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L’ingresso nella letteratura
IL POETA, IL DENARO,
IL TESTO, L’USURA
di Giano Accame
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Carmina
non dant panem: è abituale l’associazione del
poeta con scarsi guadagni, anche se non è sempre esatta. Ci sono poeti,
da Virgilio a D’Annunzio, che hanno trovato il modo di campare bene, sia
col mecenatismo che con i diritti d’autore. Appartiene ai luoghi comuni
anche la convinzione secondo cui in genere l’arte, ma ancor più la
poesia, siano incompatibili con l’"arida scienza" dell’economia.
Secondo questo pregiudizio la pratica del denaro e il commercio sarebbero
volgari, mentre rientrerebbe tra i temi della lirica anzitutto l’amore,
dell’epica la guerra; e comunque in poesia andrebbero privilegiati
augelletti, ruscelli, albe, tramonti, il sole, la luna, le stelle.
Ma la grande arte, specie l’arte del racconto, è
inclusiva. Non esclude niente. Non esiste argomento che non sia stato
tradotto in poesia, nei romanzi, nei quadri, nel cinema, in teatro. Quanto
meno un tema può sembrare poetico, tanto più la difficoltà della sfida
può attrarre il vero poeta a parlarne. Ezra Pound, il poeta che ha
addirittura incluso nei Cantos un tema apparentemente ostico come l’economia
monetaria, si richiamava a Dante e a Shakespeare quali illustri
precedenti, essendosi anche loro occupati d’usura, di debiti, avidità
di guadagno, oro, ricchezza, svalutazioni monetarie. Dante deplorò
Filippo il Bello per «il duol che sovra Senna / induce falseggiando la
moneta».

Tiziano, Il Cristo della moneta.
I problemi della moneta, del debito, dell’usura sono
entrati di prepotenza, specie nei tempi moderni, nelle opere e nella
biografia degli artisti. Le monete e i banchieri hanno attirato il
realismo della pittura fiamminga, così come in epoca barocca per godersi
meglio le ricchezze piaceva mettersi a contrasto nei salotti ritratti di
straccioni e mendicanti. Cervantes iniziò il Don Chisciotte in
galera, dove era finito per debiti. La narrativa di Dickens nel David
Copperfield venne profondamente influenzata dalla disavventura del
padre, anche lui imprigionato per debiti, mentre il futuro romanziere a
dodici anni dovette interrompere gli studi per soccorrere la famiglia
lavorando come manovale in una fabbrica di lucido da scarpe. La prima
grande opera sull’usura fu Il mercante di Venezia di Shakespeare,
con la figura dell’ebreo Shylock. E un altro genere di disavventura
economica affligge in Shakespeare il ricco Timone d’Atene, che i falsi
amici abbandonano appena perde le attrattive del denaro. Saranno
tormentati dai debiti artisti di successo come Rembrandt, Mozart, Goldoni
e nell’esilio londinese Ugo Foscolo, ma la vera irruzione dei temi
socioeconomici e dell’usura avverrà nella narrativa e per quanto
riguarda i problemi sociali provocati dall’ingiusta distribuzione delle
ricchezze anche nella pittura dell’Ottocento.
