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CRISTINA CAMPO

Matura nell’ombra la parola redenta.   

di Pasquale Di Palmo
      

   Letture n.644 febbraio 2008 - Home Page

L’opera di Cristina Campo affronta, tra "furia e dolcezza" come rileva Citati, gli argomenti più disparati, la poesia e la prosa, la traduzione e il testo critico, rendendo un’alta testimonianza sulla spiritualità del nostro tempo.

La figura di Cristina Campo, con il passare degli anni, sembra seguire un itinerario inverso rispetto all’aura di rigorosa circospezione che dominava in vita la sua variegata attività. Se infatti, durante la sua breve esistenza, la scrittrice era conosciuta soltanto da una ristretta cerchia di specialisti, dopo la pubblicazione postuma della raccolta di saggi intitolata Gli imperdonabili, effettuata da Adelphi nel 1987, il suo lavoro si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica come uno dei più rappresentativi del secolo scorso, affermandosi definitivamente con gli altri titoli apparsi in seguito.

L’autrice, nonostante si misurasse con le più svariate attività, fece di tutto per rimanere nell’ombra: adoperò vari pseudonimi per firmare traduzioni e collaborazioni a riviste e giornali (Cristina Campo era infatti un nom de plume, in quanto il suo vero nome era Vittoria Guerrini) e pubblicò in vita soltanto tre libri: la silloge poetica Passo d’addio (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1956) e le raccolte di saggi intitolate Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962) e Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971). Proprio sulla bandella di quest’ultimo libro appare quella significativa nota che sembra caratterizzare così bene il suo percorso letterario, mai disgiunto da una macerazione spirituale che rasenta un’ascesi di ascendenza quasi monacale: «Cristina Campo è uno pseudonimo. È cresciuta a Firenze nell’ambiente del padre compositore. Ha scritto poco e le piacerebbe avere scritto meno. [...] Oltre alla poesia il suo maggiore interesse è la liturgia: l’ex romana, la bizantina».

È quanto mai significativo che, in un’epoca dominata dal dogmatismo ideologico che aveva irretito gran parte dell’intellighenzia italiana, gli interessi di Cristina si orientassero in direzione pressoché antitetica: la poesia e la liturgia. Strano connubio che contraddistingue un percorso isolato e rigoroso, che sembra fare di Cristina Campo una sorta di Simone Weil autoctona. E non è un caso che sarà proprio l’opera della scrittrice francese a segnare in maniera inimitabile il lavoro della Campo, con quella netta contrapposizione tra La pesanteur et la grâce, come si intitola una fondamentale raccolta di saggi weiliana del 1948, che sembra presiedere alla sua stessa poetica.

È presente negli scritti di Cristina un profondo legame tra le materie predilette, che spaziano dalla poesia alla traduzione, dal saggio di taglio erudito all’investigazione esegetica che conserva tratti molto personali e profondi. Risulta perciò un po’ riduttivo circoscrivere i suoi interessi così variegati nell’ambito di un "genere" tout court, definito in maniera netta e lineare. Si dovrà considerare il fatto che qualsiasi occasione può costituire lo spunto per disquisire su un determinato tema: la nervatura di una foglia, il ricamo di un tappeto, l’eco di una fiaba rappresentano, come una madeleine proustiana, il richiamo per modulare delle variazioni che indulgono a una dimensione spirituale autentica e dolorosa.

Poesia e liturgia

Passo d’addio, il suo esordio poetico che rappresenta anche l’unico libro di liriche pubblicato in vita, raccoglie significativamente soltanto undici componimenti, dominati da uno stile che si differenzia notevolmente rispetto ai canoni letterari del tempo, modulati sulle tendenze più contrastanti: da una parte il neorealismo, dall’altra le derive dell’ermetismo, con l’avvento ormai incombente degli stilemi dettati dalle neoavanguardie. La poesia della Campo sembra invece risentire di uno stile semplice e lineare, che si basa su una compostezza di tipo classico derivata dai suoi innumerevoli lavori di traduzione e dai suoi maestri dichiarati come Hofmannsthal e la Weil. Scrive Margherita Pieracci Harwell, che oltre a essere raffinata esegeta dell’opera della Campo, fu una delle sue più care amiche: «Per penetrare più a fondo nel pensiero di Cristina Campo le due guide più sicure sono Hugo von Hofmannsthal e Simone Weil – fino ai tardi anni Sessanta i più costanti phares di questa instancabile, ma soprattutto selettiva e fedelissima lettrice».

