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Quattro chiacchiere con...

  
Studiare l’Africa
per capire il mondo di oggi

di Roberto Carnero
  


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page

A colloquio con il nigeriano Wole Soyinka, Nobel per la Letteratura nel 1986. Nella sua vita ha sempre coniugato l’interesse per il teatro e la scrittura con la forte passione civile, espressa in un impegno costatogli il carcere e l’esilio.
   

Drammaturgo, poeta e narratore, Wole Soyinka nel 1986 è stato il primo africano a vincere il premio Nobel per la Letteratura. Nato nel 1934 ad Abeokuta, in Nigeria, dopo aver frequentato le scuole nel suo Paese, si trasferisce in Inghilterra, dove si laurea in Letteratura inglese all’Università di Leeds. Negli anni successivi svolgerà un ruolo attivo nella vita politica del suo Paese. Fino all’arresto durante la guerra civile del 1967 e, trent’anni dopo, alla condanna a morte decisa per lui mentre era in esilio dal dittatore Abacha. Abbiamo incontrato Soyinka nell’ambito della "Milanesiana", il festival diretto da Elisabetta Sgarbi, dove lo scrittore è venuto a presentare inCopertina del volume. anteprima il suo ultimo libro, tradotto in italiano per i tipi di Frassinelli con il titolo Sul far del giorno (pagg. 707, euro 18,50). Si tratta di un volume di memorie autobiografiche, in cui l’autore rivisita la sua tumultuosa vita di intellettuale impegnato e di attivista politico, dai tempi dell’università in Inghilterra alle battaglie contro le dittature nigeriane. La narrazione passa da episodi di politica internazionale ai ricordi sulle sue passeggiate per Venezia con W.H. Auden e Stephen Spender, dalla rievocazione della guerra psicologica inflittagli dal dittatore Abacha ad aneddoti legati alla vita di teatro.

  • Soyinka, come dobbiamo leggere il suo nuovo libro?

«Si tratta di un racconto dei casi più importanti occorsimi durante la mia vita. Un tempo mi ero ripromesso di non scrivere nulla di autobiografico. Ma gli eventi mi hanno portato a non mantenere fede a questo proposito. Negli anni Novanta, mentre ero in esilio, la terribile dittatura nigeriana del generale Sani Abacha, non contenta di aver mandato all’estero tutti i principali oppositori del regime, mandava agenti e sicari a perseguitare gli esiliati. Fu una reazione di rabbia e di disperazione che mi spinse, allora, a mettere mano a questo libro».

  • Quale fu nel 1986 la sua reazione alla notizia del conferimento del Nobel per la Letteratura?

«Inizialmente fu di grande sorpresa: fui stupito del fatto che a Stoccolma avessero scelto proprio me. Dopo la sorpresa fu uno shock. Mi chiedevo che cosa avrebbe significato per me quel premio, di quali responsabilità mi avrebbe caricato. Ma fui sostenuto dalle sincere congratulazioni di molti miei connazionali e di altri illustri africani. Capii che quel premio non l’avevo vinto solo io, bensì un intero popolo e un intero continente».

  • E poi?

«Dopo l’euforia, subentrò un certo stress. Si moltiplicarono gli inviti in tutto il mondo e io facevo fatica a starci dietro. Eppure pensavo che quella mia presenza fosse importante. Ma a un certo punto era diventato impossibile accontentare tutti quelli che, per varie ragioni e in vari modi, volevano avere una fetta di me».

  • Di origine nigeriana, lei è venuto presto a contatto con la cultura occidentale. In che modo questi due mondi s’intrecciano nella sua identità?

«Mi considero nigeriano non perché sia nato in quel Paese, ma perché la mia sensibilità è stata plasmata da quell’ambiente. Considero una fortuna essere nato in Africa, perché la prospettiva che ho sul mondo è arricchita dalle mie origini».

  • In quale situazione versa la Nigeria?

