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I libri della fede.Recensioni.

   
I Salmi: studiati e letti come poesie

di Gianfranco Ravasi


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page Le 19.531 parole ebraiche che fanno del Salterio il terzo libro anticotestamentario per estensione (dopo Geremia e Genesi), con un lessico di circa 2.200 vocaboli, hanno generato una sterminata bibliografia che ne ha sondato tutti gli aspetti storici, letterari, teologici ed ermeneutici, ma ha lasciato un po’ in penombra la dimensione strettamente poetico-estetica. In questiCopertina del volume: Poetica dei Salmi. ultimi decenni si è cercato di rimediare a una carenza così significativa attraverso una serie di saggi specifici tra i quali brilla ora l’opera – posta quasi a suggello di questa nuova investigazione – preparata da un docente dell’Università di Basilea e già apprezzato esegeta dei Salmi, Klaus Seybold: Poetica dei Salmi (traduzione di Davide Astori, Paideia, 2007, pagg. 365, euro 38,90).

Quattro sono i punti cardinali dell’analisi proposta. Si parte dalle caratteristiche del verso che è la microunità di base, retta dal parallelismo (un modulo tipico della poesia ebraica), scandito dal metro, arricchito dalla sonorità che crea figure foniche espressive. Si procede, poi, nella seconda parte dello scavo poetico alla ricerca dell’ideazione e strutturazione del testo ed è ciò che avviene col ricorso ai generi letterari, alla suddivisione strofica e soprattutto all’immaginario simbolico. È così pronto il terzo punto cardinale che esamina l’uso concreto del testo, cioè la "pragmatica", con il ricorso alle risorse della retorica, strumento importante di comunicazione, del canto che nei Salmi è suggestivo anche se di ardua ricostruzione, e soprattutto dell’impostazione drammatica che rende incisiva la trama dell’invocazione orante. Giunge, così, il momento di affrontare il Salterio come opera redazionale compatta, nonostante la genesi iniziale autonoma di molte sue composizioni. Ed è questo l’ultimo punto cardinale di un saggio di non agevole lettura e di impianto forse troppo ramificato e didascalico, ma certamente rilevante per ricordare che la Parola divina si esprime in parole umane spesso "belle", dotate di iridescenze poetiche che rendono più alto e trasparente il messaggio teologico.

Bibbia irrinunciabile

Passiamo ora al Nuovo Testamento, collocandoci però sul versante di un altro genere, quello strettamente teologico. È ormai da anni che si discute sullo statuto metodologico della "teologia biblica", con esiti molto diversi; eppure i tentativi di elaborare un progetto sistematico di teologia neotestamentaria si sono sempre più infittiti, coinvolgendo i più bei nomi dell’esegesi del Novecento, a partire da Bultmann, Cull-mann, Conzelmann, Jeremias, Kümmel, Dodd, Lohse, per approdare a Gnilka, Goppelt, Hübner fino al nostro Segalla. Ora è la volta di un autore meno noto ma con le carte in regola, il protestante François Vouga della Facoltà teologica tedesca di Bielefeld. La sua Teologia del Nuovo Copertina del volume: Teologia del Nuovo  Testamento. Testamento (traduzione di Aldo Comba, Claudiana, 2007, pagg. 544, euro 35,00) si presenta – a differenza di altre, impostate sulla diacronia del pensiero neotestamentario e sulla sua evoluzione – con un taglio più sistematico e "canonico" (ponendosi, quindi, più dal punto di vista del Nuovo Testamento ormai codificato nel suo insieme dal Canone).

Come afferma programmaticamente lo stesso autore, il problema fondamentale che egli si è prefisso, elaborando i dati che a livelli differenti il Nuovo Testamento offre, è questo: individuare «quali sono le affermazioni centrali sulla salvezza, sulla condizione umana, sulla politica, sull’esistenza dopo la morte e sul loro fondamento nell’evento della risurrezione e della morte di Gesù di Nazareth». Naturalmente non viene escluso l’ambito della "fedeltà all’evento" Gesù Cristo, ossia la riflessione sulla Chiesa, un capitolo – il quinto nel piano dell’opera – di un certo interesse soprattutto per il ricorso ad alcune metafore illuminanti che specificano i singoli Vangeli secondo questa prospettiva, e per un’analisi, forse troppo sintetica, anche del rapporto tra comunità e sacramenti negli scritti paolini e giovannei.

Non manca – sia nella prefazione di André Gounelle sia nell’appendice dedicata a due modelli antitetici come quello di Ferdinand Christian Baur, basato sulla filosofia della storia, e l’approccio esistenziale di Rudolf Bultmann – un’attenzione alla questione del metodo a cui sopra ci riferivamo. Un’opera stimolante e originale, dunque, da discutere in qualche sua parte ma condotta con vigore e passione vagliando un immenso materiale com’è quello neotestamentario.

Stando sempre in un ambito epistemologico generale, vorremmo suggerire un’interessante "Guida alle interpretazioni cristiane della Bibbia": è l’opera, di taglio didattico ma di gradevole lettura, preparata da un’altra protestante, Elisabeth ParmCopertina del volume: La Scrittura viva.entier della Facoltà teologica di Strasburgo, intitolata La Scrittura viva (traduzione di Giuseppe Cestari, Dehoniane, 2007, pagg. 277, euro 30,00). Il volume è articolato secondo una traiettoria descrittiva (si parla appunto di un viaggio) che fa entrare in scena progressivamente i vari modelli che sono stati elaborati per interpretare le Scritture: da quello "kerygmatico", che era tipico della tradizione patristica e medievale (si pensi, ad esempio, alla teoria dei "quattro sensi"), al metodo storico-critico moderno ma anche ai nuovi approcci che sono stati allestiti in questi ultimi decenni, in particolare il modello semiotico, il narrativo e quelli di impostazione più esistenziale (ad esempio, femminista). L’itinerario è suggestivo e non si rinchiude in una mera proposta di prospettive con le loro ovvie parzialità, bensì come la strumentazione preziosa per giungere a un amoroso "assedio" della Bibbia così che essa non solo riveli il suo messaggio ma anche la sua forza "performativa" di "Scrittura viva".