I versi che figurano in questa silloge, composti tra il 1954 e il 1955, con eccezione della prima poesia datata 1945, risentono degli spunti e delle atmosfere più varie, nel tentativo di rendere «bianche tutte le mie lettere, / inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa». Sembra un inno alla grazia che si riverbera talora in versi di una delicatezza dickinsoniana, talaltra in enigmatiche asperità di derivazione eliotiana: «Ora non resta che vegliare sola / col salmista, coi vecchi di Colono». E non è un caso che sia Emily Dickinson sia Eliot furono tra gli autori prediletti della Campo che li tradusse da par suo.

Già Leone Traverso, in una recensione apparsa sulla rivista Letteratura nel 1957, rimarcava sia le fonti plurime d’ispirazione che sottendono alla nascita di certe poesie (con riferimenti più o meno espliciti alle Mille e una notte, a Lawrence d’Arabia, a Paolo di Tarso), sia l’oscurità di taluni passaggi: «Ci si incontra in altre liriche a passi che sembrano a prima vista invalicabili, non per arbitrii sintattici o lessicali, ma perché occulto rimane il pozzo profondo da cui sorgono certe immagini».

La Tigre Assenza, pubblicato da Adelphi nel 1991, raccoglie tutta la produzione poetica della Campo, comprese le traduzioni in versi. Oltre a Passo d’addio figurano altre due brevi sezioni, intitolate rispettivamente Quadernetto e Poesie sparse. In tutto si tratta di una trentina di liriche che, per il loro potere ipnotico e la loro intrinseca bellezza, si configurano tra le espressioni più perfette e compiute della sua opera. La poesia che dà il titolo alla raccolta si ispira alla morte dei genitori che ebbero una profonda influenza sulla formazione di Cristina: «Ahi che la Tigre, / la Tigre Assenza, / o amati, / ha tutto divorato / di questo volto rivolto / a voi! La bocca sola / pura / prega ancora / voi: di pregare ancora / perché la Tigre, / la Tigre Assenza, / o amati, / non divori la bocca / e la preghiera...».

Bisogna segnalare inoltre gli ultimi versi, composti negli anni Settanta e ispirati a una religiosità dominata da figure bibliche o attinenti al mondo della liturgia (la Campo, oltre a condurre una strenua battaglia a favore dell’opera di monsignor Marcel Lefèvbre per il ripristino della Messa in latino, predilesse il rito bizantino-slavo). In quest’ottica risaltano i versi di Missa Romana e dell’intenso poemetto intitolato Diario bizantino, a proposito del quale rileva Roberto Calasso: «Il testo della Campo resiste a questa letterale prova del fuoco. E resiste anche alle due prove sperimentali a cui la poesia deve sottomettersi e da cui deve uscire vittoriosa. La prima: che le sue parole agiscano anche se il lettore non sa con sicurezza a che cosa alludano. La seconda: che la conoscenza delle cose a cui alludono le parole della poesia dilati infinitamente la loro risonanza e il loro spessore».

La perfezione della prosa

Il secondo titolo della Campo fu Fiaba e mistero, edito da Vallecchi nel 1962 nella collana dei "Quaderni di pensiero e di poesia". Il volumetto, contenente cinque tra i più riusciti saggi della scrittrice, fu pubblicato in un’edizione numerata di 600 esemplari. Nella stessa collana vedrà la luce anche la raccolta di saggi intitolata Spagna di María Zambrano, che fu amica della Campo.

