 |
A
tredici anni dalla prematura scomparsa la figura e l’opera del poeta
russo acquistano una rilevanza sempre maggiore e si configurano come una
delle esperienze letterarie più significative del ventesimo secolo.
Basterebbe
affrontare una manciata di pagine mirate per rendersi conto dello spessore
intellettuale e della personalità inimitabile di Iosif Brodskij. Le
pagine sono quelle di Un volto non comune preparate in occasione
del discorso per il Premio Nobel conferitogli nel 1987, dove si può
apprezzare, tra l’altro, il recupero del concetto di estetica in un
periodo che non aveva ancora del tutto smaltito l’ubriacatura nei
confronti del dogmatismo ideologico ereditato dai decenni precedenti: «Ogni
nuova realtà estetica è la madre dell’etica. Giacché l’estetica è
la madre dell’etica. Le categorie di "buono" e
"cattivo" sono, in primo luogo e soprattutto, categorie
estetiche che precedono le categorie del "bene" e del
"male". In etica non "tutto è permesso" proprio
perché non "tutto è permesso" in estetica, perché il numero
dei colori nello spettro solare è limitato».
Ebbene, quanti dei poeti di casa nostra avrebbero
sottoscritto all’epoca una simile dichiarazione d’intenti senza venir
tacciati di passatismo e messi alla gogna del pubblico ludibrio? Ma
Brodskij aveva alle spalle una sorta di distacco nei confronti della sua
stessa esistenza che gli derivava sia dalle sofferenze patite a causa dell’ostracismo
che il regime sovietico («l’unico al mondo dove si uccide per una
poesia», aveva sentenziato Nadezda Mandel’štam) gli aveva imposto fino
alla definitiva scelta dell’esilio avvenuta nel 1972, sia dalle
successive precarie condizioni di salute che l’avevano a più riprese
portato a un passo dalla morte. E, in fondo, proprio questo suo distacco
gli faceva assumere posizioni spesso sgradite all’intellighenzia che
ragiona per partito preso, distacco che fa da pendant con il totale
coinvolgimento che l’autore russo aveva nei confronti dei suoi autori
prediletti. Ancora adesso se qualche lettore autolesionista come il
sottoscritto vuole rammaricarsi per non conoscere la lingua russa, vada a
rileggersi gli incantevoli saggi che Brodskij ha dedicato a Osip Mandel’štam,
ad Anna Achmatova, a Marina Cvetaeva in quello straordinario libro
intitolato Less Than One, apparso dalla statunitense Farrar, Straus
& Giroux nel 1986, e riproposto in italiano nei due volumi Fuga da
Bisanzio e Il canto del pendolo, entrambi pubblicati da Adelphi
nel 1987.

La prosa di Brodskij (speculare per molti aspetti alla
sua poesia in virtù della scelta di esprimersi in inglese, quale sorta di
ideale omaggio sia al suo grande modello, Wystan Hugh Auden, sia alla
lingua degli Stati Uniti, Paese che l’aveva ospitato) riesce a
trasmettere al lettore l’amore che il poeta russo nutriva nei confronti
di queste voci indimenticabili attraverso uno stile lineare e
sorvegliatissimo. Non è un caso che Pietro Citati osservasse come «nessuno,
in Occidente, compone saggi che abbiano l’intensità e l’eleganza di
quelli di Brodskij». Dopo aver letto Il figlio della civiltà, La
Musa in lutto o Nota in calce a una poesia ci si affligge per
non essere in grado di affrontare nella lingua originale l’afflato
visionario di Mandel’štam, le cadenze appassionate dell’Achmatova, i
ritmi convulsi della Cvetaeva ma di apprezzarne solo l’eco che qualche
slavista illuminato riesce in parte a tramandarci.
Poesia dall’esilio
Brodskij emigrò dalla Russia («per il suo bene»,
secondo le autorità sovietiche) con pochi oggetti al seguito: un libro di
John Donne, una macchina per scrivere e due bottiglie di liquore, una
delle quali riservata al suo mito poetico, Wystan Hugh Auden, considerato «la
più grande mente del ventesimo secolo». Sembra che il destino di
Brodskij si incarnasse in quel pugno di oggetti sottratti alla miopia di
un regime che «negli anni Trenta e Quaranta sfornava vedove di scrittori
con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in
circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato». Non
bisogna stupirsi quindi se Donne e Auden rappresentano i due poli estremi
di un universo dove si rincorrono le voci dei poeti che hanno segnato, in
maniera inequivocabile, la stessa avventura esistenziale e letteraria di
Brodskij.
