Può
sembrare originale parlare di conflitto in associazione al consumo. Il
consumo, nel nostro immaginario, evoca, infatti, contesti pacificati,
regolati, vitali, sulla falsariga di quelli tipici delle sue
"cattedrali" (Ritzer): gli shopping center, sempre più
presenti nel nostro territorio.
Inoltre, la nostra esperienza storica ci ha mostrato
come il consumo, o meglio, la socializzazione al consumo, ci abbia
liberati dai forti contrasti ideologici presenti nel nostro Paese. Un
processo che abbiamo visto in opera a partire dal boom economico; un
processo inclusivo, quello della socializzazione al consumo, che
presentava, soprattutto nella fase iniziale, un forte legame simbolico con
un’idea di evoluzione del Paese verso la piena modernità.
Un processo che, negli anni ’80, ci ha fatto uscire
dal clima insurrezionale (con il relativo portato di violenza diffusa e di
lutti) degli anni ’70; un clima che è stato fortemente stemperato in
poco tempo, da tale processo, che ha avuto soprattutto la forza di
mostrare la concreta infondatezza degli assunti ideologici generatori di
contrasti irriducibili.
È sempre nello stesso decennio (anni ’80) che si è,
poi, percepito che il consumo fosse il motore dello sviluppo economico.
Una legge economica, questa, spesso ricordata da diverse istituzioni nelle
crisi recenti, per stimolare modalità di risposta "razionale"
alle crisi del decennio.

È però proprio la recente reiterazione del concetto, o
meglio della "legge economica", che ci ha portati a ritenere
come il consumo, oggi, in realtà, non svolga opera di pacificazione
sociale ma abbia in sé un forte potenziale di conflitto.
Perché, infatti, nei momenti di crisi degli anni 2000,
si sente il bisogno di ribadire con forza che il consumo è alla base dell’evoluzione
del mercato?
Probabilmente perché il consumo ha delle dinamiche che
solo in parte sono dettate dalla razionalità economica. Probabilmente
perché la costruzione culturale settecentesca, smithiana, dell’homo
oeconomicus, tramontata la modernità, è oggi in grave crisi, non
riesce a rappresentare efficacemente le dinamiche di fondo del
comportamento umano. Più corretto, quindi, analizzare il consumo tenendo
conto delle motivazioni antropologiche e psicologiche che lo sottendono,
senza imbrigliarlo troppo nella gabbia della scienza economica (Fabris
2003; Ilardi 2004).
Adottando questo approccio possiamo notare che dagli
anni Settanta in poi lo sviluppo del consumo è stato sempre meno
collegato a un progetto sociale. Questo perché, a partire da quel
decennio, si smette di seguire, come vettore sociale, il sogno del
successo, con le sue tappe segnate simbolicamente (anche) dal consumo
di particolari beni, ma ci si appropria (istantaneamente) del successo
del sogno (Ilardi 2004). Con il risultato che oggi siamo fieri dei
nostri sogni e ansiosi di rappresentarli simbolicamente tramite il consumo
o, meglio, tramite il pieno inserimento nei flussi di consumo. Ansiosi al
punto tale che non siamo disposti ad aspettare momenti opportuni o,
addirittura, disposti a fare sacrifici per raggiungere l’obiettivo.
Si può dire che non è neanche più il consumo di un
bene a dare un apporto alla nostra identità (debolissima), ma è la
capacità di reggere il ritmo del consumo: capacità da esplicare
individualmente, appagante, quindi, soprattutto in una condizione di
solitudine. Si può dire che siamo pienamente inclusi, pienamente
cittadini della postmodernità, se pienamente inseriti nel flusso di
consumo (Parenti - Gnasso 2004).
L’atto di consumo, pertanto, diviene uno stato di
necessità da soddisfare individualmente. È qui che si apre spazio a ogni
tipo di conflitto; lo si può riscontrare, ad esempio, in recenti
agitazioni sindacali che, più che tutelare l’occupazione, hanno avuto l’obiettivo
di tutelare il pieno inserimento nei flussi di consumo (simbolicamente: il
diritto di cittadinanza). Notiamo quindi che l’azione per tutelare (o
conquistare) la propria inclusione sociale tende a rompere gli equilibri
della società tradizionale (moderna) ma, mancando di tensione sociale,
non va a definirne di nuovi.
La necessità di consumo, di conseguenza, può essere
alla base di problemi politici, di governabilità della pace sociale.
Inoltre, cosa più sorprendente e, a nostro avviso, più interessante per
capire l’attuale dinamica socio-economica, può essere un problema per
il sistema di mercato.
Tale sistema è, infatti, bisognoso di ordine e, per
questo, portatore di etica e di regole, che sempre più, il consumatore,
per essere tale, necessariamente deve trasgredire, stante il suo stato di
necessità. Uno stato di necessità paradossalmente sempre più alimentato
da sollecitazioni del mercato per favorirne il relativo sviluppo, in base
alla "legge economica" di cui sopra. Tali sollecitazioni, in un
momento di recessione economica quale l’attuale, come effetto non troppo
collaterale della loro azione persuasiva, non possono far altro che
alimentare un senso di esclusione sociale crescente (secondo una recente
indagine dell’istituto Swg, tale sentimento è cresciuto di dieci punti
percentuali in un anno e mezzo) e rinvigorire un sentimento di invidia
sociale per gli "inclusi senza merito", che possono cambiare
volto a seconda della contingenza.
Per inciso, data la nostra debole identità, ormai i
nostri strali sembrano andare su qualunque categoria o gruppo sociale sia
ancora dotata di una qualsivoglia identità: medici, professori
universitari, piloti, impiegati pubblici, ecc. (Diamanti 2008). Si può
obiettare che lo stato di necessità legato al consumo possa essere
reversibile. La possibilità esiste, ma lo spettro della reale
emarginazione sociale e la potenza seduttiva dei messaggi del mercato, la
rendono non priva di sanzione. Sino a renderla improponibile ai più.
Non crediamo che, allo stato attuale, possa essere
possibile a livello di maggioranza sociale un progetto di moderazione
consumista vissuto con convinzione. Realisticamente, data le premesse
esposte, una scelta di campo simile può essere fatta solo da una
minoranza di persone.
Prendiamo dunque atto della situazione; non potendo
tornare indietro, dobbiamo convivere con tale realtà del consumo e con la
sua potenza (distruttrice). Proprio per questa tensione distruttiva
rivolta a qualunque ordine costituito, essa è una potenza difficile da
utilizzare (o anche da cavalcare) per un progetto sociale, come si inizia
a ipotizzare da più parti.
A meno che non si inizi a lavorare sul piano oggi più
direttamente coinvolto dai comportamenti individuali di consumo: il piano
estetico. Lavorando su un’estetica di durata e non sull’attuale
estetica dell’effimero, si può iniziare a spostare l’individualismo
dominante verso una dimensione personalistica, propria della cultura
cristiana, collegata, questa sì, a un orizzonte progettuale.
Stefano Gnasso
Docente di Marketing dei prodotti mediali
presso l’Università Cattolica di Milano
e responsabile del Campus Multimedia di Mediaset