Entrambi i primi due titoli pubblicati denotano la scarsa propensione dell’autrice a diffondere i propri testi in maniera indiscriminata, bensì la tendenza a rendere note con parsimonia le proprie pubblicazioni. Non è un caso che, a parte qualche sparuta segnalazione, i due libri venissero subito relegati nel dimenticatoio. La stessa autrice scriveva significativamente a Leone Traverso il 10 ottobre 1962 a proposito di Fiaba e mistero: «Ora anche di questo libretto mi è venuto un enorme desiderio che nessuno si accorga. Una parola è sufficiente per toglierti tutto il piacere di averlo scritto, farti sentire "as public as a frog", il che equivale a non scrivere più».

Copertina del volume: Il flauto e il tappeto.Il flauto e il tappeto, pubblicato da Rusconi nel 1971, costituisce il terzo e ultimo libro pubblicato in vita. Si tratta di una raccolta di saggi (alcuni di questi ripresi dal volumetto precedente) in cui l’autrice disquisisce intorno agli argomenti più disparati creando insospettabili accostamenti. Il punto di partenza collima con il punto di arrivo solo grazie a un procedimento narrativo che persegue tale obiettivo attraverso una sequenza di corrispondenze di ardua decifrazione agli occhi del profano. Il cerchio si chiude in maniera affascinante ed enigmatica, dopo un continuo peregrinare intorno ai simboli della redenzione e della perdizione. Dall’intreccio di un tappeto persiano a una "frase glaciale" di Proust, dalle considerazioni sul tema della "sprezzatura" alle suggestioni del rito gregoriano, la prosa della Campo si delinea come un perfetto emblema araldico miracolosamente scampato alla distruzione e alla rovina incombenti. Come Borges, la Campo si interroga a lungo sui propri ideali e modelli letterari, stabilendo un’opera di interpretazione quanto mai preziosa, anche se dai tratti atipici.

La letteratura rappresenta per la Campo una sorta di modello che riesce a coniugare mirabilmente, nei suoi esiti più riusciti, etica ed estetica. Non è un caso che la vita stessa della scrittrice risentisse in maniera esclusiva di questo connubio dagli intrecci indissolubili: si pensi, in tal senso, alle relazioni che Cristina allacciò con il finissimo traduttore Leone Traverso e, in seguito, con quella straordinaria figura di intellettuale a tutto tondo che fu Elémire Zolla, o al fascino che esercitò su di lei il poeta Mario Luzi.

Pietro Citati osserverà al riguardo: «Aveva un senso acutissimo della forma, come quasi nessuno ai nostri tempi: non voglio dire il dono della pura creazione, che in lei urtava contro troppi vincoli. Adorava la forma che coltiva se stessa, come nelle grandi creazioni dell’estetismo. La sua intelligenza non era la pura, liberata intelligenza di Dostoevskij e di Kafka, ma l’intelligenza provocata dalle tensioni e dai limiti della forma. Gli scrittori erano, per lei, dei re in incognito, dei sacerdoti nascosti; e la perfezione suprema a cui poteva giungere la letteratura era l’ombra della vestizione del vescovo, l’ombra della Missa Solemnis».

Dopo la morte le prose della Campo, che si possono considerare come il punto più alto e significativo della sua opera, furono riproposte ed integrate in due volumi adelphiani, usciti rispettivamente nel 1987 e nel 1998: Gli imperdonabili e Sotto falso nome. Quest’ultimo volume raccoglie tutti gli scritti che Cristina pubblicò in svariati periodici con diversi pseudonimi, spesso declinati al maschile: da Puccio Quaratesi a Bernardo Trevisano, da Benedetto P. d’Angelo a Giusto Cabianca.

Le lettere dell’anima

Le lettere della Campo rappresentano una fucina preziosa per chi voglia addentrarsi in una vicenda biografica spoglia ma che sottende un’inimitabile esperienza umana e spirituale, risolta con un rigore che ha pochi referenti nella letteratura italiana del secolo scorso. Pensando alla sua esperienza, intrisa di una religiosità che trova nel rituale arcaico della liturgia la sua espressione più compiuta, vengono in mente le lettere che l’ebrea non praticante Simone Weil indirizzava a Jean-Marie Perrin, un giovane sacerdote cattolico, raccolte in quello straordinario libro intitolato Attesa di Dio. Nell’indimenticabile passaggio presente in una di queste lettere Simone Weil scrive: «Nel 1938 ho passato dieci giorni a Solesmes, dalla domenica delle Palme al martedì di Pasqua, seguendo tutte le funzioni. Avevo emicranie violente, ogni suono mi faceva male come un colpo, e solo un estremo sforzo di attenzione mi permetteva di uscire dalla mia misera carne, di lasciarla soffrire sola, rannicchiata in un angolo, e di trovare una gioia pura e perfetta nella inaudita bellezza del canto e delle parole».

