La
storia di Davide, l’unto del Signore, padre della Nazione, tocca i
vertici dell’arte narrativa biblica. Non solo il ciclo davidico si
srotola per ben tre libri (1-2Sam; 1Re), ma il suo ricordo impregnerà
tutta la Scrittura. Assurto a modello dell’eletto di Dio per
eccellenza, sembra oscurare perfino le figure dei patriarchi e di Mosè:
basti pensare all’influsso esercitato dal libro dei Salmi. Eppure
anche scrittori familiari al confronto scritturistico – da Mario
Brelich a Giuseppe Berto – lo hanno scansato. Forse perché di lui si
sa troppo? Ma ecco che, in questi ultimi anni di fluviali – e non di
rado superficiali – riscritture bibliche, la storia di Davide
ricompare insieme a un autore scomparso: Carlo Coccioli, mancato nel
2003 ma "cancellato" dall’editoria molti anni prima. Si era
stabilito a Parigi nel 1949 e a Città del Messico nel 1954, dove
soggiornò fino alla morte. Come nota Neria De Giovanni in un suo
recente saggio (Le frontiere dell’uomo. Carlo Coccioli dall’Italia
al Messico, Nemapress, 2008, pagg. 224, euro 18,00), fu l’unico
scrittore
italiano perfettamente trilingue. Compose una quindicina d’opere
direttamente in francese e tre in spagnolo; i suoi inediti, nel nostro
Paese, sono ancora parecchi.
La riunione mensile del comitato scientifico di Letture
si apre proprio con una lettera inviata dall’autore a Ferruccio
Parazzoli nel dicembre 1998. Lettera in cui si avverte tutta la pacata
amarezza dell’autore per l’ostracismo riservatogli dai nostri
editori. Che definisce «marziani». Egli ricorda che si geme per l’assenza
dei suoi libri in Italia «perfino» su un articolo «lunghissimo ne L’Osservatore
Romano». Non solo. Coccioli trova cancelli chiusi anche presso i
quotidiani e non viene concesso neppure un articolo una tantum: «Soffro
[sottolineato nell’originale, NdA] realmente di non poter avere
in Italia neanche uno sfogo ogni venti giorni». Perché questo
ostruzionismo? Da un lato Coccioli lamenta, nel libro-intervista Tutta
la verità, l’eccessivo predominio di scrittori come Moravia o
Piovene sulla scena culturale (a proposito: la versione italiana di Tutta
la verità è quasi dimezzata rispetto all’originale spagnolo.
Perché? Scelte editoriali). Ma un peso lo ebbe sicuramente l’omosessualità
esplicita di Coccioli: il suo Fabrizio Lupo – che peraltro
affronta l’argomento in maniera assai casta rispetto a chi, come
Tondelli, ne calcò le orme – comparve in Italia quasi venticinque
anni dopo l’edizione francese. Ma in un’intervista concessa al Canal
Once della Televisione messicana nel 1976, Coccioli dirà anche: «[...]
la mia problematica non è facilmente assumibile in Italia: io penso
troppo a Dio e all’anima, ovvero sia alle domande esistenziali:
"chi sono, di dove vengo, dove vado?"» (citato in De
Giovanni, pag. 214). Insomma, è la miscela esplosiva coccioliana nel
suo insieme a dare fastidio. Così, concludendo la sua lettera a
Parazzoli, lo scrittore livornese affida la speranza di poter tornare a
scrivere nel proprio Paese alla preghiera: «Oggi è il giorno della
Virgen de Guadalupe, e anch’io, nonostante i miei vagabondaggi
teologici che talvolta mi portano molto lontano, ho qui nell’altarino
di casa una candela accesa alla Virgencita Morena. Spero che lei non ne
sorrida. Questa lettera l’affido a un uomo della Rai… ma l’affido
soprattutto alla Guadalupana».
