Periodici San Paolo - Home Page

Quattro chiacchiere con...

  
A difesa della critica e della teoria letteraria

di Roberto Carnero
  


   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page

Il Premio "Tarquinia Cardarelli" per la critica letteraria internazionale è stato assegnato allo studioso francese Antoine Compagnon. Il quale rivendica l’importanza per il lettore della figura del "mediatore", cioè del critico.
   

Finito lo strutturalismo, finito il postmoderno, finite le mode di scuole critiche che negli ultimi decenni sono andate per la maggiore, forse è davvero tramontato anche un certo modo di concepire la letteratura: cioè come operazione combinatoria, esercizio di stile, raffinata costruzione intellettuale che poco ha a che fare con la vita vissuta. Nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo (Garzanti 2008), il critico francese Tzvetan Todorov prendeva le distanze da una prassi critica che gli appariva pericolosa. Egli constatava infatti come l’attenzione esclusiva agli aspetti esteriori delle opere rischi di allontanare i lettori dal contenuto umano e ideale dei grandi capolavori della letteratura, riducendone lo studio a un’arida disamina tecnicistica.

Ora su questi stessi temi torna, pur compiendo alcune puntualizzazioni, un collega e connazionale di Todorov, Antoine Compagnon, al quale a dicembre è stato attribuito il Premio per la critica letteraria internazionale "Tarquinia Cardarelli", giunto quest’anno alla sua settima edizione (la giuria era presieduta da Massimo Onofri e composta da Filippo La Porta e Raffaele Manica). Allievo di Roland Barthes, erede e al tempo stesso innovatore della critica strutturalista, Compagnon – recita la motivazione – «riceve il premio in virtù di un lavoro teorico che ha avuto il coraggio di misurarsi con le obiezioni radicali del senso comune, rimettendo così in carreggiata una teoria della letteratura drasticamente in crisi e artisticamente ripiegata su se stessa». Per chi volesse conoscere il lavoro di Compagnon e il suo metodo critico, rimandiamo a un suo libro molto famoso, tradotto in Italia da Einaudi alcuni anni fa, Il demone della teoria.

A Tarquinia (Viterbo) sono stati premiati, oltre ad Alfonso Berardinelli per la sua lunga carriera, anche due giovani critici autori di studi sul poeta di Recanati: Chiara Fenoglio per il volume Un infinito che non comprendiamo. Leopardi e l’apologetica cristiana dei secoli XVIII e XIX (Edizioni dell’Orso) e Fabrizio Patriarca per il saggio Leopardi e l’invenzione della moda (Gaffi Editore). Il riconoscimento per la poesia è andato ad Anna Cascella Luciani e quello per la piccola e media editoria alla casa romana minimum fax.

  • Professor Compagnon, se vogliamo parlare della crisi della critica in Italia, non si può fare a meno di notare come alla figura del critico si sia sostituita quella del "giornalista culturale", specializzato nel "lanciare" in maniera un po’ "pubblicitaria" le novità librarie, magari su impulso degli uffici stampa delle case editrici, piuttosto nel ponderarle e nel valutarle per un servizio al lettore. È così anche in Francia?

«In una certa misura sì. Anche da noi i giornali sono sempre meno propensi a pubblicare recensioni in senso classico. Fino a un paio di decenni fa la letteratura aveva molto spazio sui giornali, mentre oggi i libri incidono meno sul dibattito culturale. Quando un giornale fa una riforma grafica, la prima cosa che viene ridotta è lo spazio dedicato ai libri e alle recensioni. Magari di libri si parla anche, ma in realtà per parlare di altro, cioè di determinati argomenti che essi veicolano, per esempio certi temi di attualità. In altre parole, si è persa l’attenzione alla letteratura in quanto tale».

  • Eppure c’è anche chi ha accusato la critica di aver allontanato i lettori dai libri. Pensiamo a quanto sostenuto da Todorov nel suo ultimo libro, La letteratura in pericolo, in cui egli attribuisce alla scuola critica dello strutturalismo la colpa del disamore da parte delle nuove leve di lettori nei confronti dei libri. Lei che cosa ne pensa?

«In parte condivido la tesi di Todorov, ma in parte no. Sono d’accordo con lui quando obietta il fatto che lo strutturalismo si sia trasformato, da teoria critica, in prassi didattica. Lo strutturalismo non doveva diventare il metodo principale di analisi dei testi adottato nelle scuole medie e superiori, perché questo approccio così tecnico rischia di allontanare i giovani dai contenuti umani dei testi. Però non concordo con Todorov quando sembra voler dismettere in toto la teoria letteraria, in quanto ritengo che essa sia una componente importante per chi fa critica».

  • Insomma lei sembra dire che, pur riconoscendo la distanza che separa le teorie letterarie dal "senso comune" dei lettori, non è affatto intenzionato a rinunciare alla "scientificità" del metodo.

«Proprio così. Sarà perché sono giunto agli studi letterari da una formazione matematica, fatto sta che per me è importante il rigore di una metodologia ben precisa. Nei miei primi anni di insegnamento alla Sorbona mi sono occupato di filologia e di ecdotica, lavorando a edizioni critiche dei testi di Proust. Anche successivamente ho cercato di praticare un metodo capace di legare insieme teoria e storia della letteratura. Un metodo che cerco di trasmettere ai miei studenti, ma non certo per indottrinarli o per "ingabbiarli", bensì, piuttosto, per renderli più liberi. Quando la lettura è più consapevole, il lettore è infatti portato ad avvicinarsi ai testi in modo più autonomo e personale, al di là delle indicazioni prescrittive».

  • Quanto è importante la figura del critico?

«Molto. Il critico è un "mediatore". Senza questa mediazione molti autori e molte opere sarebbero misconosciuti. Serve il critico affinché venga additato ai lettori che cosa vale e cosa no, cosa leggere e cosa invece trascurare. In fondo ogni lettura è un atto critico, e quindi ogni lettore è in nuce un critico, ma serve anche la figura del critico professionale, anche se gli sconvolgimenti che hanno interessato negli ultimi anni le teorie letterarie l’hanno messa in crisi».

  • Quali sono i pregiudizi più diffusi verso la critica?

«A un certo punto, diciamo negli anni Sessanta e Settanta, si è cominciato a vedere la critica come qualcosa di psicologico, ideologico, borghese e capitalistico. Si è quindi passati alla teoria, considerata più affidabile quanto a scientificità e oggettività. La teoria, infatti, nasceva contro la critica e contro la storia letteraria, o almeno in polemica nei loro confronti. Oggi è entrata in crisi la teoria, ma la critica non ha riacquistato autorevolezza. Credo invece, come dicevo prima, che critica e teoria debbano confrontarsi vicendevolmente».

  • Quali prospettive si aprono con le nuove modalità di lettura, per esempio su schermo?

«Cambierà senz’altro il nostro modo di leggere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una separazione tra la scrittura e la carta, pensiamo al computer e a Internet, e nei prossimi assisteremo anche a una separazione tra la letteratura e la carta, con le nuove forme di editoria elettronica. Ma poiché pubblicare un testo su Internet non costa praticamente nulla, il rischio è che così passi tutto, senza un vaglio, senza un filtro. Senza, cioè, alcuna attenzione critica».

Roberto Carnero

   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page