Le lettere della Campo conservano lo stesso nitore, la stessa inesausta ricerca di una dimensione spirituale in grado di riscattare l’esistenza da una sequela di abitudini meschine. In una delle Lettere a Mita, nomignolo dato da Cristina all’amica Margherita Pieracci Harwell, si legge: «Cara, quanto dovrà sembrarle assurda questa lettera, scompigliata e priva di centro [...] Ma io non ho, davvero, che la poesia come preghiera – ma posso offrirla? E quando mai la sentirò così vera (non dico pura, ma è differente?) da poterla deporre a quell’altare – di cui non vedo e forse non vedrò mai che i gradini – come un cesto di pigne verdi, una conchiglia, un grappolo? Di giorno in giorno mi persuado sempre più che non ho altro rosario, altra spada, altro libro, altro cilizio che questo. E io non parto dall’amore di Dio – sto nel buio; ma vorrei fare qualche cosa che agli altri sembrasse nato alla luce».

I corrispondenti della scrittrice non furono numerosi: si tratta di amici con i quali condivideva gli interessi di tipo letterario o religioso. Cristina aveva l’abitudine di firmarsi con pseudonimi o nomignoli vari come La Pisana (ricavato da un personaggio del romanzo Le confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo) o Vie (singolare diminutivo di Vittoria che, con l’aggiunta della "e" finale, forma in francese la parola "vita"). Del pari i suoi stessi corrispondenti erano designati con vezzeggiativi o nomi di fantasia: si pensi, oltre al caso della suaccennata Mita, a quello di Leone Traverso, chiamato Bul.

Le lettere costituiscono un insostituibile strumento per conoscere più a fondo una scrittrice che, pur non avendo una particolare prestanza fisica essendo cardiopatica, non lesinava le sue forze pur di soccorrere gli amici in difficoltà o per sostenere le cause ritenute giuste: si pensi in tal senso al sostegno dato all’attività umanitaria di Danilo Dolci o alle prese di posizione, all’epoca considerate reazionarie, in favore dell’operato di monsignor Lefèbvre. L’elemento privato appare solo a tratti, circonfuso da un alone poetico che ne altera i contorni realistici, relegandoli in una sorta di mondo iridato fatto di preghiere e di silenzi, di attese e di rinunce, di frasi appena sussurrate e di melanconici inviti.

Traduzioni e curatele

«In certi momenti mi sembra che potrei finalmente, p.e., imbarcarmi e vagare pel mondo o magari cominciare a scrivere – non più al servizio di testi altrui – e sento che me ne verrebbe una strana forza, come da una difficile prova; in altri, basta un rumore a togliermi non solo una minima pace, ma la voglia di vivere. Così mi rassegno a questo ufficio d’"impiegato della poesia altrui" – forse un po’ come Lawrence ai servizi di aviere; ma non arrivo, come lui, alla solidarietà, ma a un senso più sgomento e morboso di isolamento senza vera solitudine. C’è qualcosa di più mostruoso che questa vita di riflesso, di tramite ai sentimenti e alle parole altrui?», scriveva Leone Traverso in una lettera indirizzata a Cristina Campo, nella quale si rievocano le disillusioni nei confronti di una disciplina tra le più oscure e misconosciute in ambito letterario.

L’esempio di Traverso, che fu uno dei più geniali traduttori italiani del Novecento (memorabili le sue versioni che spaziano dai classici come Pindaro ed Eschilo ai grandi autori di lingua tedesca Hölderlin, Kleist, Hofmannsthal, Rilke, Trakl per approdare ai modelli linguistici più disparati: da Gòngora a Yeats a Eluard), influenzò notevolmente Cristina che tradusse gli autori da cui si sentiva particolarmente coinvolta. Numerose sono le versioni della Campo che considerava l’attività traduttoria, al pari di Traverso, non in maniera meccanicistica e passiva bensì come qualcosa di estremamente creativo e rigoroso.

