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Recensioni.Il libro del mese.

   
Colui che fu re, poeta, soldato,
santo, uomo

di Paolo Pegoraro


   Letture n.655 marzo 2009 - Home Page Carlo Coccioli,
Davide,
Sironi, 2009, pagg. 349, euro 17,00.
  

La storia di Davide, l’unto del Signore, padre della Nazione, tocca i vertici dell’arte narrativa biblica. Non solo il ciclo davidico si srotola per ben tre libri (1-2Sam; 1Re), ma il suo ricordo impregnerà tutta la Scrittura. Assurto a modello dell’eletto di Dio per eccellenza, sembra oscurare perfino le figure dei patriarchi e di Mosè: basti pensare all’influsso esercitato dal libro dei Salmi. Eppure anche scrittori familiari al confronto scritturistico – da Mario Brelich a Giuseppe Berto – lo hanno scansato. Forse perché di lui si sa troppo? Ma ecco che, in questi ultimi anni di fluviali – e non di rado superficiali – riscritture bibliche, la storia di Davide ricompare insieme a un autore scomparso: Carlo Coccioli, mancato nel 2003 ma "cancellato" dall’editoria molti anni prima. Si era stabilito a Parigi nel 1949 e a Città del Messico nel 1954, dove soggiornò fino alla morte. Come nota Neria De Giovanni in un suo recente saggio (Le frontiere dell’uomo. Carlo Coccioli dall’Italia al Messico, Nemapress, 2008, pagg. 224, euro 18,00), fu l’unico Copertina del volume.scrittore italiano perfettamente trilingue. Compose una quindicina d’opere direttamente in francese e tre in spagnolo; i suoi inediti, nel nostro Paese, sono ancora parecchi.

La riunione mensile del comitato scientifico di Letture si apre proprio con una lettera inviata dall’autore a Ferruccio Parazzoli nel dicembre 1998. Lettera in cui si avverte tutta la pacata amarezza dell’autore per l’ostracismo riservatogli dai nostri editori. Che definisce «marziani». Egli ricorda che si geme per l’assenza dei suoi libri in Italia «perfino» su un articolo «lunghissimo ne L’Osservatore Romano». Non solo. Coccioli trova cancelli chiusi anche presso i quotidiani e non viene concesso neppure un articolo una tantum: «Soffro [sottolineato nell’originale, NdA] realmente di non poter avere in Italia neanche uno sfogo ogni venti giorni». Perché questo ostruzionismo? Da un lato Coccioli lamenta, nel libro-intervista Tutta la verità, l’eccessivo predominio di scrittori come Moravia o Piovene sulla scena culturale (a proposito: la versione italiana di Tutta la verità è quasi dimezzata rispetto all’originale spagnolo. Perché? Scelte editoriali). Ma un peso lo ebbe sicuramente l’omosessualità esplicita di Coccioli: il suo Fabrizio Lupo – che peraltro affronta l’argomento in maniera assai casta rispetto a chi, come Tondelli, ne calcò le orme – comparve in Italia quasi venticinque anni dopo l’edizione francese. Ma in un’intervista concessa al Canal Once della Televisione messicana nel 1976, Coccioli dirà anche: «[...] la mia problematica non è facilmente assumibile in Italia: io penso troppo a Dio e all’anima, ovvero sia alle domande esistenziali: "chi sono, di dove vengo, dove vado?"» (citato in De Giovanni, pag. 214). Insomma, è la miscela esplosiva coccioliana nel suo insieme a dare fastidio. Così, concludendo la sua lettera a Parazzoli, lo scrittore livornese affida la speranza di poter tornare a scrivere nel proprio Paese alla preghiera: «Oggi è il giorno della Virgen de Guadalupe, e anch’io, nonostante i miei vagabondaggi teologici che talvolta mi portano molto lontano, ho qui nell’altarino di casa una candela accesa alla Virgencita Morena. Spero che lei non ne sorrida. Questa lettera l’affido a un uomo della Rai… ma l’affido soprattutto alla Guadalupana».