La
sua poesia, avallata da un mentore d’eccezione come l’Achmatova, si
sviluppa all’insegna del recupero di forme prosodiche tradizionali,
rivisitando in maniera del tutto originale metro e rima. Non per niente si
è parlato, a proposito della singolare commistione tra regolarità
strofica e spiccata ascendenza figurativa, di una sorta di «classicismo
allucinatorio». Uno dei suoi primi traduttori italiani, Giovanni
Buttafava, osserva al riguardo: «Anche dopo l’esilio, quando sembra per
un momento aprirsi a toni quasi pubblicistici (rari peraltro), la sua
linea è individuale, ferma, implacabilmente coerente con l’esercizio
letterario fino a quel punto condotto. Il poeta è un "viaggiatore
solitario", confessa. La battaglia con i materiali biografici è la
più intransigente e la più vittoriosa di Brodskij».
Fin dagli esordi la linea poetica di Brodskij si orienta
in direzione antitetica rispetto ai canoni della cultura ufficiale,
modellandosi sulla falsariga di esempi anglosassoni e di qualche voce
isolata come quella del poeta ottocentesco Evgenij Baratynskij, con un
rigore e una sobrietà ancora più sorprendenti se si considera che l’autore
russo aveva una formazione da autodidatta (abbandonò gli studi regolari
ad appena quindici anni). Brodskij, accusato di «parassitismo doloso»,
subirà due processi dai toni kafkiani e ogni sorta di soprusi, conoscendo
l’esperienza del confino e del manicomio criminale. Osserva ancora
Buttafava: «Brodskij si scava dentro la selva delle proposte liriche una
sua via di singolare, caparbio rilievo, prendendo le distanze anche da
consacratissime linee evolutive o da poetiche ricchissime. Ecco il rifiuto
(motivato fino allo spasimo, illuminato da amorevoli o dolorosi
attraversamenti e provvisorie consonanze) dello sperimentalismo
neoavanguardistico e del patetismo esibizionistico cantabile, dell’accademia
pasternakiana o puskiniana della "limpidezza ad ogni costo",
dell’assoluto estetico dell’"arte per l’arte" o di Blok,
persino della diletta Achmatova».
D’altro canto lo stesso poeta dichiarava di essere «affetto
da classicismo normale», anche se le influenze al riguardo sono numerose
e quanto mai eterogenee: si passa infatti dalla metafisica di Donne,
autore con il quale Brodskij si misurò anche sul piano della traduzione e
a cui dedicò la Grande elegia di John Donne, alle
vertiginose accensioni visionarie di Mandel’štam e della Cvetaeva, dal
magistero lirico di Auden ai modelli costituiti dagli americani Frost e
Lowell, dal greco Kavafis, dal nostro Montale. Come si vede dunque un
coacervo magmatico di voci, spesso in aperta contrapposizione tra loro, ma
dalle quali Brodskij riesce a ricavare, soprattutto in chiave esegetica,
la quintessenza delle loro diverse peculiarità.
Sprezzatura e classicismo
Il poeta russo fa ricorso a forme canoniche come quelle
del sonetto o dell’elegia senza mai scadere in un mero compiacimento
stilistico, bensì sviluppando alcune grandi tematiche universali: l’amore,
il dolore, la morte, il passare inesorabile del tempo. In tale contesto è
di fondamentale importanza la funzione attribuita al linguaggio. Non è il
poeta che si esprime attraverso il linguaggio ma il linguaggio che
paradossalmente si esprime attraverso il poeta. «È sciocco dire che
"il poeta sente la voce della Musa" se non si chiarisce qual è
la natura della Musa. Ma se si guarda più da vicino, ci si accorge che la
voce della Musa è la voce della lingua», osserva lo stesso autore in un’intervista.
In una recensione Pasolini sosteneva che la poesia di
Brodskij «si fonda sull’idea dell’inutilizzabilità della poesia».