Tra gli scrittori affrontati non potevano mancare gli amati Hofmannsthal e Simone Weil, della quale ricordiamo la tragedia Venezia salva (1963) e i saggi di La Grecia e le intuizioni precristiane (1967, con la collaborazione di Margherita Pieracci Harwell). Ma non si possono altresì dimenticare le versioni da William Carlos Williams che intrattenne con l’autrice un interessante epistolario, riprodotto in Il fiore è il nostro segno (2001) che riprende e amplia l’edizione del 1958, o quelle, superbe, delle Poesie amorose, poesie teologiche di John Donne (1971). Si tratta spesso di traduzioni effettuate in collaborazione con autori che le erano particolarmente vicini come Vittorio Sereni, con il quale porterà a termine il progetto delle Poesie dello stesso Williams nel 1961, o come Piero Draghi insieme al quale curerà i Detti e fatti dei Padri del deserto, uscito nel 1975.

Le prime versioni, firmate con il suo vero nome, riguardano autori come Bengt von Törne, Katherine Mansfield, Eduard Mörike e Virginia Woolf. Bisogna ricordare inoltre che le traduzioni in versi, originariamente disperse in antologie e riviste, sono state raccolte nella seconda parte del volume adelphiano La Tigre Assenza che rappresenta così uno straordinario spaccato della raffinata interprete dei versi altrui. Da Giovanni della Croce ai metafisici inglesi, dalla Dickinson ad Hölderlin, da Eliot a Murena, gli autori tradotti formano una carrellata quanto mai esauriente riguardo ai gusti enciclopedici e alla versatilità conoscitiva della scrittrice di Fiaba e mistero.

L’ombra e la grazia

«Perfezione, bellezza. Che significa? Tra le definizioni, una è possibile. È un carattere aristocratico, anzi è in sé la suprema aristocrazia. Della natura, della specie, dell’idea" scriveva la Campo nel saggio Gli imperdonabili. Gli imperdonabili sono i poeti che vanno controcorrente, che corteggiano lo stile nell’epoca in cui tutto scivola irrimediabilmente verso il basso, che, come Pound, scelgono di tacere laddove regna il più assordante dei vaniloqui. La stessa Cristina Campo si può annoverare tra quelli che lei aveva definito «imperdonabili», questi araldi della perfezione che scelgono l’ombra, il silenzio, l’anonimato nel periodo in cui impazzano l’arrivismo più sfrenato, la volgarità più truce, le «cupezze ideologiche».

Cristina decise di scomparire, di vivere da postuma, per una scelta polemica adottata contro un tempo che le proibiva di essere se stessa, di coniugare magistralmente la sua idea di perfezione e bellezza con la noncuranza dello stilita che domina il mondo dalla sua posizione arroccata fra i merli delle nuvole. Osserva Alessandro Spina: «Non fece parte di nessuna scuola, di nessun gruppo e, ancor meglio, il lettore non può assegnarla a nessuna scuola, a nessun gruppo, almeno del panorama nostrano, gremito e talvolta opprimente. Basta scorrere i nomi che ricorrono nelle sue lettere, nelle sue memorabili traduzioni – di autori, allora, estranei alla moda, ai dibattiti (lessico dell’epoca). La sua cultura non era intercambiabile con quella altrui e ciò indica un itinerario solitario (l’itinerario in sé è già cultura), che le fece a suo tempo il vuoto intorno, e che oggi invece attira il lettore».

Basta scorrere le pagine dei libri stampati dopo la sua morte per sincerarsi dell’innata predisposizione a scrivere "Con lievi mani", come emblematicamente si intitola una sua prosa, da cui ritagliamo questo piccolo cammeo in cui si poteva riconoscere il suo elegante profilo: «Si direbbe che la grazia sia la materia prima della Grazia e indubbiamente i santi avventurieri, i lucenti eroi di fiaba che con lieve cuore, con lievi mani gettarono la vita nell’Immutabile erano tagliati di quella stoffa».

