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Recensioni.Narrativa italiana.

   
È tutto falso, ma non
restava altro di vero

di Paolo Pegoraro


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page Sandro Veronesi,
Brucia Troia,
Bompiani, 2007, pagg. 232, euro 16,00.

Scritto nel 1987 e rielaborato per vent’anni, Brucia Troia pare un’allegoria dickensiana, ha una cartografia fiabesca affettata in tre spicchi: il brefotrofio dei Cherubini, il Cantiere (bassifondi) e il Buon Cammino (residenze borghesi). Protagonisti: padre Spartaco, visionario costruttore di un santuario mariano che neanche Le Corbusier; il Morgante, sfuggito ai suoi "metodi" educativi e avviato al mestiere dei «bruciamenti»; e il Pampa, bamboccio disadattato cresciuto nel culto del Morgante. La scrittura è quella fluida e dinamica cui ci ha abituati Veronesi, levigata e piana, nonostante a pag. 148 spuntino inesplicabili arcaismi («gastigo», «isfida»). Grandi sorprese non le riserva neppure la vicenda: se un bambino colmo di rancore per il brefotrofio da cui è fuggito diventa un piromane, come potrà concludersi il libro? E qua e là troviamoCopertina del volume. dettagli poco credibili, come quando il Pampa stacca «fulmineamente» (!) un pezzo di branda. Il punto, forse, è proprio questo: Brucia Troia non regge come romanzo "credibile", né come disanima sulla svolta degli anni Sessanta/Settanta né come canonizzazione del pauperismo proletario e rabbioso: prospettive riduttive che fanno il libro fastidiosamente astratto e retorico, perché c’è chi ha raccontato entrambe meglio e con più cognizione di causa. Il suo cuore, semmai, è la consunzione: i personaggi scompaiono, i luoghi bruciano. Alla cenere dell’oblio sopravvivono per qualche momento le braci di rovine e di identità false, persistere solo – ma ancora per poco – lo sbriciolamento di una fede che è furore ordinatore e «Finzione Permanente». Eppure le pagine più elaborate e guizzanti sono quelle a essa dedicate. Del Cantiere sappiamo poco, del Buon Cammino nulla: padre Spartaco e il suo delirio devozionale sono il sale del romanzo dalla prima all’ultima pagina. Sì, forse era solo mediocrità verniciata, «presepe psichedelico» e «sacro artificio» in ogni sua piega, ma – fosse pure per negarla – era l’unica storia che valesse davvero la pena raccontare.

Paolo Pegoraro

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