Tema ridotto ma delicato

A questo proposito vorremmo evocare anche l’aspetto interpellante e fin provocatorio che essa comporta con un esempio molto settoriale, ma di indubbia attualità. Copertina del volume: L’omosessualità nella Bibbia. Tre biblisti, Innocent Himbaza e Adrian Schenker dell’università svizzera di Friburgo e Jean-Baptiste Edart dell’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia, affrontano il tema delicato de L’omosessualità nella Bibbia (traduzione di Marco Zappella, San Paolo, 2007, pagg. 123, euro 11,00). Tutti i testi biblici che vertono su questo soggetto – una piccola manciata – vengono sottoposti a un’accurata analisi, cercando di individuarne il valore normativo sotto il velo delle coordinate storico-culturali e dei relativi condizionamenti.

Questo fa capire quanto decisiva sia la questione ermeneutica, a partire da due quesiti radicali: quale percezione dell’omosessualità avevano gli autori sacri? La qualità "contestuale" dei vari pronunciamenti non ne estenua il peso etico? Su questo aspetto ci sono spunti nelle varie analisi testuali e, in modo esplicito, nella conclusione che forse avrebbe meritato una maggiore espansione e articolazione, fermo restando che «questo argomento, così presente nel dibattito sociale attuale, occupa un posto assai ridotto nella Scrittura». Diventa, quindi, necessaria un’apertura di orizzonti sia all’interno della Bibbia stessa, allargando il discorso all’antropologia e all’amore umano, sia nel percorso della Tradizione cristiana.

Un testo da "manuale"

E, per questa via, eccoci a qualche indicazione riguardante un paio di testi sistematici di teologia. Stando nel settore della morale, vorremmo suggerire un manuale che nasce da un lungo e Copertina del volume: Teologia morale fondamentale. appassionato magistero accademico: è la Teologia morale fondamentale di uno dei nostri maggiori moralisti, il toscano Enrico Chiavacci, ora emerito ma ancora sulla breccia (Cittadella, 2007, pagg. 397, euro 39,50). La stessa editrice aveva già pubblicato in quattro volumi un suo Manuale di teologia morale; ora il campo si circoscrive (in realtà si allarga) all’impianto generale che regge ogni itinerario successivo nelle regioni specifiche dell’etica. Basti solo leggere i titoli delle quattro sezioni in cui vengono distribuiti i 16 capitoli del volume per riuscire a percepire la vastità dell’orizzonte implicato: l’agire morale (che coinvolge temi come la coscienza, la legge morale, il peccato); i costitutivi strutturali (legge naturale, legge umana, magistero ecclesiale); il pensiero sociale cristiano (e qui l’autore rivela la sua forte temperie "conciliare" con un’analisi intensa delle proposte avanzate dalla Gaudium et spes); il complesso problema del contrappunto tra la pluralità delle culture e l’unicità e l’identità propria dell’annuncio morale cristiano (detto in altri termini, pluralità e relativismo di fronte ai netti principi della morale cristiana).

Due "pesi massimi"

Chiavacci si rivela attento sia alla Tradizione ecclesiale sia alle istanze nuove e sorprendenti che la modernità pone sul tappeto. Il suo è un procedere sub luce Evangelii et humanae experientiae, tenendo fisso lo sguardo al metodo impresso dal Concilio nel fare teologia.

Ebbene, uno dei temi più significativi di quell’assise conciliare fu quello della "collegialità" episcopale e del relativo nesso col primato papale. Su questo tema ecclesiologico, che unisce idealmente in sé il Vaticano II con la sua proclamazione dell’infallibilità papale e ilCopertina del volume: Episcopato e primato. Vaticano II con la parte della Lumen gentium dedicata al ministero episcopale, si impegnano due vere e proprie star del firmamento teologico del Novecento, Karl Rahner e Joseph Ratzinger in un testo a due voci apparso per la prima volta in italiano nel 1966 e ora riproposto, Episcopato e primato (traduzione di Luigi Oitana, Morcelliana, 2007, pagg. 191, euro 14,00).

Questi saggi furono elaborati come contributi al dibattito conciliare, eppure già ne riflettono le prospettive e gli sviluppi, rivelando così la qualità rigorosa e permanente della loro proposta. Inizia Rahner, marcando il vincolo stretto tra la Chiesa, locale e universale, e l’eucaristia, così da impe-dire ogni classificazione meramente giuridico-amministrativa della comunità ecclesiale. Ratzinger continua lo scavo di questa correlazione estendendolo alla Parola divina, predicata e custodita nella sua autenticità proprio attraverso la successione apostolica. Riprende il discorso Rahner entrando nel merito della collegialità episcopale che vincola il singolo vescovo all’episcopato universale, mentre Ratzinger illustra – a Concilio Vaticano II concluso – questa dottrina alla luce della costituzione Lumen gentium. È, dunque, l’occasione per fare il punto su un nodo cruciale dell’ecclesiologia attraverso la forte e sicura analisi di due protagonisti del pensiero teologico.

Gianfranco Ravasi

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