E, in effetti, è evidente il tentativo di svincolarsi da soggetti troppo
incandescenti, come se al poeta fosse riconosciuta, al di là delle stesse
vicissitudini di carattere biografico, la libertà di espressione più
assoluta. La poesia e la letteratura in genere rappresentano dunque lo
strumento privilegiato per tentare di interpretare e comprendere una
realtà dai tratti sempre più poliedrici e complessi. Le divagazioni
metaletterarie di Brodskij non sono mai gratuite, bensì conservano un
impianto di chiara ascendenza ontologica del tutto moderno e originale.
Non
è un caso che alcuni modelli classici rappresentino l’ideale
piattaforma poetica per intraprendere viaggi che conservano un’astrattezza
di tipo metafisico. Si pensi, per esempio, alle Elegie romane,
sorta di riscrittura del capolavoro goethiano pervasa da una "sprezzatura"
tipicamente novecentesca. O alle liriche in cui più marcati sono i
riferimenti al mondo mitologico e i richiami all’opera di Orazio, Ovidio
e Properzio. «Brodskij usò costantemente modelli e mitologemi classici,
trasformandoli e infrangendoli, sottoponendoli a rielaborazione ironica e
a commento filosofico», asserisce Solomon Volkov.
Con il tempo serpeggia qua e là il tentativo di aderire
a quella Parte del discorso, come suona il titolo di una raccolta
di versi del 1977, in cui più evidente appare la lezione della Cvetaeva
(modello riconosciuto inarrivabile dallo stesso poeta), disancorata da una
struttura metrica troppo rigida e impostata su un linguaggio di ascendenza
colloquiale e prosastica, anche se, nel caso di Brodskij, caratterizzato
da tonalità meno frammentarie e più lineari. «I versi si alternano
seguendo una necessità "interna", accendendosi in fondo di
singolari rime imperfette, enjambements vertiginosi a volte,
assonanze/dissonanze. E il lessico è imbevuto di idiotismi, spingendosi
fino a certo "turpiloquio" febbrile, a modi di dire popolareschi
violentati e ricomposti in metafore talora misteriose», osserva ancora
Buttafava.
E, nonostante sia evidente un atteggiamento di distacco
nei confronti della poesia cosiddetta civile, non è raro ritrovare
affondi di tipo politico, mai disgiunti però da una tensione di carattere
esistenziale sempre presente (si pensi, ad esempio, ai Versi sulla
campagna d’inverno del 1980, ispirati all’invasione sovietica dell’Afghanistan,
o alla stessa Fermata nel deserto, in cui si descrive la
distruzione di una chiesa greca di Leningrado). «Se mai un poeta ha un
obbligo verso la società, è quello di scrivere bene», asseriva.
Venezia e Pietroburgo
Brodskij aveva una particolare predilezione per Venezia,
sfociata nella composizione di quell’incantevole volumetto intitolato Fondamenta
degli Incurabili, in cui ricostruisce la storia dei suoi soggiorni
nella città lagunare. Nella Serenissima Brodskij riconosceva le atmosfere
magiche della sua città natale San Pietroburgo (all’epoca della sua
nascita la città, non a caso soprannominata «la Venezia del Nord», si
chiamava ancora Leningrado, nome ufficiale che si scontrava con quello
coniato ironicamente dal poeta e dalla sua cerchia di amici: Pìter) e
nell’isola di San Michele il poeta scelse di essere sepolto, vicino alle
spoglie di Pound, Strawinskij, Diagilev. Venezia rappresenta la sua «personale
forma del Paradiso», la città ideale legata alla riscoperta di un certo
umanesimo che, nell’opera di Brodskij, si tinge spesso di connotati
eccentrici e suggestivi tesi a rivelare una personalità tra le più
rilevanti del secondo Novecento.

Ma Venezia incarna anche il pericolo sempre incombente
di cadere nel tranello dell’ovvietà e dei luoghi comuni, anche se tali
ostacoli vengono aggirati in virtù di uno sguardo sempre vigile, pronto a
catturare i particolari di una realtà indefinibile e nascosta e di
ricamare metafore con l’eleganza di una chiave di violino, come risulta
da questa descrizione: «È una conseguenza naturale della topografia
veneziana, dei vicoli tortuosi e sguscianti come anguille che alla fine ti
portano a una grande sogliola, a una piazza con una chiesa al centro,
incrostata di santi, che ostenta nel cielo le sue cupole simili a meduse».
