Armoniose
sono per definizione le sfere celesti, ma fin dall’antichità si dubita
che tale armonia produca un suono udibile all’orecchio umano. Se negli
opposti abissi infernali si faccia o meno musica, è questione
controversa. L’Orfeo di Offenbach trova all’inferno un café
chantant con tanto di can-can, ma abbiamo a che fare con una
versione parodistica, da operetta, degli inferi classici: qui il diavolo
non c’entra. Certamente l’inferno cattolico è un mondo pieno di
suoni, almeno quale ce lo descrive Dante: ma suoni discordanti,
disarmonici, un «tumulto che s’aggira nell’aura sanza tempo tinta».
D’altra parte, nelle visioni di Hieronymus Bosch strumenti musicali,
strumenti di piacere peccaminoso e strumenti di tortura infernale
diventano tutt’uno. Sembra quindi che la musica condivida con l’angelo
ribelle l’itinerario di caduta che la allontana dall’originaria
prossimità al Creatore.
Ma l’arte dei suoni è sempre stata guardata con un
certo sospetto dai moralisti: è capace di innalzare a nobili sentimenti e
alla lode di Dio, ma anche troppo pronta ad assecondare sensi e passioni,
cioè a pervertire la sua natura di armonia divina mettendo il suo potere
a servizio della parte peggiore dell’animo umano. Naturalmente, non c’è
che da imporre precetti e divieti perché il frutto proibito musicale
diventi ancora più desiderabile all’orecchio dei compositori, almeno
finché uso e abuso non ne attenuano e vanificano l’effetto. La
tentazione, oltre che la sensualità sonora, riguarda la superbia
intellettuale di una razionalità musicale che detta autonomamente le sue
leggi.

Quello che nei trattati di teoria viene indicato come diabolus
in musica ha tali caratteri solo in una ben precisa prospettiva
culturale, quella della dotta tradizione occidentale costituitasi dal
Medioevo e codificata nell’armonia tonale. Del tutto accettabile in
altre civiltà e nello stesso canto popolare di molte regioni europee,
nella logica delle "nostre" scale maggiori e minori e dei
"nostri" accordi di triade, l’intervallo di tre toni (per
esempio, fa-si: se pensate alla tastiera del pianoforte, i due
tasti bianchi prima e dopo il gruppo dei tre neri) risulta armonicamente
dissonante e di complicata intonazione melodica. La musica tonale è
governata infatti dal meccanismo attrattivo della "cadenza",
ossia dell’alternanza tensione-distensione che spinge melodia e
basso a portarsi dal quinto grado della scala (nell’esempio del do maggiore,
il sol) al primo o all’ottavo (do). La cadenza perfetta si
ha quindi nel movimento di quarta giusta ascendente (due toni e un
semitono: sol-do alto) o di quinta giusta discendente (tre toni e
un semitono: sol-do basso). La quinta giusta, inoltre, con la nota
intermedia (mi) forma l’accordo perfetto (do-mi-sol).
Il trìtono appare come una distorsione dei due
intervalli di quarta e quinta "giuste": se è letto come fa-si
è troppo grande (quarta eccedente), alla rovescia, si-fa, è
troppo piccolo (quinta diminuita). Per giunta, è un intervallo ambiguo,
perché suona identico anche se capovolto: la quarta eccedente fa-si è
"larga" sei semitoni esattamente come la quinta diminuita si-fa.
La proprietà di suonare uguale anche rivoltato accomuna il trìtono
all’ottava, la consonanza perfetta per eccellenza, il cui rivolto è l’identità
dell’unìsono: il trìtono, aspramente dissonante, le contrappone una
specie di distorta contraffazione. Diabolica, appunto.
Tuttavia nei trattati medievali, dove pure il trìtono
è severamente vietato, la locuzione diabolus in musica non
compare. La si trova per la prima volta nel trattato Gradus ad
Parnassum di J.J. Fux (1725), ma la formulazione «mi contra fa
est diabolus in musica» fa pensare a una tradizione molto più
antica. I divieti, comunque, non impedirono ai musicisti di servirsi di
questa come di altre dissonanze, e il diabolus diventò una
locuzione ricorrente ogni volta che si traducevano in suoni pene d’amore,
turbamento, morte e altre espressioni d’angoscia. Le
dissonanze di trìtono si sprecano nelle apparizioni musicali diaboliche
propriamente dette: per esempio, nel Franco cacciatore di Carl
Maria von Weber, quando Caspar, nella Gola del Lupo, evoca lo spirito
infernale di Samiel. O, se si vuole una citazione puramente strumentale,
si ascolti la Nona sonata per pianoforte di Skrjabin, nota con il
titolo di Messa nera o di Poème satanique.

