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di una decina di testi, tra critici e narrativi, Zaccuri trascorre dalle
pagine quasi austere ma anche inventive di Il signor figlio (romanzo
leopardiano) a una serie di storie nate e cresciute attorno alla nostra
massima manifestazione canora. Le più lavorate sono tre: quella del rapper
Silver G., escluso dal parco cantanti ma figlio di un dirigente Rai
(con tutti i prevedibili nessi); quella di Miles-De Michele, manager
italo-americano invischiato dalla bellissima Jean (una top delle
Mauritius) in un riciclaggio di denaro sporco; quella delle ragazzine
Francy e Vanessa, giunte a Sanremo dalla provincia per inebetirsi di
canzoni e cantanti. Ogni storia va da sé, ha un suo iter avventuroso
e una sua estrosa conclusione. In attesa che i lettori di Infinita
notte (Mondadori, 2009, pagg. 272, euro 18,50) la scoprano da sé,
rivolgiamo alcune domande ad Alessandro Zaccuri.
- Che lei possa aver scritto di televisione, religione,
società o letteratura non meraviglia, conoscendola. Le chiedo semmai
cosa lega in lei, in qualità di primarie motivazioni, temi molto
diversi gli uni dagli altri.
«Vivo in questo mondo, e cerco di farlo tenendo gli
occhi aperti. E poi sono una persona curiosa, il che, in una situazione
come l’attuale, può essere una dote, ma anche una condanna. La realtà
accelera in continuazione, c’è sempre una nuova frontiera da esplorare,
una
metamorfosi imminente che però (e questo, per me, è il punto decisivo)
non cambia la sostanza dell’umano. Amo la letteratura, però mi ribello
all’idea che questo amore debba servire soltanto ad alimentare un culto
elitario e residuale. Al contrario, vorrei che leggere e scrivere libri
fosse un modo per entrare in contatto con la complessità del reale. Tutto
il reale: il passato al quale abbiamo attribuito una patina di nobiltà,
ma anche il presente, che forse ci appare più dimesso di quanto non sia
realmente. Per questo ho voluto correre il rischio di passare dal
Leopardi, peraltro assai dimesso, del Signor figlio al
caravanserraglio del Festival di Sanremo».
- Con questo recente Infinita notte, siamo,
infatti, in pieno Festival sanremese, ma del 2010. Come mai una data a
venire se si vuole raccontare un fenomeno che ha sessant’anni di
vita?
«Sbaglierò, ma ho l’impressione che una delle
caratteristiche della narrazione letteraria sia quella di non essere mai
davvero "in tempo reale". Decenni separano Balzac dal mondo che
descrive, e Tolstoj non era neppure nato nel momento in cui si svolgevano
i fatti di Guerra e pace. C’è bisogno di assumere una distanza,
di collocarsi in una prospettiva sfalsata. Quando non lo si può fare
raccontando il passato, si può provare a ottenere lo stesso effetto
aguzzando la vista verso un futuro possibile e incombente. Simile al
presente, eppure in qualche misura diverso, immaginario».
- In questo libro lei convoca in pagina numerose trame,
personaggi, situazioni, non tutte legate alla kermesse musicale.
Cos’altro ha voluto dirci, tenuto conto che il libro apre con una
frase di Solženicyn: «Tanta allegria, e perché poi?».
«La frase viene dal celebre discorso di Harvard, del
1978, in cui Solženicyn, appena arrivato negli Usa, mette in guardia l’Occidente:
non è la legge che salva, non è la pensione garantita, non è la
possibilità di spassarsela. C’è una serietà dell’esistenza senza la
quale la vita non può essere veramente considerata umana. Le storie che
si intrecciano o si sfiorano in Infinita notte rappresentano
altrettante occasioni in cui questa serietà rivendica i propri diritti.
