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Quattro chiacchiere con...

  
Zaccuri cerca il vero al Festival e lotrova

di Claudio Toscani
  


   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page

Personaggi e interpreti, come dicevano una volta le locandine degli spettacoli. E lo spettacolo, nell’ultimo romanzo di Zaccuri, è nientemeno che il Festival di Sanremo, nascosto dal titolo del libro: Infinita notte.
   

Autore di una decina di testi, tra critici e narrativi, Zaccuri trascorre dalle pagine quasi austere ma anche inventive di Il signor figlio (romanzo leopardiano) a una serie di storie nate e cresciute attorno alla nostra massima manifestazione canora. Le più lavorate sono tre: quella del rapper Silver G., escluso dal parco cantanti ma figlio di un dirigente Rai (con tutti i prevedibili nessi); quella di Miles-De Michele, manager italo-americano invischiato dalla bellissima Jean (una top delle Mauritius) in un riciclaggio di denaro sporco; quella delle ragazzine Francy e Vanessa, giunte a Sanremo dalla provincia per inebetirsi di canzoni e cantanti. Ogni storia va da sé, ha un suo iter avventuroso e una sua estrosa conclusione. In attesa che i lettori di Infinita notte (Mondadori, 2009, pagg. 272, euro 18,50) la scoprano da sé, rivolgiamo alcune domande ad Alessandro Zaccuri.

  • Che lei possa aver scritto di televisione, religione, società o letteratura non meraviglia, conoscendola. Le chiedo semmai cosa lega in lei, in qualità di primarie motivazioni, temi molto diversi gli uni dagli altri.

«Vivo in questo mondo, e cerco di farlo tenendo gli occhi aperti. E poi sono una persona curiosa, il che, in una situazione come l’attuale, può essere una dote, ma anche una condanna. La realtà accelera in continuazione, c’è sempre una nuova frontiera da esplorare, una metamorfosi imminente che però (e questo, per me, è il punto decisivo) non cambia la sostanza dell’umano. Amo la letteratura, però mi ribello all’idea che questo amore debba servire soltanto ad alimentare un culto elitario e residuale. Al contrario, vorrei che leggere e scrivere libri fosse un modo per entrare in contatto con la complessità del reale. Tutto il reale: il passato al quale abbiamo attribuito una patina di nobiltà, ma anche il presente, che forse ci appare più dimesso di quanto non sia realmente. Per questo ho voluto correre il rischio di passare dal Leopardi, peraltro assai dimesso, del Signor figlio al caravanserraglio del Festival di Sanremo».

  • Con questo recente Infinita notte, siamo, infatti, in pieno Festival sanremese, ma del 2010. Come mai una data a venire se si vuole raccontare un fenomeno che ha sessant’anni di vita?

«Sbaglierò, ma ho l’impressione che una delle caratteristiche della narrazione letteraria sia quella di non essere mai davvero "in tempo reale". Decenni separano Balzac dal mondo che descrive, e Tolstoj non era neppure nato nel momento in cui si svolgevano i fatti di Guerra e pace. C’è bisogno di assumere una distanza, di collocarsi in una prospettiva sfalsata. Quando non lo si può fare raccontando il passato, si può provare a ottenere lo stesso effetto aguzzando la vista verso un futuro possibile e incombente. Simile al presente, eppure in qualche misura diverso, immaginario».

  • In questo libro lei convoca in pagina numerose trame, personaggi, situazioni, non tutte legate alla kermesse musicale. Cos’altro ha voluto dirci, tenuto conto che il libro apre con una frase di Solženicyn: «Tanta allegria, e perché poi?».