«Si vivono spinte contrastanti: verso l’unità e verso il separatismo. In Nigeria convivono etnie diverse, ma c’è una lunga tradizione di coesistenza pacifica e profittevole. Nel senso che a stare insieme si ricavano parecchi vantaggi economici. Oggi la Nigeria è uno degli Stati più ricchi e istruiti dell’Africa. E chi vi abita nutre un sentimento d’orgoglio per quell’appartenenza. Dunque spero che su chi vuole dividere prevalga chi è per l’unità».

  • L’Africa è attraversata da grandi problemi: la povertà, le carestie, la siccità, la piaga dell’Aids... C’è una via d’uscita?

«Io sono fiducioso nel futuro, perché molti dei problemi che vive l’Africa non sono, per così dire, "autoctoni", endemici, ma sono il risultato di interventi esterni, soprattutto da parte occidentale: dall’epoca del colonialismo in poi. Prima dell’intervento europeo, le nazioni africane funzionavano, magari non erano perfette, ma funzionavano. Ad esempio intrattenevano rapporti commerciali paritari con gli Stati europei. Poi ci fu il colonialismo. Ma con la decolonizzazione le cose non è che siano migliorate. Anzi, in alcuni casi si sono create leadership corrotte, ancor più brutali di quelle coloniali. Credo che studiare l’Africa e i suoi problemi oggi possa servire a capire meglio il mondo».

  • In molti casi i confini degli Stati africani sono stati tracciati a tavolino da parte delle nazioni occidentali. Lei crede che andrebbero ridisegnati in base alle reali esigenze delle popolazioni?

«Direi che dove quei confini funzionano, anche se all’inizio si è trattato di un’operazione artificiale, essi non andrebbero toccati. Altrimenti si rischierebbe di produrre ulteriori danni. Andrebbero invece messe in atto delle iniziative di ridefinizione territoriale quando i confini esistenti, così come sono, alimentano conflitti e tensioni. Perché gli Stati devono esistere in funzione delle persone che li abitano, e non viceversa. Uccidere delle persone per difendere dei confini mi sembra una follia. Ma ciò purtroppo accade. Lì l’Onu dovrebbe fare qualcosa».

  • Un altro problema dell’Africa è la fuga dei cervelli migliori. Che cosa si potrebbe fare?

«Dobbiamo creare in Africa un mercato del lavoro che sia in grado di assorbire e di soddisfare questi ingegni, soprattutto quelli dei giovani. Va fatto un salto di qualità: non c’è nulla di peggio per una persona molto preparata di scoprire che questa sua preparazione non è né apprezzata né desiderata».

  • Veniamo alla politica internazionale, che, oltre alla letteratura, è l’altro suo grande interesse. Dopo i fatti dell’11 settembre 2001 lei ha scritto un libro intitolato Clima di paura (pubblicato in Italia da Codice Edizioni). Che cosa ha voluto affermare in quel libro purtroppo ancora di attualità?

«Volevo parlare di una paura intesa come strumento di un potere cieco e brutale, quello dei terroristi, ma anche di alcune democrazie occidentali che calpestano i diritti dei Paesi più poveri. Attraverso questa dominante della paura, ho riletto la storia mondiale degli ultimi cinquant’anni, dalla guerra fredda all’attentato che nel 1989 costò la vita in Niger a 170 persone che viaggiavano su un DC 10 della compagnia Uta, dall’11 settembre newyorkese alle bombe di Madrid. Poi le bombe di Londra del luglio 2005 mi hanno dato tristemente ragione».

  • E oggi dobbiamo ancora avere paura?

«Quello che vedo è che Al Qaeda è un mostro con molti tentacoli, che ricrescono appena sono stati tagliati. Ma, più in generale, non credo che sia possibile eliminare la paura, possiamo soltanto cercare di gestirla. Senza un autentico cambiamento della psiche umana non si toglie la paura. Nell’uomo c’è un istinto verso il potere che è molto forte. Quando, poi, esso viene incrementato da circostanze storiche difficili e da scelte politiche forsennate, finisce con il diventare distruttivo».

Roberto Carnero

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