Pasquale Di Palmo
   

In vita soltanto tre libri

Opere

Cristina Campo pubblicò in vita soltanto tre libri: la plaquette poetica Passo d’addio (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1956) e le raccolte di saggi Fiaba e mistero (Vallecchi, 1962) e Il flauto e il tappeto (Rusconi, 1971). Collaborò, a volte usando fantasiosi pseudonimi, a numerose riviste, tra cui Paragone, Conoscenza religiosa, Antaios, Elsinore, Sur. Dopo la sua morte apparvero i seguenti volumi: Gli imperdonabili, Adelphi, 1987; Lettere a un amico lontano, Libri Scheiwiller, 1989; La Tigre Assenza, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 1991; Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, Adelphi, 1998; "L’infinito nel finito". Lettere a Piero Pòlito, a cura di Giovanna Fozzer, Via del Vento, 1998; Lettere a Mita, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 1999; Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), a cura di Margherita Pieracci Harwell, Adelphi, 2007. La Morcelliana ha proposto integralmente nel 2007 il Carteggio tra Cristina Campo e Alessandro Spina.

Le traduzioni apparse con il vero nome di Vittoria Guerrini sono le seguenti: Bengt von Törne, Conversazioni con Sibelius, Monsalvato, 1943; Katherine Mansfield, Una tazza di tè ed altri racconti, Frassinelli, 1944; Eduard Mörike, Poesie, Cederna, 1948; Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Mondadori, 1959 (in collaborazione con Giuliana de Carlo). Con lo pseudonimo di Cristina Campo firmò invece queste altre traduzioni: William Carlos Williams, Il fiore è il nostro segno, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1958 (ristampato dalla Libri Scheiwiller nel 2001 con una congrua sezione di inediti, tra cui il carteggio con l’autore americano e con Vanni Scheiwiller); William Carlos Williams, Poesie, Einaudi, 1961 (in collaborazione con Vittorio Sereni); Simone Weil, Venezia salva, Morcelliana, 1963; Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, 1967 (in collaborazione con Margherita Pieracci Harwell); John Donne, Poesie amorose, poesie teologiche, Einaudi, 1971; Detti e fatti dei Padri del deserto, Rusconi, 1975 (in collaborazione con Piero Draghi). Postumo è apparso il volumetto di Cristine Koschel, L’urgenza della luce, a cura di Amedeo Anelli, Le Lettere, 2004.

Bisogna inoltre menzionare la Storia della città di rame, tradotta dall’arabo da Alessandro Spina, con introduzione di Cristina Campo, originariamente proposta da Scheiwiller per la sua sigla editoriale All’Insegna del Pesce d’Oro nel 1963 e ristampata dalle Edizioni L’Obliquo nel 2007, oltre all’antologia I mistici, curata da Elémire Zolla per Garzanti nel 1963, e riproposta da Adelphi nel 1997 con il titolo I mistici dell’Occidente, contenente diversi contributi della Campo.

Critica

I contributi critici stanno conoscendo una stagione sempre più fertile. Ci limitiamo a segnalare i principali: Alessandro Spina, Conversazione in Piazza Sant’Anselmo. Per un ritratto di Cristina Campo, Libri Scheiwiller, 1993, riproposto dalla Morcelliana con una sezione di inediti nel 2002; Monica Farnetti, Cristina Campo, Luciana Tufani Editrice, 1996; Per Cristina Campo, a cura di Monica Farnetti e Giovanna Fozzer, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1998; Cristina Campo in immagini e parole, a cura di Domenico Brancale, Ripostes, 2002; Margherita Pieracci Harwell, Cristina Campo e i suoi amici, Edizioni Studium, 2005; L’opera di Cristina Campo al crocevia culturale del Novecento europeo, a cura di Arturo Donati e Tommaso Romano, Provincia Regionale di Palermo, 2007. Va inoltre citata la fondamentale biografia di Cristina De Stefano, Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo, Adelphi, 2002. Da ricordare anche il sito www.cristinacampo.it

p.d.p.

