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In una società come l’attuale,
dove prevale sempre più la frammentazione sociale, l’individuo entra in
conflitto con gli altri per l’affermazione della propria identità. Un
"lavoro" simbolico che non deve sfociare nella violenza.
"Gli individui sono costretti a
perseguire degli obiettivi di ridefinizione continua della loro identità
personale e sociale e devono pertanto combattere quotidianamente una lotta
simbolica per trovare un proprio spazio nella società."
Il
mondo occidentale è entrato da tempo in una fase di evidente declino
culturale. Il sociologo Jeremy Rifkin ha contrapposto il modello
statunitense a quello europeo e ha sostenuto che il problema del declino
riguarda soprattutto il primo, mentre il secondo ha davanti a sé delle
radiose prospettive di sviluppo. In realtà entrambi i modelli, nonostante
le profonde differenze culturali e storiche che li caratterizzano, sono
coinvolti da quella profonda condizione di crisi che interessa oggi tutto
l’Occidente. La maggior parte della popolazione ha poca fiducia nel
futuro. Ha raggiunto un livello di benessere che considera soddisfacente,
ma non condivide più dei progetti e delle ideologie che possano
costituire un tessuto sociale in grado di aggregare e, allo stesso tempo,
anche di muovere il sistema sociale verso nuovi traguardi.
Da tempo i tradizionali raggruppamenti sociali di ampie
dimensioni hanno lasciato il loro posto in Occidente a una struttura
sociale frammentata, che tende sempre più a essere centrata sul singolo
individuo. E questo processo è accentuato sia dalle principali forme di
comunicazione sociale, che sostituiscono alle tradizionali modalità
massificate e standardizzate altre modalità più personalizzate e
individualizzate; sia dalle nuove tecnologie informatiche, che
contribuiscono in modo determinante al passaggio delle organizzazioni e
delle imprese da strutture centralizzate a strutture di tipo policentrico
e reticolare, che richiedono agli individui soprattutto di esprimere la
propria individualità. Tende a prevalere perciò la frammentazione,
ovvero un processo di disintegrazione progressiva che coinvolge le
società occidentali a tutti i livelli: le comunità tradizionali, la
politica, i mercati di consumo, ecc.
Dunque, aumentano inevitabilmente l’instabilità, il
disordine e le tendenze contraddittorie in una cultura sociale che sta
divenendo sempre più complessa, perché caratterizzata dalla crescita del
numero e della varietà degli elementi che la costituiscono, nonché delle
interdipendenze tra tali elementi. La stessa identità personale degli
individui deve adattarsi alla nuova situazione e da unitaria e stabile si
fa sempre più polimorfica e variabile. D’altronde, lo stesso mondo del
lavoro richiede in maniera crescente agli individui di essere flessibili e
adattabili.
Si disgregano di conseguenza anche i confini e le
gerarchie tradizionalmente stabiliti nella società (tra la cultura alta e
quella bassa, il lavoro e il tempo libero, la politica e lo spettacolo,
ecc.) e le barriere esistenti tra le principali entità sociali (scienza,
educazione, politica, ecc.). Si produce dunque nell’ambiente culturale
una crescente mescolanza di stili e frammenti espressivi differenti, un
mix libero ed eclettico nel quale i livelli di lettura possibili per
ciascun singolo testo si moltiplicano e tutti gli stili sono consentiti.
Tutto insomma viene accettato, perché non esistono più né il giusto,
né lo sbagliato, mentre dominano il paradosso, la plurivalenza e la
polisemia.
Ne consegue che anche gli individui sono costretti a
perseguire degli obiettivi di ridefinizione continua della loro identità
personale e sociale e devono pertanto combattere quotidianamente una lotta
simbolica per trovare un proprio spazio nella società. Certo, ciò non
rappresenta una novità. I sociologi classici mettevano in luce già alla
fine dell’Ottocento come negli individui convivano sempre due spinte
contrastanti: a essere uguali agli altri e a differenziarsi, a perdersi
nella massa e a sentirsi unici. Il che produce inevitabilmente una
competizione tra gli uomini per affermare la propria identità. Il consumo
si inserisce perfettamente all’interno di questo fenomeno. Rendendo
così sempre più evidente, come sosteneva l’antropologa Mary Douglas,
che il consumo può funzionare come un ponte oppure come una barriera
rispetto al prossimo. E in questo secondo caso, dando inevitabilmente
origine a tensioni e conflitti di vario tipo.
Ma il processo di frammentazione sociale che si è
sviluppato negli ultimi anni ha intensificato questo fenomeno. Cosicché
oggi le situazioni conflittuali fanno registrare una sempre maggiore
presenza sulla scena sociale e sono più visibili anche all’interno del
mondo dei media, i quali costituiscono un fedele specchio delle
dinamiche in corso nella società. Dai media, però, rimbalzano di
nuovo nel sociale. La presenza mediatica contribuisce infatti, a sua
volta, ad ampliare progressivamente il ruolo occupato dai conflitti nella
società. Dunque, la conflittualità sembra rappresentare una dimensione
ineliminabile del vivere sociale. E l’attuale pervasività del sistema
mediatico ha contribuito a rafforzarne l’importanza. Nel contempo,
però, ha contribuito anche a mantenerla soprattutto su un piano
simbolico, a evitare che si trasformi in aperta violenza. A far sì,
cioè, che i conflitti possano continuare a svolgere una fondamentale
funzione di produzione di dinamismo per le società capitalistiche.
Proprio ciò che ha consentito a queste ultime di rinnovarsi continuamente
ed essere vincenti rispetto agli altri modelli economico-sociali.
Vanni Codeluppi
Docente di Comunicazione pubblicitaria e
immagine di marca
presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia
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