La questione operaia era facile da rappresentare: vi si
sono buttati in tanti. Ma la nuova qualità narrativa fiorita nell’Ottocento
doveva cimentarsi su problemi economici più complessi, scaturiti con
forza nell’epoca dominata dalla rivoluzione liberalcapitalista della
borghesia trionfante. Con Balzac il denaro comincia a scorrere come motivo
pregnante della vita moderna, quindi della narrativa chiamata a ritrarla: «Il
denaro è tutto», farà dire a Papà Goriot. Se nella Divina commedia una
cultura dominata dalla teologia poteva essere particolarmente interessata
alla topografia dell’aldilà, nella Comédie humaine di Balzac,
che si apre con la figura torbida di Gobseck, l’usuraio, assume
importanza centrale la topografia della Borsa, delle banche, la necessità
d’orientarsi nel mondo degli affari. Già Gobseck, primo d’una serie
di usurai nella letteratura ottocentesca, sarà ebreo solo per parte di
madre e non più legato al culto mosaico. Secondo Balzac «possiamo
considerarlo un ateo». Per evitare la presenza troppo ovvia dell’usuraio
ebreo, in Dostoevskij gli usurai saranno russi di buona famiglia: la
strozzina di Delitto e castigo è vedova di un impiegato zarista; e
ne La mite il protagonista usuraio è un ex ufficiale, professione
riservata allora ai nobili. In Verga è siciliano come gli altri a cui
presta denaro l’usuraio dei Malavoglia, perché nella modernità quel
peccaminoso maneggio del denaro non può più essere confinato come nel
Medioevo entro una minoranza etnico-religiosa. L’agenzia di banca si
affiancherà al confessionale per una porzione d’umanità cronicamente
indebitata, presso cui il denaro, bollato da Lutero "sterco del
Demonio" ma in realtà divinizzato dall’etica protestante vista da
Max Weber quale alimento del capitalismo, diventa un’ossessione. D’altro
lato, anche nella grande professione bancaria, dove la minoranza ebraica
occupava un tempo posizioni rilevanti con i Rothschild, i Warburg, da noi
Toeplitz, nell’ultima metà del secolo la composizione etnica è
cambiata col massiccio ingresso dei petrodollari arabi e della finanza
asiatica, prima giapponese, poi cinese e indiana. Ancor nell’Ottocento
Dumas ci racconterà come Il conte di Montecristo abbia abilmente
usato le ricchezze ereditate dall’abate Faria al servizio dei suoi
risentimenti per vendicarsi di chi l’aveva fatto condannare innocente; e
il realismo narrativo di Zola verrà impegnato in un romanzo sulle
speculazioni di Borsa nella Francia del Secondo Impero, il cui titolo, L’Argent,
in italiano verrà tradotto Il denaro.
Mentre le campagne continueranno a vivere ai margini
dell’economia monetaria, nel Novecento la vita cittadina si espande solo
mediante l’uso del denaro, cui si piega anche il proletariato urbano
tagliato fuori dalle risorse rurali dell’autoproduzione. Di fronte a una
svolta della civiltà dove tutto è in vendita, ma anche tutto deve essere
comprato, crescono i refrattari non solo tra le plebi cui si rivolge il
mito di classe della rivoluzione socialista: spuntano dal disagio
esistenziale che fermenta nelle classi medio-alte. Splendido portatore e
interprete di tale disagio sarà Gabriele d’Annunzio: e non solo lui
stesso, ma una larga parte di chi lo circonda, rivelando difficoltà di
adattamento alle regole spicciole della moderna economia assai più
diffuse di quanto il sistema abitualmente lasci trapelare.
Già Francesco Paolo Rapagnetta d’Annunzio, padre del
Vate, si caricò di debiti. Aggiunse al cognome d’Annunzio quello di
Rapagnetta in seguito all’affiliazione da parte d’uno zio benestante,
ma ne dissipò il patrimonio a donne sino a lasciare, morendo, solo
passività. Anche Antonio, fratello del poeta, era un donnaiolo maniacale:
vizio di famiglia. Riempitosi di debiti con l’usuraio pescarese Seccia,
nel 1901 dovette fuggire in America dopo aver seminato l’Abruzzo di
cambiali con la falsa firma di Gabriele, venendo perciò condannato a
sette anni in contumacia. Nel 1929 tornò a batter cassa dal fratello
dichiarandosi rovinato dal crollo di Wall Street. Forse era vero, forse un
pretesto: fatto sta che i d’Annunzio con il denaro ebbero sempre
rapporti trasgressivi e tormentati.

Gabriele d’Annunzio .