«La frase viene dal celebre discorso di Harvard, del 1978, in cui Solženicyn, appena arrivato negli Usa, mette in guardia l’Occidente: non è la legge che salva, non è la pensione garantita, non è la possibilità di spassarsela. C’è una serietà dell’esistenza senza la quale la vita non può essere veramente considerata umana. Le storie che si intrecciano o si sfiorano in Infinita notte rappresentano altrettante occasioni in cui questa serietà rivendica i propri diritti. Perché Sanremo potrà anche essere il palcoscenico più rutilante e insincero, ma anche lì, in quel luogo di finzione, a ciascuno di noi può accadere qualcosa di vero. Innamorarsi, sperare, soffrire, scontrarsi con il limite che è la nostra umanità, l’obiezione ultima alla leggerezza letale del divertimento e dell’ironia».

  • Infatti, lei narra Sanremo, non lo celebra ma non lo schiva, anzi lo assalta ma qua e là lo assolve. Allora, se «Sanremo è Sanremo», perché snobbarlo?

«Appunto, perché? Se Fitzgerald ha potuto prendersela con Hollywood e nel contempo trasformarla in poesia con Gli ultimi fuochi; se Robert Altman ha potuto servirsi della musica country per comporre il caleidoscopio di Nashville, perché non provarci con Sanremo? Non dico di esserci riuscito, ma almeno ho voluto tentare. Noi italiani, per il timore di essere provinciali, a volte non ci accorgiamo delle possibilità di racconto che ci appartengono, oppure le volgiamo in grottesco, in una sorta di autodenigrazione compulsiva. Il Festival è nazionalpopolare, d’accordo. Ma noi tutti, in fondo in fondo, lo siamo. Specie quando ci nascondiamo dietro i riti dello snobismo di massa».

  • Quali casi e quali tipi l’hanno più interessata nella poliedrica antologia del testo? Quali pregi e difetti, vizi e qualità, virtù e peccati?

«C’è un tema che mi sta molto a cuore, e che era già al centro del Signor figlio: il rapporto fra le generazioni. Torna anche in Infinita notte, in quasi tutte le storie che provo a raccontare. Il personaggio che preferisco, forse, è quello di Babushka, la "grande vecchia" che pare dettare legge nel misterioso, e un po’ scalcinato, clan di russi in agitazione lungo la Riviera. Si tratta di una figura ambigua, dispotica e materna, che però nasconde un nucleo di autenticità. In tutto il libro, del resto, ho investito molto sui caratteri femminili. Il signor figlio era una storia quasi esclusivamente maschile, sentivo il bisogno di portare molte donne, di età e condizioni diverse, dentro questo mosaico di storie».

  • Avendo letterariamente optato per quel contesto festivaliero, che l’Italia conosce e mediaticamente magnifica ogni anno da decenni, ha voluto scovargli una moralità o impartirgli una morale?

«Scommettere su una moralità possibile, piuttosto. Operazione per la quale fare un po’ di morale non guasta, anche perché nel corso degli anni il Festival ha sempre più sollecitato la dimensione della polemica, del colpo di scena, a volte addirittura dello scandalo. Non di rado appellandosi a un moralismo stereotipato, ma al quale va riconosciuta un’efficacia indubbia, per quanto meccanica. Una rappresentazione della serietà, non la serietà autentica».

  • Sappiamo che non è al romanzo che spetta il sermone, ma in questo Infinita notte abbiamo letto pagine di struggente richiamo religioso. O abbiamo capito male?

«L’assunto di In terra sconsacrata è proprio questo: anche nei contesti in apparenza più degradati è possibile riconoscere le tracce della tradizione spirituale cristiana. Infinita notte prova a mettere in atto questa premesse. Sanremo non è solo la città del Festival, è anche la sede di una delle più belle chiese ortodosse dell’Europa occidentale: l’intuizione di inserire la teologia dell’icona nel romanzo viene da qui. C’è un’avventuriera che posa a essere Giovanna d’Arco e, alla fine, si identifica veramente con la Pulzella. C’è una cantante come Britney Spears, di cui si immagina una conversione alla Kabbala che parrebbe imposta dalla moda e che sortisce invece una sua verità preterintenzionale. Nella speranza che perfino a Sanremo i miracoli appartengano ancora all’orizzonte della realtà».

Claudio Toscani

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