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Utile strumento o fine perverso?

  
SOLDI? ABBASTANZA PER VIVERE
MA NON TROPPI PER MORIRNE

  


   Letture n.644 febbraio 2008 - Home Page

È il mezzo di scambio che ha permesso di superare il baratto e sviluppato l’economia a livelli mai raggiunti prima dall’umanità, ma il denaro ha spesso finito per superare il suo effettivo valore intrinseco, assumendo per l’uomo una dimensione aggiuntiva fuorviante, fino ad acquisire la forma del potere. E la sua natura sempre più immateriale complica ulteriormente le cose.


    
   
   

Un’essenza impalpabile

E SE LA FINANZA FOSSE UNA TORRE DI BABELE?

di Giancarlo Galli

  
I
l danaro (è più diffuso denaro, eppure preferisco chiamarlo così, anche per onorare la vecchia e benestante nonna materna che mi consegnava i danée per andare a comperare un gelatino) ha una storia che affonda le radici nei primordi della civiltà umana.

In assenza di danaro, non esisterebbero commerci al di là del baratto, e ciò spiega le origini: l’esigenza di disporre di un comune denominatore, certo e universalmente riconosciuto. Si cominciò con conchiglie e perline, i capi di bestiame, finché il consenso cadde sulle pepite d’oro e i grani d’argento, sino alla coniazione di monete, nella Grecia antica, che pare tuttavia avere mutuato dall’Oriente.

Già nel V secolo a.C. Temistocle, come riferiva Plutarco, affermava di «preferire un uomo senza denaro al denaro senza un uomo». Il che c’illumina su un dato di fatto: il danaro ha sempre goduto di un’immagine più che controversa, talvolta diabolica. «L’amore al denaro è radice di ogni sorta di mali», affermava san Paolo (Timoteo, VI,10). Per Leonardo da Vinci: «Oh, miseria umana, di quante cose per danari ti fai serva». Nel ’500 Hans Sachs, maestro cantore e novelliere tedesco, venendo in soccorso dei luterani, scrive fustigando la Chiesa di Roma: «Appena il danaro suona nella cassetta, l’anima balza dal Purgatorio...». Ultima, realistica citazione, Molière: «Il danaro è la chiave che apre tutte le porte».

Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie.
Quentin Metsys, Il cambiavalute e la moglie.

Che la ricchezza sia un bene o un male è oggetto di dispute dottrinali (e sociologiche), in realtà di scarso costrutto. Anche perché, a dispetto degli anatemi, il dio Danaro continua a far proseliti: mai come oggi, tutti aspiriamo a diventare milionari (o miliardari, a seconda della valuta di riferimento). Certo, il Vangelo è stracolmo di messaggi consolatori per i meno abbienti (gli "ultimi"); Karl Marx ci ha imbastito sopra le teorie socialiste; di "giustizia distributiva" sono in tantissimi a riempirsi la bocca. Eppure, gira e rigira fra dotte analisi e sermoni pietistici, quel che emerge è chiarissimo: i poveri sono una cosa, i ricchi un’altra. Piaccia o meno (e in genere piace poco, in quanto "politicamente scorretto"), fa testo quel che affermò, con rozzezza tipicamente élitaria, ma efficacissima, il magnate petrolifero Paul Getty: «Se alle tre del pomeriggio tutto il danaro e i beni di questo mondo venissero distribuiti in parti uguali, alle tre e mezza ci sarebbe chi ha di più e chi di meno».

Ricchi e poveri sono sempre esistiti; e probabilmente sempre esisteranno. Tuttavia, la casta dei ricchi spicca per una caratteristica: l’ipocrisia. Ad esempio, specie se protestanti o ebrei, piace far credere trattarsi di un segno della "benedizione divina". Quanto a cattolici e musulmani, non si preoccupano troppo di dover cedere il passo ai poveri sulla porta del Paradiso. L’importante è che gli "ultimi" non siano troppo invadenti in Terra.

Ma cos’è il danaro, al di là dei simbolismi, dell’alone di potenza che lo circonda? Gelosamente conservo la "lezione" offertami negli anni Settanta, alla New York University, da David Bazelon, esponente della cultura liberal statunitense. A suo dire, esistono tre tipi di danaro, che attraverso i secoli si sono sviluppati, in una sorta di darwiniana evoluzione. Abbiamo il danaro n. 1, che maneggiamo quotidianamente per comperare le cose di cui abbiamo bisogno. È universalmente diffuso, sia pure con abissali differenze. Sono pezzi di carta, ben lontani dal produrre ricchezza. Semmai, dopo averla misurata, confrontandosi con i prezzi, la consumano. Tra breve cesserà di esistere, soppiantata dalle carte di credito, dagli scambi on line, allo stesso modo in cui la cartamoneta scacciò le monete d’oro e quelle d’argento. Comunque, questo danaro può fornire gioie e gratificazioni, non certamente il potere.

Su un gradino superiore sta il danaro n. 2. Più nobile del primo, "bruciato" dagli orgiastici riti consumistici, poiché viene utilizzato per gli investimenti: iniziative capaci di far crescere fabbriche, strade, edifici; se usato dallo Stato, anche per scuole e istituzioni pubbliche. Quasi un tentativo di redimerlo dal peccato originario, socializzandolo. È un danaro certamente produttivo, ma anche un po’ triste, raramente capace di riscaldare i cuori. Tant’è che imperatori, sovrani, dittatori, governanti "democratici" o leader religiosi hanno regolarmente ritenuto congeniale alle loro ambizioni dissiparlo in guerre o crociate, per offrire ai sudditi un "senso della vita".

