerk a
Jovanotti cambia tutto. È uno scossone a quelle che sono le basi del modo
di pensare di chi ha vissuto il rock’n’roll, uno scossone alla
concezione stessa di rock’n’roll come insieme di opere compiute, come
percorso, astrazione e musica nata dalla fusione di culture diverse. Per
certi versi è un trionfo di questa visione, per altri impone di guardare
alla musica in un modo nuovo. Mi sembra che questa nuova modalità però
non sia tanto chiara. Lorenzo (Jovanotti, ndr) dice che non
cambierà nulla, che cambia l’industria, la distribuzione, il lato
economico e tecnologico ma che il modo di fare musica e di pensare in
fondo non cambia. È possibile che sia così, è possibile che i Radiohead
saranno sempre i Radiohead. Ho voluto concludere il libro con il loro
ultimo disco, In Rainbow, perché ho trovato che metterlo in download
dal loro sito, da cui l’ho comprato il giorno stesso, fosse un gesto
molto rock’n’roll! Quello che mi ha convinto a fare il libro in
realtà è questo: mi sembra che siamo giunti comunque a un punto in cui o
una cosa finisce o cambia totalmente, proprio per questo scrivere Rock!
aveva un senso, adesso».
Dario Manuli