Finito
lo strutturalismo, finito il postmoderno, finite le mode di scuole
critiche che negli ultimi decenni sono andate per la maggiore, forse è
davvero tramontato anche un certo modo di concepire la letteratura: cioè
come operazione combinatoria, esercizio di stile, raffinata costruzione
intellettuale che poco ha a che fare con la vita vissuta. Nel suo ultimo
libro, La letteratura in pericolo (Garzanti 2008), il critico
francese Tzvetan Todorov prendeva le distanze da una prassi critica che
gli appariva pericolosa. Egli constatava infatti come l’attenzione
esclusiva agli aspetti esteriori delle opere rischi di allontanare i
lettori dal contenuto umano e ideale dei grandi capolavori della
letteratura, riducendone lo studio a un’arida disamina tecnicistica.
Ora
su questi stessi temi torna, pur compiendo alcune puntualizzazioni, un
collega e connazionale di Todorov, Antoine Compagnon, al quale a dicembre
è stato attribuito il Premio per la critica letteraria internazionale
"Tarquinia Cardarelli", giunto quest’anno alla sua settima
edizione (la giuria era presieduta da Massimo Onofri e composta da Filippo
La Porta e Raffaele Manica). Allievo di Roland Barthes, erede e al tempo
stesso innovatore della critica strutturalista, Compagnon – recita la
motivazione – «riceve il premio in virtù di un lavoro teorico che ha
avuto il coraggio di misurarsi con le obiezioni radicali del senso comune,
rimettendo così in carreggiata una teoria della letteratura drasticamente
in crisi e artisticamente ripiegata su se stessa». Per chi volesse
conoscere il lavoro di Compagnon e il suo metodo critico, rimandiamo a un
suo libro molto famoso, tradotto in Italia da Einaudi alcuni anni fa, Il
demone della teoria.
A Tarquinia (Viterbo) sono stati premiati, oltre ad
Alfonso Berardinelli per la sua lunga carriera, anche due giovani critici
autori di studi sul poeta di Recanati: Chiara Fenoglio per il volume Un
infinito che non comprendiamo. Leopardi e l’apologetica cristiana dei
secoli XVIII e XIX (Edizioni dell’Orso) e Fabrizio Patriarca per il
saggio Leopardi e l’invenzione della moda (Gaffi Editore). Il
riconoscimento per la poesia è andato ad Anna Cascella Luciani e quello
per la piccola e media editoria alla casa romana minimum fax.
- Professor Compagnon, se vogliamo parlare della crisi
della critica in Italia, non si può fare a meno di notare come alla
figura del critico si sia sostituita quella del "giornalista
culturale", specializzato nel "lanciare" in maniera un
po’ "pubblicitaria" le novità librarie, magari su impulso
degli uffici stampa delle case editrici, piuttosto nel ponderarle e
nel valutarle per un servizio al lettore. È così anche in Francia?
«In una certa misura sì. Anche da noi i giornali sono
sempre meno propensi a pubblicare recensioni in senso classico. Fino a un
paio di decenni fa la letteratura aveva molto spazio sui giornali, mentre
oggi i libri incidono meno sul dibattito culturale. Quando un giornale fa
una riforma grafica, la prima cosa che viene ridotta è lo spazio dedicato
ai libri e alle recensioni. Magari di libri si parla anche, ma in realtà
per parlare di altro, cioè di determinati argomenti che essi veicolano,
per esempio certi temi di attualità. In altre parole, si è persa l’attenzione
alla letteratura in quanto tale».
- Eppure c’è anche chi ha accusato la critica di
aver allontanato i lettori dai libri. Pensiamo a quanto sostenuto da
Todorov nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo, in
cui egli attribuisce alla scuola critica dello strutturalismo la colpa
del disamore da parte delle nuove leve di lettori nei confronti dei
libri. Lei che cosa ne pensa?
«In parte condivido la tesi di Todorov, ma in parte no.
Sono d’accordo con lui quando obietta il fatto che lo strutturalismo si
sia trasformato, da teoria critica, in prassi didattica. Lo strutturalismo
non doveva diventare il metodo principale di analisi dei testi adottato
nelle scuole medie e superiori, perché questo approccio così tecnico
rischia di allontanare i giovani dai contenuti umani dei testi. Però non
concordo con Todorov quando sembra voler dismettere in toto la
teoria letteraria, in quanto ritengo che essa sia una componente
importante per chi fa critica».
- Insomma lei sembra dire che, pur riconoscendo la
distanza che separa le teorie letterarie dal "senso comune"
dei lettori, non è affatto intenzionato a rinunciare alla
"scientificità" del metodo.
«Proprio così. Sarà perché sono giunto agli studi
letterari da una formazione matematica, fatto sta che per me è importante
il rigore di una metodologia ben precisa. Nei miei primi anni di
insegnamento alla Sorbona mi sono occupato di filologia e di ecdotica,
lavorando a edizioni critiche dei testi di Proust. Anche successivamente
ho cercato di praticare un metodo capace di legare insieme teoria e storia
della letteratura. Un metodo che cerco di trasmettere ai miei studenti, ma
non certo per indottrinarli o per "ingabbiarli", bensì,
piuttosto, per renderli più liberi. Quando la lettura è più
consapevole, il lettore è infatti portato ad avvicinarsi ai testi in modo
più autonomo e personale, al di là delle indicazioni prescrittive».
- Quanto è importante la figura del critico?
«Molto. Il critico è un "mediatore". Senza
questa mediazione molti autori e molte opere sarebbero misconosciuti.
Serve il critico affinché venga additato ai lettori che cosa vale e cosa
no, cosa leggere e cosa invece trascurare. In fondo ogni lettura è un
atto critico, e quindi ogni lettore è in nuce un critico, ma serve
anche la figura del critico professionale, anche se gli sconvolgimenti che
hanno interessato negli ultimi anni le teorie letterarie l’hanno messa
in crisi».
- Quali sono i pregiudizi più diffusi verso la
critica?
«A un certo punto, diciamo negli anni Sessanta e
Settanta, si è cominciato a vedere la critica come qualcosa di
psicologico, ideologico, borghese e capitalistico. Si è quindi passati
alla teoria, considerata più affidabile quanto a scientificità e
oggettività. La teoria, infatti, nasceva contro la critica e contro la
storia letteraria, o almeno in polemica nei loro confronti. Oggi è
entrata in crisi la teoria, ma la critica non ha riacquistato
autorevolezza. Credo invece, come dicevo prima, che critica e teoria
debbano confrontarsi vicendevolmente».
- Quali prospettive si aprono con le nuove modalità di
lettura, per esempio su schermo?
«Cambierà senz’altro il nostro modo di leggere.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una separazione tra la scrittura e
la carta, pensiamo al computer e a Internet, e nei prossimi assisteremo
anche a una separazione tra la letteratura e la carta, con le nuove forme
di editoria elettronica. Ma poiché pubblicare un testo su Internet non
costa praticamente nulla, il rischio è che così passi tutto, senza un
vaglio, senza un filtro. Senza, cioè, alcuna attenzione critica».
Roberto Carnero