Come nel cinema di Andrej Tarkovskij l’acqua è uno
degli elementi prediletti. In essa Brodskij ritrova quella dimensione di
"fluidità" espressa in una delle liriche più pregnanti, San
Pietro, ispirata alla visione della chiesa veneziana di San Pietro di
Castello: «Ricordati bene: / l’acqua, soltanto l’acqua, sempre e
ovunque / resta fedele a se stessa, insensibile / ad ogni metamorfosi,
liscia, distesa / là dove non è più terraferma». Si noti come in
questo testo sia presente, attraverso il nome della basilica veneziana, il
riferimento a Pietroburgo, la creazione di Pietro il Grande. Tuttavia Lev
Losev osserva: «Ad un poeta così sensibile alle immagini della cultura
altrui, quale è Brodskij, era chiaro già a priori che Venezia e
Pietroburgo sono sostanzialmente diverse».
Venezia, Roma e Firenze sono il tema di alcune tra le
più intriganti Poesie italiane, raccolte da Adelphi in volume nel
1996. Si pensi infatti a Dicembre a Firenze, Laguna o alle
due sequenze di Strofe veneziane, con esiti davvero rimarchevoli: «Scrivo
questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca, / d’inverno, con
la sola giacca addosso, / dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi /
con frasi in madrelingua. / Nella tazza si raffredda il caffè. /
Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi / la torbida pupilla
per l’ansia di fissare nel ricordo / questo paesaggio, capace di fare a
meno di me».
Da Brodskij a Brodsky
La produzione poetica in inglese di Brodskij, se si
eccettuano i saggi e le innumerevoli auto-traduzioni in cui l’elemento
creativo occupa
un ruolo non secondario, si limita a una cinquantina di titoli. Brodskij
aveva l’abitudine, spesso insoddisfatto dalla resa offerta dai
traduttori americani, di volgere in inglese i suoi stessi testi, sia per
quel che concerne la poesia che la prosa. Si consideri, per esempio, che
alcuni saggi sono stati originariamente composti nella sua madrelingua e,
solo in un secondo momento, tradotti dall’autore. L’elemento
filologico acquista perciò particolare rilievo alla luce del fatto che l’aspetto
creativo o relativo alle varianti era quanto mai presente nella lezione
inglese delle poesie composte originariamente in russo. Un esempio
riguarda la poesia intitolata Quintetto che, nella traduzione dello
stesso autore, acquista un’ulteriore appendice, divenendo così un Sestetto
(Sextet sarà appunto ribattezzata in inglese). Una delle
poesie tradotte è Baltico del Nord, di cui riportiamo lo splendido
incipit: «Quando la bufera incipria il porto, quando i pini,
frusciando, / lasciano nell’aria una scia che delle lamine di una slitta
è più fonda, / quale grado di azzurrità può raggiungere un occhio?
Quale segno / il linguaggio può far germogliare da un cauto contegno?».
L’Elegia (per W.H. Auden) risulta essere la
prima poesia stilata in inglese da Brodskij e risale al 1973, qualche mese
dopo il suo approdo negli Stati Uniti, e anticipa la successiva, composta
nel 1977, dedicata a Robert Lowell. Il ricorso a questa sorta di omaggio a
due tra le figure che maggiormente hanno contribuito a condizionare la sua
poetica non può essere casuale (si potrebbe costituire un’ideale triade
chiamando in causa anche Robert Frost, alla cui figura Brodskij dedicò il
saggio On Grief and Reason, che emblematicamente darà il titolo
alla raccolta del 1995, smembrata da Adelphi nei due volumi Dolore e
ragione del 1998 e Profilo di Clio del 2003).
Nell’Elegia (per W. H. Auden), in cui sono
richiamati metri e toni tipici della poesia di Auden, sono presenti esiti
particolarmente toccanti: «L’albero è buio, l’albero è enorme, / a
guardarlo non ci si diverte. / Tra i frutti di questo settembre / il più
amaro è la tua morte / [...] / La tua croce sarà lo stelo non scosso /
tra quelli del prossimo aprile». È risaputo che la scelta stessa di
soggiornare negli Stati Uniti dopo l’esilio fu dettata dalla sua
incondizionata ammirazione per l’opera di Auden che, del pari, si era
trasferito in quel Paese. Non si può non ricordare quella suggestiva
descrizione di una fotografia di Auden proposta nella prosa intitolata Per
compiacere un’ombra:
«Ciò che mi fissava dalla pagina era l’equivalente facciale di un
distico, di una verità che è meglio conoscere a memoria. I lineamenti
erano regolari, perfino comuni. Non c’era niente di specificamente
poetico in quella faccia, nulla di byroniano, demonico, ironico, grifagno,
aquilino, romantico, ferito, eccetera. Piuttosto, era la faccia di un
medico che s’interessa al tuo racconto pur sapendo che sei malato. Una
faccia ben preparata a tutto, la somma totale di una faccia».