Preghiera. Questa parola ci rimanda subito al romanzo,
Davide, che secondo Antonio Rizzolo è realmente un’unica
preghiera. Il racconto, infatti, è strutturato come un lungo dialogo
del vecchio re con il suo Dio, davanti al quale ripercorre tutta la sua
esistenza. Lo stile è curatissimo ma non sempre immediato, riflesso del
contorcimento interiore di Davide/Coccioli, apolidi della terra e dello
spirito. Un libro che ha alcune intuizioni folgoranti – sottolinea
Roberto Carnero – originale e molto poco italiano nella sua assenza di
una struttura ferrea. Un romanzo che alla sua uscita (1976) meritò il
Premio selezione Campiello e il Premio Basilicata, nonostante alcune
reiterate digressioni possano, alla lunga, affaticare la lettura.
Difficoltà che provengono anche dall’approccio con il testo biblico
originale. Che Coccioli riproduce in modo quasi pedissequo. Nessuna
"versione alternativa", nessuna introduzione di personaggi
inventati: la grandiosa sfida dello scrittore è quella di ricostruire «stati
psicologici e motivazioni interiori dei personaggi» (De Giovanni)
valorizzando i limiti testuali, invece che sbarazzarsene. Per questo,
nella Nota conclusiva, Coccioli si scusa con il lettore: maniaco della
bella prosa, egli tuttavia ha voluto rispettare «maggiormente, in ogni
senso, la (relativa) autenticità della storia [...] ho costantemente l’impressione
che la nostra riverenza verso ciò che non può difendersi dai
disinvolti oltraggi costringa in compenso il tempo passato a venire a
noi per occupare, nobilitandolo, il nostro personale e non di rado
sordido spazio. Nella misura del possibile, dunque, questo è un libro
vero». Per il narratore che non osa dire "Io!" un silenzio,
una frattura, una tensione o addirittura una manifesta contraddizione
nel testo o r i g i n a r i o possiedono una densità semantica talmente
forte che anche le ipotesi più plausibili vanno tenute in secondo
piano. La conoscenza di Coccioli del testo biblico, d’altra parte, è
elevatissima, come si nota dalle originali integrazioni dei Salmi per
bocca di Davide, «frutto di una traduzione molto spesso letterale fino
al fanatismo».
Stesso discorso vale per i personaggi, che Coccioli
presenta in tutta la loro carnalità, materialità e sensualità secondo
l’antropologia biblica (il che depone a favore della modernità della
Sacra Scrittura, prima che di Coccioli), ma senza ammiccanti
riduzionismi o demitizzazioni, né strizzatine d’occhio alla
contemporaneità. Gioco facile avrebbe egli avuto, ad esempio, nel voler
leggere "qualcosa in più" nell’amicizia tra Davide e
Gionata; ma Coccioli stesso scrive che una simile allusione sarebbe «una
versione atroce». Ancora più semplice sarebbe stato ridurre i profeti
a cialtroni avidi di potere. E del fatto che Samuele, Natan e Gad
abbiano precise simpatie politiche, Coccioli non fa mistero, ma quando
Dio parla attraverso di loro non c’è dubbio che sia Altro a
manifestarsi attraverso di loro.
Dio. Ecco il punto, il rovello continuo, l’«enigma
ossessionante» di Davide/Coccioli. Un Dio ineffabile, capriccioso,
arbitrario – nota Aldo Giobbio – il cui primo attributo non pare
essere né la clemenza né la misericordia. Una Divina Presenza talmente
misteriosa che Davide l’invoca chiamandola Chi-Che cosa, Niente-Tutto,
Non spazio-Non tempo (mutuando, unico anacronismo, il vocabolario
cabbalistico). Eppure Presenza che egli ama incondizionatamente. Perché
proprio rievocando la sua storia davanti a Essa, sul letto di morte,
Davide scopre che tutto è inesorabilmente inglobato dall’amore...
anche la morte stessa. «Si approssima il Sabato», sussurra il re nell’ultima
pagina. E quel bisbiglio rimanda a un altro passo, stavolta del Nuovo
Testamento, che accompagna la sepoltura di Gesù: «già splendevano le
luci del sabato» (Lc 23,54). Quasi una promessa, quasi un ponte gettato
sopra la morte per condurre a quell’unità e pienezza agognate ogni
giorno.
Paolo Pegoraro