Il danaro
(è più diffuso denaro, eppure preferisco chiamarlo così, anche per
onorare la vecchia e benestante nonna materna che mi consegnava i danée
per andare a comperare un gelatino) ha una storia che affonda le
radici nei primordi della civiltà umana.
In assenza di danaro, non esisterebbero commerci al di
là del baratto, e ciò spiega le origini: l’esigenza di disporre di un
comune denominatore, certo e universalmente riconosciuto. Si cominciò con
conchiglie e perline, i capi di bestiame, finché il consenso cadde sulle
pepite d’oro e i grani d’argento, sino alla coniazione di monete,
nella Grecia antica, che pare tuttavia avere mutuato dall’Oriente.
Già nel V secolo a.C. Temistocle, come riferiva
Plutarco, affermava di «preferire un uomo senza denaro al denaro senza un
uomo». Il che c’illumina su un dato di fatto: il danaro ha sempre
goduto di un’immagine più che controversa, talvolta diabolica. «L’amore
al denaro è radice di ogni sorta di mali», affermava san Paolo (Timoteo,
VI,10). Per Leonardo da Vinci: «Oh, miseria umana, di quante cose per
danari ti fai serva». Nel ’500 Hans Sachs, maestro cantore e novelliere
tedesco, venendo in soccorso dei luterani, scrive fustigando la Chiesa di
Roma: «Appena il danaro suona nella cassetta, l’anima balza dal
Purgatorio...». Ultima, realistica citazione, Molière: «Il danaro è la
chiave che apre tutte le porte».

Quentin Metsys, Il cambiavalute e
la moglie.
Che la ricchezza sia un bene o un male è oggetto di
dispute dottrinali (e sociologiche), in realtà di scarso costrutto. Anche
perché, a dispetto degli anatemi, il dio Danaro continua a far proseliti:
mai come oggi, tutti aspiriamo a diventare milionari (o miliardari, a
seconda della valuta di riferimento). Certo, il Vangelo è stracolmo di
messaggi consolatori per i meno abbienti (gli "ultimi"); Karl
Marx ci ha imbastito sopra le teorie socialiste; di "giustizia
distributiva" sono in tantissimi a riempirsi la bocca. Eppure, gira e
rigira fra dotte analisi e sermoni pietistici, quel che emerge è
chiarissimo: i poveri sono una cosa, i ricchi un’altra. Piaccia o meno
(e in genere piace poco, in quanto "politicamente scorretto"),
fa testo quel che affermò, con rozzezza tipicamente élitaria, ma
efficacissima, il magnate petrolifero Paul Getty: «Se alle tre del
pomeriggio tutto il danaro e i beni di questo mondo venissero distribuiti
in parti uguali, alle tre e mezza ci sarebbe chi ha di più e chi di meno».
Ricchi e poveri sono sempre esistiti; e probabilmente
sempre esisteranno. Tuttavia, la casta dei ricchi spicca per una
caratteristica: l’ipocrisia. Ad esempio, specie se protestanti o ebrei,
piace far credere trattarsi di un segno della "benedizione
divina". Quanto a cattolici e musulmani, non si preoccupano troppo di
dover cedere il passo ai poveri sulla porta del Paradiso. L’importante
è che gli "ultimi" non siano troppo invadenti in Terra.
Ma cos’è il danaro, al di là dei simbolismi, dell’alone
di potenza che lo circonda? Gelosamente conservo la "lezione"
offertami negli anni Settanta, alla New York University, da David Bazelon,
esponente della cultura liberal statunitense. A suo dire, esistono
tre tipi di danaro, che attraverso i secoli si sono sviluppati, in una
sorta di darwiniana evoluzione. Abbiamo il danaro n. 1, che maneggiamo
quotidianamente per comperare le cose di cui abbiamo bisogno. È
universalmente diffuso, sia pure con abissali differenze. Sono pezzi di
carta, ben lontani dal produrre ricchezza. Semmai, dopo averla misurata,
confrontandosi con i prezzi, la consumano. Tra breve cesserà di esistere,
soppiantata dalle carte di credito, dagli scambi on line, allo
stesso modo in cui la cartamoneta scacciò le monete d’oro e quelle d’argento.
Comunque, questo danaro può fornire gioie e gratificazioni, non
certamente il potere.