Tutta la vicenda letteraria brodskiana è permeata da
tale aspetto speculare, da questa condizione di "doppio" che
contrappone un elemento a un altro, con implicazioni non di rado
fuorvianti come se si trattasse di un’immagine riflessa. Lo stesso suo
nome conoscerà la versione anglicizzata di Joseph Brodsky, la sua città
natale specchierà nelle acque della Nevà molteplici identità (San
Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado, di nuovo San Pietroburgo) per
capovolgersi infine nelle acque cangianti della laguna veneziana, i versi
in cirillico si riverbereranno nelle prose scritte in una lingua ereditata
dal trasporto per l’opera dell’amatissimo Auden, lo stesso versante
critico sarà teso a sostenere, in maniera coinvolgente e mai accademica,
poeti internazionali in seguito impostisi all’attenzione pubblica come
Seamus Heaney, Derek Walcott, Czeslaw Milosz, Wislawa Szymborska, Zbigniew
Herbert.
Ovidio come Paul Newman
Il rapporto con i numi tutelari si evidenzia in Grief
and Reason, dove l’autore russo conferma la versatilità della sua
ispirazione, toccando le tematiche più disparate: si passa dai discorsi
tenuti in occasione del conferimento di vari premi all’omaggio nei
confronti di poeti amati come Hardy e Rilke, dai ricordi relativi all’incontro
con intellettuali del calibro di Stephen Spender e Auden alle
elucubrazioni sulla condizione dell’esule, dai consigli su come leggere
un libro alla ricostruzione della vicenda di spionaggio di Kim Philby,
scaturita dalla vista della sua effigie riprodotta in un francobollo. Ma
la vena anti-accademica di Brodskij si palesa
soprattutto nella descrizione dei poeti latini amati presente nella Lettera
a Orazio: Properzio è un incrocio tra William Powell e Zbygniew
Cybulski, Orazio somiglia a Eugenio Montale o al Charlie Chaplin di Un
re a New York, Virgilio ricorda il nevrotico Anthony Perkins, Ovidio
si pone tra James Mason e «lo sguardo grigio, invernale, di Paul Newman».
Tutta l’opera di Brodskij sembra un’ininterrotta,
appassionante variazione intorno ai temi della dissoluzione e della
doppiezza, della trasformazione e della decadenza. A noi non resta che
rammaricarci non solo per non aver scritto i versi indimenticabili di Quasi
un’elegia ma anche per non poterne apprezzare la lezione originale,
ricca di implicazioni, non solo di tipo linguistico, derivate da una gamma
infinita di suggestioni, come quelle che prendono spunto dalle scritture
sacre: «Un tempo anch’io aspettavo che cessasse / la pioggia fredda,
sotto il colonnato della Borsa. / E immaginavo che fosse un dono di Dio. /
Non mi sbagliavo, forse. / Un giorno anch’io / sono stato felice.
Prigioniero / degli angeli vivevo. Andavo a caccia di vampiri. / Una donna
bellissima di corsa / scendeva la scalinata. Io l’attendevo al varco, /
come Giacobbe, nel portone. / Chissà dove / tutto questo è svanito, se n’è
andato. Tuttavia / guardo dalla finestra e scrivo "dove" / senza
mettere l’interrogativo. / È settembre. Di fronte a me c’è un parco.
/ Lontano un tuono mi occlude gli orecchi. / Nel fitto del fogliame le
pere mature / pendono come testicoli. Oggi / l’udito nella mente
sonnacchiosa / lascia passare solo l’acquazzone, / come il pitocco che
accoglie in cucina / i parenti lontani: / non più rumore, non ancora
musica».