Come abbiamo già avuto occasione di notare, d’Annunzio
fu tra i rari poeti capaci di farsi strapagare dagli editori; e da
industriali cui suggeriva motti pubblicitari. Ma, pur guadagnando un sacco
di quattrini, non gli bastarono mai. Nel marzo 1891 quel che possedeva a
Roma nella casa di via Gregoriana venne messo all’asta per pagare i
creditori, capeggiati da Checco Gentiletti, capocameriere del caffè dove
prendeva i pasti facendosi prestare soldi invece di pagare. Nel 1911 gli
misero all’asta i mobili, i quadri, i libri, le anticaglie, i trentanove
cani, gli otto cavalli della Capponcina presso Settignano, quando era
ormai scappato a Parigi per sottrarsi agli aspetti più penosi del
tracollo. Ricominciò a seminare debiti in Francia e ciò non capitava
solo a lui: impressiona la paradossale "regolarità" di modelli
di vita caratterialmente votati al dissesto. Oltre al padre e al fratello,
assillata dai creditori era la madre. L’amante Barbara Leoni, in lotta
con gli strozzini, dovette vendere a un collezionista le sue lettere d’amore.
Maria Gravina Cruyllas, che gli diede la figlia Cicciuzza, fu denunciata
per truffa da un orefice e d’Annunzio pagò per mettere a tacere. Un’altra
amante, Natalia de Goloubeff, finì in miseria, abbrutita dall’alcol,
invocando e naturalmente ottenendo qualche aiuto dal generoso poeta. Vera
adunata di refrattari (L’adunata dei refrattari s’intitolava
una pubblicazione di anarchici italiani negli Stati Uniti) alle moderne
regole dell’homo oeconomicus. Molto meno rari di quanto si pensi,
perché questi sventurati nascondono le loro debolezze, spesso provocate
dal piacere dell’apparenza, della liberalità così diversa dal
liberismo. Una categoria dello spirito che attraversa tutti i ceti,
condizionata dalla mentalità economica arcaica, dove la pratica del dono
era più importante e frequente di quella del mercato. Non a caso d’Annunzio,
tranquillizzato economicamente dalle elargizioni del regime, fece incidere
sull’ingresso del Vittoriale il motto: «Io ho quel che ho donato».
Era invece misurato nelle spese e privo di debiti Ezra
Pound, il poeta che si è più battuto contro l’usura in un secolo, il
Novecento, in cui questo flagello tipico di gente che si può indebitare
(nella maggior parte dei casi piccoli imprenditori, agricoltori,
commercianti, possidenti, ma anche amanti del lusso, delle spese da
esibire per ragioni di prestigio sociale nelle feste) era passato in
secondo piano, soppiantato dalla lotta di classe, almeno sino alla caduta
del muro di Berlino. Anche la Chiesa, che aveva guidato per secoli la
lotta all’usura, a partire dalla Rerum Novarum del 1891
concentrò le attenzioni delle encicliche sociali sul tema dominante nella
travagliata storia di fine Ottocento e di quasi tutto il Novecento della
questione operaia. Non va peraltro dimenticato quanto sia stato
precocemente sviluppato nei documenti sociali della Chiesa l’allarme per
la malsana espansione dell’alta finanza internazionale. Già nel 1931 la
Quadragesimo anno bollava come «funesto ed esecrabile, l’internazionalismo
bancario o imperialismo internazionale del denaro»; e la questione dei
debiti da cui sono soffocati i Paesi in via di sviluppo è stata
approfondita sin dal 1967, appena profilatisi i drammi emergenti dopo la
decolonizzazione, dalla Populorum progressio. Sono problemi di cui
Pound s’era occupato ricordando nel canto 74 "pisano" lo
strangolamento subìto dai contadini indiani in seguito al ritorno del
sistema monetario inglese all’oro, deciso da Churchill nel 1925, e più
in generale denunciando l’usurocrazia che provoca le guerre e tende a
dominare il mondo. E, pur cogliendo tra i primi le nuove dimensioni
planetarie della grande usura, non trascurò nei canti 45 e 51 gli effetti
del comune strozzinaggio sulla gente: su chi si fa la casa con «pietra
squadrata e liscia / per istoriarne la facciata»; sulla qualità sia
della pittura che del pane; sullo scalpellino, sul tessitore, sulle
fanciulle a cui si spunta l’ago in mano; sull’artigiano; persino sul
costume sessuale e familiare, ove provoca aborti, prostituzione, crapule.