Su un gradino superiore sta il danaro n. 2. Più nobile
del primo, "bruciato" dagli orgiastici riti consumistici,
poiché viene utilizzato per gli investimenti: iniziative capaci di far
crescere fabbriche, strade, edifici; se usato dallo Stato, anche per
scuole e istituzioni pubbliche. Quasi un tentativo di redimerlo dal
peccato originario, socializzandolo. È un danaro certamente produttivo,
ma anche un po’ triste, raramente capace di riscaldare i cuori. Tant’è
che imperatori, sovrani, dittatori, governanti "democratici" o leader
religiosi hanno regolarmente ritenuto congeniale alle loro ambizioni
dissiparlo in guerre o crociate, per offrire ai sudditi un "senso
della vita".
Nessuna critica arriva però a intaccare i basamenti dei
templi del dio Danaro. Perché il danaro vero è un tertium genus:
non servirà mai a comperare qualcosa che non sia altro danaro, e con esso
altro potere. «Si riproduce», spiegava Bazelon, «in un’estasi
narcisistica. A volte si autodivora in un batter d’occhio (come nei
crack di Borsa); più spesso compare all’improvviso, apparentemente
vitale e virtuoso (quando le Borse salgono); e ha in orrore di essere
speso».
Qualunque osservatore attento e non prevenuto noterà
che le polemiche economico-sociali nascono e proliferano attorno a queste
differenti concezioni del danaro. Nessun dubbio sul ruolo del n. 1,
semplice strumento per favorire gli scambi a livello di massa (altro
discorso per i rapporti internazionali, dove è in atto una secolare
guerra valutaria, che ha fra l’altro visto la sterlina inglese e poi il
rublo sovietico soccombere innanzi al dollaro, ora in difficoltà con l’euro
e lo yuan cinese). Al massimo, i moralisti invocano una certa parsimonia
nella spesa, in modo da trasferirlo, almeno in parte, sul n. 2: allargando
la disponibilità di oggetti concreti, tangibili e consumabili.
A questo punto del processo di logica finanziaria, s’inseriscono,
oggi più che mai, i sacerdoti dell’autentico dio Danaro. Con le
tecnologie a disposizione, sarebbe possibile produrre una quantità
virtualmente infinita di beni di consumo per sfamare a sazietà e
soddisfare ogni esigenza di 6 miliardi di abitanti del pianeta Terra. Se
non si verifica, è perché ciò impedirebbe al danaro di essere se stesso
nella sua più pura essenza: il produttore di altro danaro e di altro
potere.
Con queste premesse proviamo a confrontarci con il
presente. Sgomberando peraltro, e subito, il terreno da interpretazioni
pauperistiche, o infantilmente (in economia) retoriche. Il processo di
evoluzione dell’uso del danaro, in tutte le sue forme, ha sicuramente
contribuito al progresso materiale dell’umanità: viviamo di più e
meglio persino nel Quarto mondo.

Rembrandt, Cristo scaccia i
mercanti dal Tempio.
Che si potesse fare meglio e a minori costi collettivi
è probabile, ma non dimostrabile. Certo, invece, che sull’altare del
dio Danaro l’umanità ha spesso sacrificato quelli che si definiscono
"valori". L’egoismo delle nazioni e di alcuni ceti
privilegiati essendosi trasformato in egoismo individuale. In quell’"asma
del danaro" che sembra marchiare la nostra epoca.
Proverò a portare qualche esempio, a favorire la
comprensione. In Usa, checché dicano giornali e Tv, la maggioranza dei
cittadini osserva l’andamento della guerra in Iraq all’islamismo
radicale con l’occhio puntato sui riflessi borsistici. Cento milioni di
americani dipendono per redditi e pensioni da Wall Street. Il "potere
delle banche" è immenso e condiziona, coi suoi circuiti collaterali,
le alchimie finanziarie, quegli "interessi" geopolitici dai
quali dipendono le materie prime, a cominciare dal petrolio. Essenziali
per il funzionamento della nostra civiltà dei consumi. Spesso facendo
inorridire le anime candide.
Nel tentativo di rispondere alla domanda iniziale – è
"buono" o "cattivo" il danaro? – soffermiamoci sull’ultima
malefatta, della quale rigurgitano le cronache: quello dei mutui concessi
con tanta facilità dalle banche per agevolare l’acquisto dell’abitazione
a coloro che non ne avrebbero avuto la possibilità. Ovviamente le banche
si sono mosse nella logica del profitto, prestando. Quindi hanno
impacchettato i mutui in obbligazioni dalle ambigue connotazioni,
scaricandole sull’ignara clientela dei risparmiatori. A un certo punto,
i nodi sono parsi venire al pettine, e numerosi chierici dell’ortodossia
monetaria hanno immaginato un crack su scala planetaria, paragonabile a
quella, devastante, degli anni Trenta del secolo passato. È però bastato
che, con interventi mirati sui circuiti finanziari, intervenissero la
Federal Reserve, la Banca centrale europea, la Banca d’Inghilterra, di
Giappone e Cina ristabilendo la pace (quantomeno provvisoria).
Miracolo? Niente affatto. Il danaro "vero" è
ormai entità impalpabile, inafferrabile, che si muove secondo logiche,
strumenti, dinamiche, le cui chiavi appartengono a pochi
"iniziati". Infatti la circolazione fisica del danaro
costituisce ai giorni nostri una quota irrisoria degli interessi monetari.
Financo i nostri stipendi, le pensioni, sono divenuti
"invisibili": senza bancomat o plastics varie saremmo
nudi.
Mi ha spiegato Francesco Micheli, gran tycoon,
che «s’inventano strumenti finanziari sempre più raffinati, e a
concepirli più che gli uomini sono le macchine, cioè i computer. Sino a
quando le macchine non impazziranno, si troverà sempre un rimedio ai
problemi». E se i computer dovessero impazzire, e come in un romanzo di
fantascienza tutto azzerare in un istante? Ecco l’agghiacciante
interrogativo, privo di risposta. Nella loro plurimillenaria evoluzione,
la fisica e la filosofia del danaro si sono radicalmente trasformate.
Frutto della sapienza e dell’orgoglio umano, pretendono di portarci,
sull’onda del progresso, verso la felicità terrena. Sarà vero o non
piuttosto, come accadde alla torre di Babele, una sfida dal tragico
epilogo?
Giancarlo Galli
Commentatore economico di Avvenire
Segue: Il poeta, il denaro, il testo, l’usura