Se una dissonanza di passaggio può emanare un sospetto
odore di zolfo, si capisce che ben più intensi commerci con Belzebù si
siano potuti sospettare a proposito di interi sistemi musicali che hanno
voluto "artificialmente" bandire la "naturale" armonia
consonante in favore di un’organizzazione dei suoni frutto di
arbitrario, luciferino raziocinio. Tale è l’interpretazione della
dodecafonia nel Doctor Faustus, il romanzo nel quale Thomas Mann
ascrive al personaggio di Adrian Leverkühn il «metodo di composizione
con dodici suoni» inventato da Arnold Schönberg e, soprattutto, ne
collega l’ideazione a uno scellerato patto con il diavolo. Non è
casuale che prima di dedicarsi alla musica il Leverkühn di Mann abbia
studiato teologia e che alla dodecafonia arrivi attraverso l’interesse
per i rapporti tra musica e matematica: in questo percorso si palesa la
tentazione diabolica di "essere come Dio". Tutta la tradizione
mistico-pitagorica individua infatti nella regolarità matematica il
fondamento delle relazioni armoniche musicali: nella costruzione degli
accordi perfetti e delle loro concatenazioni giustificate secondo le leggi
dell’acustica, la scienza musicale si conforma all’ordine divino. La
dodecafonia è la diabolica pretesa di contrapporre all’ordine
naturale/divino un’organizzazione matematica, governata da princìpi
opposti escogitati dalla ragione umana. A scanso di equivoci, ricordiamo
che in realtà Schönberg era uno spirito religioso, né volle attentare
all’ordine divino del cosmo sonoro.
Oltre alla dialettica armonia/dissonanza, un’altra
risorsa del linguaggio musicale nella quale si è potuta sospettare una
presenza demoniaca è quella del ritmo. Sono soprattutto i ritmi
ripetuti e ossessivi a richiamare ancestrali rituali di possessione,
suscitando il timore dei benpensanti nei confronti del jazz prima e del
rock poi. Ma qualcosa di simile si incontra fin dal placido Settecento.
Che cosa c’è di più ossessivo della ripetizione ostinata e rapidissima
delle stesse due note contigue? Non è altro che l’abbellimento
protagonista della sonata di Giuseppe Tartini conosciuta come Il trillo
del diavolo. Ancora una volta, siamo di fronte a un musicista al
confine tra misticismo e razionalismo: studioso di acustica, scopritore
del fenomeno del "terzo suono" che si genera dall’interferenza
fra altri due, ma anche avventuriero e protagonista di vicende
preromantiche. Una notte sognò di aver fatto un patto con il diavolo che,
in cambio della sua anima, soddisfaceva ogni suo desiderio ed eseguiva una
meravigliosa sonata di inaudito virtuosismo, che il compositore si provò
poi a ricreare una volta sveglio. Con Tartini il diavolo diventa
ufficialmente un virtuoso di violino e a questo strumento rimane associato
nell’immaginario musicale dell’Ottocento e del Novecento. Fu
soprattutto Paganini a essere circondato da leggende sulfuree, a causa
delle sonorità inaudite che sapeva cavare dallo strumento e delle
difficoltà dei suoi brani, ancora oggi alla portata di pochi e ai suoi
tempi pressoché ineseguibili per chiunque altro.

Ancora, nell’Histoire du Soldat di Stravinskij
il diavolo è associato al violino, ma anche all’ossessione ritmica
degli strumenti a percussione: la vittoria finale del diavolo è infatti
sancita dalla sola percussione che rimane protagonista isolata, mentre il
sipario cala dopo gli ultimi due accordi del violino. Stravinskij, e non
il dodecafonico Schönberg, è il compositore che nel Novecento storico ha
fornito i più numerosi e interessanti contributi alla vicenda del diabolus
in musica. Diabolica è, per esempio, la figura del Jolly nel balletto
Jeux de cartes, un diavolo tanto più insidioso in quanto si
presenta sotto la veste parodistica, lieve e ironica di un linguaggio
neoclassico. E un diavolo a tutto tondo è Nick Shadow, antagonista di Tom
Rakewell nella Carriera di un libertino. Non ci stupiremo dunque di
scoprire che l’arabesco di clavicembalo che accompagna l’ingresso di
Nick esordisca con due trìtoni consecutivi (fa-si e re-la bemolle).
Nick Shadow è l’ultimo di una serie di diavoli
operistici, discesi per lo più dalle molteplici versioni musicali del
Mefistofele goethiano: quelle della Damnation de Faust di Berlioz,
del Faust di Gounod, del Mefistofele di Boito e del Doktor
Faust di Busoni. Tutti questi diavoli dal canto elegante e forbito
oggi non fanno, musicalmente parlando, troppa paura: ben altri brividi
possono suscitare le raggelanti bande sonore costruite da Krzysztof
Penderecki nei Diavoli di Loudun. Si tratta di un’opera del 1969,
tratta dal romanzo-saggio The Devils of Loudun di Aldous Huxley,
che rievoca un famoso processo per stregoneria tenutosi nel 1634 in una
cittadina presso Poitiers. Le scene di esorcismo, i racconti di messe nere
e orge sataniche, le sequenze di isteria collettiva si avvalgono degli
effetti coloristici di una vocalità corale usata con criteri "rumoristici"
e di un’orchestra di grandi dimensioni, con un’imponente sezione di
percussioni, comunque utilizzata per contrapposizione di masse sonore,
fasce e clusters. Il "tumulto" dantesco ha trovato qui,
forse, la sua realizzazione più impressionante.
Marina Verzoletto