Non più rumore, non ancora musica: come nel limbo in
cui, per combattere l’arroganza e la volgarità derivanti, per usare una
felice definizione dello stesso Brodskij, dall’«idiotismo televisivo»,
sia ancora possibile credere all’estetica come «madre dell’etica».
Pasquale Di Palmo
|
Un autore diviso
tra prosa e poesia
Opere
Ci
limitiamo, considerata la complessità della vicenda bibliografica
brodskiana, a riportare in questa sede le traduzioni italiane delle
sue opere. Per quel che concerne la poesia bisogna ricordare l’essenziale
antologia curata da Giovanni Buttafava Fermata nel deserto,
Mondadori, 1979, seguita dalla pubblicazione, a cura dello stesso
Buttafava, delle Poesie (1972-1985), Adelphi, 1986, delle Poesie
italiane, a cura di Serena Vitale, Adelphi, 1996, e delle Poesie
di Natale, traduzione di Anna Raffetto, Adelphi, 2004. Da
rammentare anche la favola in versi intitolata Discovery,
curata da Andrea Molesini e illustrata da Vladimir Radunskij,
Mondadori, 1999, e i frammenti del poema Gorbunòv e Gorciakòv,
a cura di Giovanni Buttafava, in L’anno di poesia 1988-1989, Jaca
Book, 1989.
Sul versante della prosa nel 1987
Adelphi manda in libreria Fuga da Bisanzio e Il canto del
pendolo, entrambi curati da Gilberto Forti, che propongono le
traduzioni di Less Than One, uscito presso Farrar, Straus
& Giroux nel 1986. Nel 1988 sempre Adelphi stampa Dall’esilio,
contenente due discorsi del poeta russo, tra cui quello tenuto in
occasione del conferimento del Premio Nobel nel 1987.
Nel 1989 esce, come strenna
realizzata per conto del Consorzio Venezia Nuova, la raccolta di
prose veneziane Fondamenta degli Incurabili, tradotta da
Gilberto Forti e riproposta in edizione ampliata da Adelphi nel
1991. La raccolta di saggi On Grief and Reason, apparsa a New
York nel 1995, viene suddivisa in due volumi: Dolore e ragione,
traduzione di Gilberto Forti, Adelphi, 1998, e Profilo di Clio,
a cura di Arturo Cattaneo, Adelphi, 2003. Adelphi ha pubblicato
inoltre nel 1995 la pièce teatrale Marmi, tradotta da
Fausto Malcovati, mentre Utet ha licenziato, nel 1989, l’antologia
Poesie (1972-1985). Prose
scelte.
Bompiani ha stampato nel 1989 il
catalogo della mostra L’altra Ego dei poeti da Baudelaire a
Pasolini. La fotografia vista da Iosif Brodskij, a cura di
Daniela Palazzoli. Da ricordare anche le interviste che figurano nei
seguenti volumetti: Intervista con Iosif Brodskij di Sven
Birkerts, minimum fax, 1996, ed Esuli. Dieci scrittori fra
diaspora, dissenso e letteratura di Paolo Mattei, minimum fax,
1997.
Critica
Sul versante critico rammentiamo
gli studi di Stefania Pavan, Lezioni di poesia. Iosif Brodskij e
la cultura classica: il mito, la letteratura, la filosofia,
Firenze University Press, 2006, e di Alessandro Niero, Iosif
Brodskij poeta-traduttore di Quasimodo, Bassani, Govoni, Fortini, De
Libero e Saba, Cafoscarina, 2008, oltre a Iosif Brodskij: un
crocevia fra culture, a cura di Alessandro Niero e Sergio
Pescatori, Editori Mg, 2002. Il saggio La Venezia di Iosif
Brodskij di Lev Losev figura in I russi e l’Italia, a
cura di Vittorio Strada, Libri Scheiwiller, 1995. Da consultare
anche San Pietroburgo. Da Puškin a Brodskij, storia di una
capitale culturale di Solomon Volkov, Mondadori, 1998.