Nessuna critica arriva però a intaccare i basamenti dei templi del dio Danaro. Perché il danaro vero è un tertium genus: non servirà mai a comperare qualcosa che non sia altro danaro, e con esso altro potere. «Si riproduce», spiegava Bazelon, «in un’estasi narcisistica. A volte si autodivora in un batter d’occhio (come nei crack di Borsa); più spesso compare all’improvviso, apparentemente vitale e virtuoso (quando le Borse salgono); e ha in orrore di essere speso».

Qualunque osservatore attento e non prevenuto noterà che le polemiche economico-sociali nascono e proliferano attorno a queste differenti concezioni del danaro. Nessun dubbio sul ruolo del n. 1, semplice strumento per favorire gli scambi a livello di massa (altro discorso per i rapporti internazionali, dove è in atto una secolare guerra valutaria, che ha fra l’altro visto la sterlina inglese e poi il rublo sovietico soccombere innanzi al dollaro, ora in difficoltà con l’euro e lo yuan cinese). Al massimo, i moralisti invocano una certa parsimonia nella spesa, in modo da trasferirlo, almeno in parte, sul n. 2: allargando la disponibilità di oggetti concreti, tangibili e consumabili.

A questo punto del processo di logica finanziaria, s’inseriscono, oggi più che mai, i sacerdoti dell’autentico dio Danaro. Con le tecnologie a disposizione, sarebbe possibile produrre una quantità virtualmente infinita di beni di consumo per sfamare a sazietà e soddisfare ogni esigenza di 6 miliardi di abitanti del pianeta Terra. Se non si verifica, è perché ciò impedirebbe al danaro di essere se stesso nella sua più pura essenza: il produttore di altro danaro e di altro potere.

Con queste premesse proviamo a confrontarci con il presente. Sgomberando peraltro, e subito, il terreno da interpretazioni pauperistiche, o infantilmente (in economia) retoriche. Il processo di evoluzione dell’uso del danaro, in tutte le sue forme, ha sicuramente contribuito al progresso materiale dell’umanità: viviamo di più e meglio persino nel Quarto mondo.

Rembrandt, Cristo scaccia i mercanti dal Tempio.
Rembrandt, Cristo scaccia i mercanti dal Tempio.

Che si potesse fare meglio e a minori costi collettivi è probabile, ma non dimostrabile. Certo, invece, che sull’altare del dio Danaro l’umanità ha spesso sacrificato quelli che si definiscono "valori". L’egoismo delle nazioni e di alcuni ceti privilegiati essendosi trasformato in egoismo individuale. In quell’"asma del danaro" che sembra marchiare la nostra epoca.

Proverò a portare qualche esempio, a favorire la comprensione. In Usa, checché dicano giornali e Tv, la maggioranza dei cittadini osserva l’andamento della guerra in Iraq all’islamismo radicale con l’occhio puntato sui riflessi borsistici. Cento milioni di americani dipendono per redditi e pensioni da Wall Street. Il "potere delle banche" è immenso e condiziona, coi suoi circuiti collaterali, le alchimie finanziarie, quegli "interessi" geopolitici dai quali dipendono le materie prime, a cominciare dal petrolio. Essenziali per il funzionamento della nostra civiltà dei consumi. Spesso facendo inorridire le anime candide.

Nel tentativo di rispondere alla domanda iniziale – è "buono" o "cattivo" il danaro? – soffermiamoci sull’ultima malefatta, della quale rigurgitano le cronache: quello dei mutui concessi con tanta facilità dalle banche per agevolare l’acquisto dell’abitazione a coloro che non ne avrebbero avuto la possibilità. Ovviamente le banche si sono mosse nella logica del profitto, prestando. Quindi hanno impacchettato i mutui in obbligazioni dalle ambigue connotazioni, scaricandole sull’ignara clientela dei risparmiatori. A un certo punto, i nodi sono parsi venire al pettine, e numerosi chierici dell’ortodossia monetaria hanno immaginato un crack su scala planetaria, paragonabile a quella, devastante, degli anni Trenta del secolo passato. È però bastato che, con interventi mirati sui circuiti finanziari, intervenissero la Federal Reserve, la Banca centrale europea, la Banca d’Inghilterra, di Giappone e Cina ristabilendo la pace (quantomeno provvisoria).

Miracolo? Niente affatto. Il danaro "vero" è ormai entità impalpabile, inafferrabile, che si muove secondo logiche, strumenti, dinamiche, le cui chiavi appartengono a pochi "iniziati". Infatti la circolazione fisica del danaro costituisce ai giorni nostri una quota irrisoria degli interessi monetari. Financo i nostri stipendi, le pensioni, sono divenuti "invisibili": senza bancomat o plastics varie saremmo nudi.

Mi ha spiegato Francesco Micheli, gran tycoon, che «s’inventano strumenti finanziari sempre più raffinati, e a concepirli più che gli uomini sono le macchine, cioè i computer. Sino a quando le macchine non impazziranno, si troverà sempre un rimedio ai problemi». E se i computer dovessero impazzire, e come in un romanzo di fantascienza tutto azzerare in un istante? Ecco l’agghiacciante interrogativo, privo di risposta. Nella loro plurimillenaria evoluzione, la fisica e la filosofia del danaro si sono radicalmente trasformate. Frutto della sapienza e dell’orgoglio umano, pretendono di portarci, sull’onda del progresso, verso la felicità terrena. Sarà vero o non piuttosto, come accadde alla torre di Babele, una sfida dal tragico epilogo?

Giancarlo Galli
Commentatore economico di Avvenire

Segue: Il poeta, il denaro, il testo, l’usura

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