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Editoriale.

  
Evviva il supereroe
vera ideologia del ’900

di Stefano Gorla
  


   Letture n.645 marzo 2008 - Home Page La creazione, nell’ambito dei fumetti, di personaggi dotati di superpoteri sembra dare luogo a una contemporanea mitologia prêt-à-porter, un nuovo Olimpo da cui attingere letture rassicuranti su un mondo sempre più indecifrabile.
   

"Dai supereroi tutto d’un pezzo ai supereroi con superproblemi, le narrazioni continuano ad aiutare a vivere, a dare istruzioni per l’uso mostrando l’assunzione di responsabilità come pista d’azione e interpretazione del nuovo millennio."
  

All’inizio era Superman, costumino rosso, giallo e blu. Il primo e il più grande di una schiera di personaggi che hanno raccordato, per tutto il Novecento, la coscienza collettiva con la dimensione mitica, offrendo un’immedesimazione al lettore, nutrendo il suo bisogno di spettacolarità, divertendolo e securizzandolo. Una lottizzazione dell’immaginario a buon mercato, dove adamantini eroi in improbabili mise affascinano e inchiodano milioni di lettori a milioni di tavole a fumetti.

Dov’è la loro chiave del successo? Il fascino di questi superuomini di massa? Forse sta nella loro predisposizione a farsi metaforizzare, ad assurgere allo scomodo ruolo di icona portatile, alla flessibilità intrinseca a questi omoni, tendenzialmente d’acciaio ma con il cuore d’oro.

Supereroi con superpoteri. Elogio del parossismo, del gigantismo panamericano che ha seguito l’industrializzazione e l’urbanizzazione del Nuovo Mondo. Non è un caso che i supereroi abbiano vincoli inscindibili con le metropoli nord-americane, con il loro espandersi, con il mercato e le guerre che hanno coinvolto gli Stati Uniti, con il bisogno di catalogare il genere umano prima in buoni e cattivi e quindi, in un’evoluzione esasperata, in buonissimi e in cattivi dal potenziale promettente, in cattivissimi incarogniti dalla vita, rosi dall’ambizione, folli con sindromi autodistruttive, patetiche macchiette di malvagi con una puerile predisposizione alla distruzione di ogni cosa: dall’eroe all’universo intero. E chi può contrastare ciò se non il buono e saggio per eccellenza, l’eroe super, votato dalla nascita all’abnegazione?

Naturalmente, la storia e l’evoluzione delle avventure supereroistiche hanno proposto variazioni sul tema, sconvolto canoni nel tentativo – generalmente vano – di destabilizzare il lettore. I supereroi sono stati sprofondati in abissi di dubbio, in crisi etiche ed estetiche, simpaticamente parodizzati, clonati, duplicati in multiuniversi, morti e risorti, hanno assunto valenze escatologiche, hanno fatto i conti con successi e amarezze. In continue metamorfosi. Hanno passato golden e silver age, inseriti in formule di fascino e successo. Compagni di strada di milioni di lettori.

I supereroi sono un fenomeno rilevante, capace di ibridarsi con il reale, di fornire ai lettori d’ogni latitudine chiavi di lettura possibili per la realtà. Sanno narrare storie vitali che incrociano il vissuto dei lettori trasfigurato dalla fantasia. Rimane il fatto che dietro a questi personaggi, tra emozioni e imprese creative significative, troviamo mercati e imprese. Le avventure di alcuni supereroi suonando tutte le corde antropologiche, portano con sé anche valenze religiose, suscitando dimensioni sedimentate nell’animo di ognuno.

In Superman, principe dell’Olimpo superoistico, queste sono particolarmente marcate sin dalle sue origini. Un essere speciale che giunge dallo spazio, come un dono, quasi una divinità scesa dal cielo per salvare gli uomini. Giunto bambino sulla terra, figlio di uno scienziato e di una civiltà lontana, porta scampoli di salvezza. Sia chiaro, una salvezza spicciola, fatta di piccole cose, d’ordine e di giustizia, di difesa dai criminali, di interventi al limite del miracolistico a fronte di disgrazie con cui la vita chiede di fare i conti. E generalmente, senza pretese messianiche. Corde che risuonano più di una volta nelle vicende editoriali di Superman. Come nella serie Kingdom Come (Venga il tuo regno) apparsa a metà degli anni Novanta, dove, grazie a una solida narrazione e un impatto visivo strabiliante, viene rimessa in scena la lotta tra il bene e il male sullo sfondo degli ultimi giorni, quelli che precedono la fine del mondo e la nascita di un nuovo mondo, quasi l’eucatastrofe tolkieniana. Un linguaggio religioso come grammatica per vicende epiche, per narrare una leggenda, la mitologia del nostro tempo forse arrivato al crepuscolo. In scena anche lo scontro generazionale tra supereroi, perché la mitologia contemporanea ha abdicato a uno dei must del mito: l’immutabilità.

I supereroi mutano, e lo fanno secondo le regole del mercato editoriale, sottostanno alle immutabili regole del marketing; immutabili, naturalmente, fino al primo insuccesso. Il supereroe, servo fedele dell’American Way of Life, attraversa ancora le metropoli del nostro tempo, affrontando impavido anche operazioni di decostruzione come quelle illustrate da pietre miliari della modernità fumettistica: Watchmen di Alan Moore o Il ritorno del Cavaliere oscuro di Frank Miller.

Dai supereroi tutto d’un pezzo ai supereroi con superproblemi, dalla gestione consapevole dei propri poteri ("da grandi poteri derivano grandi responsabilità") alla parabola discendente di un mondo che non riconosce più miti ed eroi, le narrazioni supereroistiche continuano ad aiutare a vivere, a dare istruzioni per l’uso mostrando l’assunzione di responsabilità come pista d’azione e interpretazione del nuovo millennio. Un nuovo che sembra polarizzato tra banalità e catastrofi. Siamo forse di fronte all’"allegra apocalisse", all’apocalisse leggera che sembra uscire dai testi di Marco Belpoliti (Doppio zero e Crolli)? Siamo di fronte allo sguardo che ricerca la purezza infantile senza abdicare all’impegno della ricerca e dell’analisi? E se i supereroi fossero ancora, dopo settant’anni, portatori malati di speranza sana?

Stefano Gorla

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