   

Una vita all’insegna della frugalità

1923-1929 Vittoria Guerrini (che in seguito adotterà lo pseudonimo Cristina Campo) nasce il 28 aprile 1923 a Bologna da Guido Guerrini, compositore faentino, e da Emilia Putti, sorella del chirurgo ortopedico Vittorio Putti che accoglie la famiglia, fino al 1929, nella residenza sita nel parco dell’Ospedale Rizzoli di Bologna. Cristina è affetta da una forma di cardiopatia che non le permette di intraprendere un normale iter scolastico.
1930-1944 I Guerrini si trasferiscono a Firenze dove il padre è chiamato a dirigere il Conservatorio Cherubini. Cristina compie studi irregolari. Stringe amicizia con Anna Cavalletti, una coetanea con la quale condivide le prime infatuazioni letterarie e che morirà, giovanissima, nel 1943, in un bombardamento. Pubblica, con il suo vero nome, la prima traduzione: le Conversazioni con Sibelius di Bengt von Törne, cui seguirà, nel 1944, la versione di Una tazza di tè ed altri racconti di Katherine Mansfield per Frassinelli.
1945-1951 Frequenta l’ambiente letterario fiorentino dove conosce Leone Traverso cui si lega affettivamente e che le fa scoprire l’opera di Hofmannsthal. Nel 1948 pubblica con l’editore Cederna la versione delle Poesie di Eduard Mörike. Nel 1951 dà vita, insieme a Gianfranco Draghi, alla "Posta letteraria" del Corriere dell’Adda, che avrà tra i suoi collaboratori Luzi, Bigongiari e De Robertis. Fu Draghi a iniziare la Campo al culto di Simone Weil, facendole conoscere La pesanteur et la grâce.
1952-1962 La scrittrice lavora alacremente al progetto di un’antologia che non riuscirà a realizzare: il Libro delle ottanta poetesse annunciato dall’editore Casini per il 1953. Collabora a varie riviste e dedica particolare attenzione all’opera di Luzi. Nel 1955 si trasferisce con la famiglia a Roma dove il padre va a dirigere il Conservatorio di Santa Cecilia. Frequenta Francesco Tentori, María Zambrano e Margherita Dalmati, ma anche il "mitico" Bobi Bazlen e il dottor Ernst Bernhard che introdusse per primo l’opera di Jung in Italia. Nel 1956 pubblica il suo primo libro, un’esile raccolta di poesie intitolata Passo d’addio per All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller che, due anni dopo, stamperà anche le traduzioni da Williams: Il fiore è il nostro segno. Nel 1962 lo stesso editore pubblica Storia della città di rame, tradotta da Alessandro Spina e con un’introduzione della Campo. Si lega sentimentalmente ad Elémire Zolla. Nel 1961 firma con Sereni la traduzione delle Poesie di Williams per Einaudi. Nel 1962 esce da Vallecchi il volume di saggi Fiaba e mistero.
1963-1977 Collabora all’antologia I mistici, curata da Zolla nel 1963 per Garzanti. La Morcelliana pubblica la traduzione della Venezia salva di Simone Weil. Nel 1965 è la volta della Grecia e le intuizioni precristiane della stessa Weil per l’editore Borla. Tra il 1964 e il 1965 muoiono sia la madre che il padre. Nel 1966 dà vita alla sezione italiana di "Una voce", associazione internazionale in difesa del rito cattolico in latino. Nel 1971 escono il libro di saggi Il flauto e il tappeto, pubblicato da Rusconi, e le Poesie amorose, poesie teologiche di John Donne per Einaudi. Per diversi anni intrattiene un rapporto epistolare con il filosofo Angelo Emo. Nel 1975 cura con Piero Draghi i Detti e fatti dei Padri del deserto, edito da Rusconi. Frequenta regolarmente le funzioni religiose dell’Abbazia benedettina di Sant’Anselmo e, successivamente, del Russicum, affascinata dal rito bizantino. Si spegne il 10 gennaio 1977.

p.d.p.

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