Perché Sanremo potrà anche essere il palcoscenico più rutilante e
insincero, ma anche lì, in quel luogo di finzione, a ciascuno di noi può
accadere qualcosa di vero. Innamorarsi, sperare, soffrire, scontrarsi con
il limite che è la nostra umanità, l’obiezione ultima alla leggerezza
letale del divertimento e dell’ironia».
- Infatti, lei narra Sanremo, non lo celebra ma non lo
schiva, anzi lo assalta ma qua e là lo assolve. Allora, se «Sanremo
è Sanremo», perché snobbarlo?
«Appunto, perché? Se Fitzgerald ha potuto prendersela
con Hollywood e nel contempo trasformarla in poesia con Gli ultimi
fuochi; se Robert Altman ha potuto servirsi della musica country per
comporre il caleidoscopio di Nashville, perché non provarci con
Sanremo? Non dico di esserci riuscito, ma almeno ho voluto tentare. Noi
italiani, per il timore di essere provinciali, a volte non ci accorgiamo
delle possibilità di racconto che ci appartengono, oppure le volgiamo in
grottesco, in una sorta di autodenigrazione compulsiva. Il Festival è
nazionalpopolare, d’accordo. Ma noi tutti, in fondo in fondo, lo siamo.
Specie quando ci nascondiamo dietro i riti dello snobismo di massa».
- Quali casi e quali tipi l’hanno più interessata
nella poliedrica antologia del testo? Quali pregi e difetti, vizi e
qualità, virtù e peccati?
«C’è un tema che mi sta molto a cuore, e che era
già al centro del Signor figlio: il rapporto fra le generazioni.
Torna anche in Infinita notte, in quasi tutte le storie che provo a
raccontare. Il personaggio che preferisco, forse, è quello di Babushka,
la "grande vecchia" che pare dettare legge nel misterioso, e un
po’ scalcinato, clan di russi in agitazione lungo la Riviera. Si tratta
di una figura ambigua, dispotica e materna, che però nasconde un nucleo
di autenticità. In tutto il libro, del resto, ho investito molto sui
caratteri femminili. Il signor figlio era una storia quasi
esclusivamente maschile, sentivo il bisogno di portare molte donne, di
età e condizioni diverse, dentro questo mosaico di storie».
- Avendo letterariamente optato per quel contesto
festivaliero, che l’Italia conosce e mediaticamente magnifica ogni
anno da decenni, ha voluto scovargli una moralità o impartirgli una
morale?
«Scommettere su una moralità possibile, piuttosto.
Operazione per la quale fare un po’ di morale non guasta, anche perché
nel corso degli anni il Festival ha sempre più sollecitato la dimensione
della polemica, del colpo di scena, a volte addirittura dello scandalo.
Non di rado appellandosi a un moralismo stereotipato, ma al quale va
riconosciuta un’efficacia indubbia, per quanto meccanica. Una
rappresentazione della serietà, non la serietà autentica».
- Sappiamo che non è al romanzo che spetta il sermone,
ma in questo Infinita notte abbiamo letto pagine di struggente
richiamo religioso. O abbiamo capito male?
«L’assunto di In terra sconsacrata è proprio
questo: anche nei contesti in apparenza più degradati è possibile
riconoscere le tracce della tradizione spirituale cristiana. Infinita
notte prova a mettere in atto questa premesse. Sanremo non è solo la
città del Festival, è anche la sede di una delle più belle chiese
ortodosse dell’Europa occidentale: l’intuizione di inserire la
teologia dell’icona nel romanzo viene da qui. C’è un’avventuriera
che posa a essere Giovanna d’Arco e, alla fine, si identifica veramente
con la Pulzella. C’è una cantante come Britney Spears, di cui si
immagina una conversione alla Kabbala che parrebbe imposta dalla moda e
che sortisce invece una sua verità preterintenzionale. Nella speranza che
perfino a Sanremo i miracoli appartengano ancora all’orizzonte della
realtà».
Claudio Toscani