Naturalmente polemico nei confronti dei poteri
finanziari da cui venivano svuotate le democrazie riducendo gli uomini
politici a servitori dei banchieri, Pound ebbe tuttavia l’equilibrio, l’intelligenza,
il merito di non scadere in una demonizzazione acritica del denaro, che
rimane una delle più geniali creazioni e astrazioni del pensiero umano.
Fu preso per matto, o per lo meno assai "strano", avendo
assegnato una posizione centrale ai problemi monetari mentre la lotta di
classe divideva al loro interno le famiglie, le nazioni, il mondo. Ma
oggi, nei primi anni Duemila, la lotta di classe e il comunismo non
animano più grandi partiti, essendo relegati in posizioni residuali e
minoritarie, mentre una nuova moneta, l’euro, è insieme alla creazione
del mercato interno la più ambiziosa realizzazione di un numero crescente
di governi: quasi la sola "anima" di un’Europa ancora incapace
d’elevarsi al di sopra dell’economia. Ma tra i meriti di un poeta tra
i più disinteressati, perché Pound non è mai stato assetato di denaro,
c’è appunto l’ostinazione che parve maniacale e in realtà fu eroica
nell’affermare attraverso la poesia il dovere realistico di riconoscere
il ruolo innegabile dell’economia nel mondo moderno.
L’inclusione di notazioni economiche nell’arte serve
l’arte stessa perché ne aumenta i contenuti di verità, come Pound
asseriva in Guida alla cultura: «Qualsiasi descrizione reale della
vita moderna deve trattare con situazioni che sono per l’80 per cento
monetarie, sebbene scrittori deficienti possano essere ignoranti anche di
questo fatto fondamentale che influisce sulle loro creazioni».
Scrupolo descrittivo che abbiamo già registrato nelle
letterature europee (francese, inglese, russa, italiana) dell’Ottocento
e diverrà tanto più forte nella letteratura americana, cioè di un Paese
dalle tradizioni recenti, sorte in un quadro moderno ove nel bene e nel
male, nella creatività e nelle sofferenze, il vanto e l’assillo
economico avevano subito assunto posizioni di primo piano. Basterà
ricordare con quanta frequenza temi bancari e monetari (il banchiere
fallito, la complicità del giudice, la condanna del cassiere innocente,
la rovina dei risparmiatori, i sostenitori del partito per il libero
argento e il bimetallismo) affiorino nell’Antologia di Spoon River di
Edgar Lee Master, salutata con entusiasmo da Pound su Egoist del
1° gennaio 1915, «FINALMENTE! Finalmente l’America scopre un poeta...»,
ancor prima che lui stesso cominciasse a includerli nelle poesie. E quanta
attenzione abbia posto un altro scrittore assillato dai debiti, Francis
Scott Fitzgerald, autore nel 1924 per la Saturday Evening Post di
due famosi racconti su Come vivere con 36.000 dollari all’anno e Come
vivere praticamente di nulla, nel descrivere fonti di reddito e spese
dei personaggi nell’"età del jazz", quando anche nella poesia
di Pound farà sempre più insistita irruzione l’economia. Perché
snobbare l’economia è un errore che non contribuisce a passarle accanto
e a liberarcene, ma a rendercene schiavi per ignoranza. La tigre della
modernità va cavalcata. Imparando a conoscerla, apprezzandola per quello
che sa dare e che ci è diventato indispensabile, dominandola per i valori
superiori che potrebbe toglierci come espressione della potenza umana
nella quale l’utilità del progresso e i pericoli del degrado procedono
come sempre affiancati.
Giano Accame
Giornalista e scrittore
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