Numerosi sono i contributi, sia di
carattere esegetico sia contenenti nuove versioni, apparsi in
antologie e sui periodici. Ci limitiamo a segnalare il n. 3 del 1996
di Micromega, intitolato La verità della poesia, che
accoglie una sintesi della lunga conversazione per Radio tre
condotta da Gabriella Caramore con il titolo La mia vita è un’astronave,
il n. 55 di gennaio/marzo 1998 di Lettera internazionale contenente
Brodskij: un poeta tra due mondi, e il n. XXVIII del 2003 di Semicerchio,
in cui sono accolti vari contributi sotto il titolo Il cambio del
vento: Brodskij, Firenze e la poesia dell’Europa orientale. Ricordiamo
inoltre il n. 93 di marzo 1996 e il n. 185 di luglio-agosto 2004
della rivista Poesia, dove compaiono rispettivamente i
servizi Omaggio a Joseph Brodsky e Dal russo con amore.
Joseph Brodsky e la lingua inglese, curato da Matteo Campagnoli.
|
|
Un’esistenza
culminata con il Nobel
Iosif
Brodskij nasce il 24 maggio 1940 a Leningrado (l’attuale San
Pietroburgo) da una famiglia di origini ebraiche. A quindici anni
interrompe gli studi e si dedica ai più svariati lavori. Studia da
autodidatta e comincia a scrivere le prime poesie. Frequenta giovani
intellettuali, tra cui il poeta Evgenij Rejn, e collabora alla
rivista clandestina Sintaksis. La sua opera, diffusa
attraverso letture pubbliche e samizdat, trova numerosi
estimatori, tra cui Anna Achmatova, che lo incoraggia e lo sostiene.
Si adatta a fare qualsiasi lavoro: da addetto alle caldaie in un
bagno pubblico ad assistente in un obitorio a operaio in una
spedizione di geologi spintasi fino a Irkutsk, ai confini con la
Cina.
Nel 1963 viene arrestato in seguito
a una campagna diffamatoria della stampa nei suoi confronti.
Processato sotto l’accusa di "fannullaggine" è
condannato a cinque anni di lavori forzati, dopo un periodo di
detenzione trascorso dapprima nel carcere "Le Croci", poi
in un ospedale psichiatrico. Il resoconto stenografato del processo
arriva in Occidente, suscitando sdegno e proteste tra gli
intellettuali, tra cui Sartre. Alla domanda provocatoria del giudice
che voleva sapere chi l’avesse investito dell’autorità di
sentirsi un poeta senza essere iscritto all’Unione degli
scrittori, Brodskij risponde: «Non so, forse da Dio». La condanna
viene revocata e il poeta rimesso in libertà dopo aver conosciuto l’esperienza
del confino in varie sperdute località dell’estremo Nord, tra cui
un sito nei pressi di Archangel’sk. Traduce dal polacco e dall’inglese
(i poeti metafisici John Donne e Andrew Marvell).
Nel 1972 è invitato dalle
autorità ad espatriare e deve abbandonare la moglie, Marina
Basmanova, e il figlioletto di quattro anni, Andrej. Parte con pochi
oggetti: un libro di John Donne, una macchina per scrivere e un paio
di bottiglie di liquore, di cui una destinata a Wystan Hugh Auden
che incontra a Kirchstetten, un paesino austriaco, prima di
approdare negli Stati Uniti, dove si dedica all’insegnamento e
riceverà la cittadinanza americana. Qui appaiono le sue raccolte: Poesie
e poemi (1965), Fermata nel deserto (1970), Fine della
Belle Époque (1977), Parte del discorso (1977), Elegie
romane (1982), Nuove stanze ad Augusta (1983).
Intensifica l’attività pubblicistica e comincia a scrivere in
inglese, lingua nella quale pubblicherà la raccolta di saggi Less
Than One (1986), firmandosi Joseph Brodsky.
Nel 1987 ottiene il Premio Nobel
per la letteratura. Si aggravano le sue condizioni di salute, a
causa di una cardiopatia. Dagli anni Settanta intensifica i
soggiorni in Italia, soprattutto a Venezia, città alla quale dedica
le prose di Fondamenta degli Incurabili nel 1989. Si risposa
con l’italiana Maria Sozzani, dalla quale ha una figlia, chiamata
Anna. Escono nel 1995 la raccolta di saggi On Grief and Reason e
nel 1996 So Forth, che accorpa sia le poesie scritte
direttamente in inglese sia quelle tradotte dall’autore dal russo.
Muore nel suo appartamento di New York il 28 gennaio 1996 e viene
sepolto, per sua espressa volontà, nell’isola veneziana di San
Michele.
|
|