Preghiera. Questa parola ci rimanda subito al romanzo, Davide, che secondo Antonio Rizzolo è realmente un’unica preghiera. Il racconto, infatti, è strutturato come un lungo dialogo del vecchio re con il suo Dio, davanti al quale ripercorre tutta la sua esistenza. Lo stile è curatissimo ma non sempre immediato, riflesso del contorcimento interiore di Davide/Coccioli, apolidi della terra e dello spirito. Un libro che ha alcune intuizioni folgoranti – sottolinea Roberto Carnero – originale e molto poco italiano nella sua assenza di una struttura ferrea. Un romanzo che alla sua uscita (1976) meritò il Premio selezione Campiello e il Premio Basilicata, nonostante alcune reiterate digressioni possano, alla lunga, affaticare la lettura. Difficoltà che provengono anche dall’approccio con il testo biblico originale. Che Coccioli riproduce in modo quasi pedissequo. Nessuna "versione alternativa", nessuna introduzione di personaggi inventati: la grandiosa sfida dello scrittore è quella di ricostruire «stati psicologici e motivazioni interiori dei personaggi» (De Giovanni) valorizzando i limiti testuali, invece che sbarazzarsene. Per questo, nella Nota conclusiva, Coccioli si scusa con il lettore: maniaco della bella prosa, egli tuttavia ha voluto rispettare «maggiormente, in ogni senso, la (relativa) autenticità della storia [...] ho costantemente l’impressione che la nostra riverenza verso ciò che non può difendersi dai disinvolti oltraggi costringa in compenso il tempo passato a venire a noi per occupare, nobilitandolo, il nostro personale e non di rado sordido spazio. Nella misura del possibile, dunque, questo è un libro vero». Per il narratore che non osa dire "Io!" un silenzio, una frattura, una tensione o addirittura una manifesta contraddizione nel testo o r i g i n a r i o possiedono una densità semantica talmente forte che anche le ipotesi più plausibili vanno tenute in secondo piano. La conoscenza di Coccioli del testo biblico, d’altra parte, è elevatissima, come si nota dalle originali integrazioni dei Salmi per bocca di Davide, «frutto di una traduzione molto spesso letterale fino al fanatismo».

Stesso discorso vale per i personaggi, che Coccioli presenta in tutta la loro carnalità, materialità e sensualità secondo l’antropologia biblica (il che depone a favore della modernità della Sacra Scrittura, prima che di Coccioli), ma senza ammiccanti riduzionismi o demitizzazioni, né strizzatine d’occhio alla contemporaneità. Gioco facile avrebbe egli avuto, ad esempio, nel voler leggere "qualcosa in più" nell’amicizia tra Davide e Gionata; ma Coccioli stesso scrive che una simile allusione sarebbe «una versione atroce». Ancora più semplice sarebbe stato ridurre i profeti a cialtroni avidi di potere. E del fatto che Samuele, Natan e Gad abbiano precise simpatie politiche, Coccioli non fa mistero, ma quando Dio parla attraverso di loro non c’è dubbio che sia Altro a manifestarsi attraverso di loro.

Dio. Ecco il punto, il rovello continuo, l’«enigma ossessionante» di Davide/Coccioli. Un Dio ineffabile, capriccioso, arbitrario – nota Aldo Giobbio – il cui primo attributo non pare essere né la clemenza né la misericordia. Una Divina Presenza talmente misteriosa che Davide l’invoca chiamandola Chi-Che cosa, Niente-Tutto, Non spazio-Non tempo (mutuando, unico anacronismo, il vocabolario cabbalistico). Eppure Presenza che egli ama incondizionatamente. Perché proprio rievocando la sua storia davanti a Essa, sul letto di morte, Davide scopre che tutto è inesorabilmente inglobato dall’amore... anche la morte stessa. «Si approssima il Sabato», sussurra il re nell’ultima pagina. E quel bisbiglio rimanda a un altro passo, stavolta del Nuovo Testamento, che accompagna la sepoltura di Gesù: «già splendevano le luci del sabato» (Lc 23,54). Quasi una promessa, quasi un ponte gettato sopra la morte per condurre a quell’unità e pienezza agognate ogni giorno.

Paolo Pegoraro

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