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Recensioni.Il libro del mese.

   
Il reportage narrativo al massimo fulgore

di Roberto Carnero


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page

Lawrence Wright,
Le altissime torri
(traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti),
Adelphi, 2007, pagg. 592, euro 28,00.

I colleghi dell’Fbi ci avevano perfino scherzato sopra: fai bene ad andare a lavorare al World Trade Center, i terroristi hanno già provato a colpirlo una volta, adesso è un posto sicuro. Ma lui, l’ormai ex agente speciale John O’Neill, era convinto del contrario. Dopo anni di indagini sulle tracce di al-Qaeda, aveva capito che le Twin Towers rappresentavano ancora un bersaglio.

O’Neill prese servizio come responsabile della sicurezza il 23 agosto 2001. Morì negli attentati dell’11 settembre, trasformandosi in un simbolo. Perché era stato uno dei pochi uomini dell’intelligence americana a intuire che il gruppo guidato da Osama Bin Laden costituiva un autentico pericolo per la sicurezza internazionale, certo. Ma anche perché con la sua esistenza disordinata e spavalda, O’Neill sembrava la personificazione perfetta di quello stile di vita "depravato" che il fondamentalismo islamico indica come irriducibile nemico. Una riprovazione che risale, al più tardi, alla fine degli anni Quaranta, quando l’intellettuale egiziano Sayyid Qutb trascorre un lungo periodo negli Stati Uniti, restando affascinato da molti aspetti dell’Occidente (l’eleganza maschile, tra gli altri), ma anche scandalizzato dalla decadenza di una società così lontana dai dettami del Corano. Impiccato da Nasser nel 1966, Qutb è l’uomo al quale si deve l’interpretazione del jihad come lotta armata, secondo le linee contenute nel suo saggio-manifesto Pietre miliari, vero e proprio incunabolo di ogni successivo fondamentalismo.

Copertina del volume.Qutb e O’Neill sono soltanto due dei personaggi le cui vicende sono ricostruite dallo scrittore americano Lawrence Wright nel poderoso Le altissime torri, forse il più completo tra i molti libri che negli ultimi anni hanno cercato di spiegare «come al-Qaeda giunse all’11 settembre» (così il sottotitolo). Basato su una minuziosa padronanza delle fonti oltre che su un’impressionante messe di informazioni raccolte attraverso centinaia di interviste, Le altissime torri è anche un’eccellente testimonianza di quella nuova ondata di giornalismo narrativo-investigativo che il lettore italiano ha imparato ad apprezzare proprio grazie ai titoli proposti di recente da Adelphi, la raffinata casa editrice milanese che, sotto l’onda d’urto degli attentati al World Trade Center, ha rivelato un’inattesa quanto puntuale vocazione al reportage di classe.

Merito, in primo luogo, dell’editor Matteo Codignola, che ha scommesso sulle risorse del new-new journalism prima mediante i testi selezionati per la rivista Adelphiana e poi, sempre più spesso, attraverso i libri di autori come William Langewiesche e Anna Politkovskaja. Ospite della riunione mensile che il comitato scientifico di Letture riserva al "libro del mese", Codignola si è soffermato anzitutto sulle qualità del volume di Wright, che appare oggi come la più vasta e documentata ricostruzione di fatti rispetto ai quali – a dispetto del diluvio di retorica – la disinformazione continua a prevalere.

Leggendo Le altissime torri, per esempio, si scopre che la leggendaria partecipazione di al-Qaeda ai combattimenti contro l’Armata rossa in Afghanistan si riduce a poche, sfortunate scaramucce e che le stesse fortune personali di Osama, a lungo considerate inesauribili, sono ormai ridotte a ben poco. Quanto alla salute del leader di al-Qaeda, non sarà eccellente, ma non per questo si è autorizzati ad accreditare l’ipotesi – frutto di mere illazioni – di una malattia renale che lo costringerebbe alla dialisi.

Molti fatti, dunque, ma anche una linea interpretativa precisa, che mira a ricostruire l’immaginario contrapposto dei terroristi e degli uomini che li combattono. Uno scontro all’interno del quale, come osserva il direttore di Letture Antonio Rizzolo, gioca un ruolo decisivo il sentimento di umiliazione che il radicalismo islamico nutre nei confronti dell’Occidente. Ma rancore per che cosa? E in che misura il fondamentalismo può essere invece considerato come un fenomeno legato a una crisi evolutiva dell’islam al cospetto della modernità?

Domande difficili, ammette Codignola, anche perché caratterizzate da una sia pure involontaria impostazione eurocentrica. «Non importa se l’umiliazione del mondo islamico sia effettiva», spiega, «basta che sia percepita come tale per dare la stura al risentimento, alla sete di vendetta, alla violenza». Proprio per questo, probabilmente, lo strumento di quella che tecnicamente viene definita narrative non fiction risulta il più adatto a rappresentare questo concatenarsi di eventi storici e mitologie politiche, secondo il modello suggerito da un altro importante e fortunato titolo del "nuovo corso" adelphiano, Il Grande Gioco di Peter Hopkirk. «C’è sempre il bisogno di raccontare il mondo», sottolinea Codignola, «un editore non può accontentarsi di riproporre i classici del passato».

Tutto sta ad accordarsi sulle modalità del racconto. La via italiana al reportage narrativo, di cui Gomorra di Roberto Saviano rappresenta il campione più significativo, non sembra convincere del tutto Codignola. Forse perché nel best seller sulla camorra agisce l’eredità di quello che Roberto Carnero definisce l’"impressionismo" italiano? «Una linea letteraria alta, intendiamoci», tiene a ribadire lo stesso Codignola, «che risale a Piovene, Soldati, Gadda. Ma in tutti questi casi, a differenza di quanto accade nei resoconti di autori anglosassoni o nei pezzi della Politkovskaja, il narratore balza in primo piano, con le sue emozioni e reazioni. E i fatti, di conseguenza, restano sullo sfondo».

Sono i motivi per cui Ferruccio Parazzoli si interroga sulla ricezione che un libro come Le altissime torri può trovar presso il pubblico italiano, abituato – anche in materia di politica internazionale – a prediligere le riflessioni di opinionisti nostrani, primo tra tutti il più che naturalizzato Magdi Allam. Una tendenza discutibile, ribatte Codignola, dato che spesso in questo modo il sentito dire si trasforma in verità incontestabile. «In Italia, tra l’altro, mancano gli investimenti», argomenta. «Grandi ricostruzioni come quelle di Wright, Hopkirk e Langewiesche impegnano gli autori per anni, durante i quali sono di fatto stipendiati e spesati da riviste che da noi, a torto, sono considerate fatue. Ma dietro ogni articolo del New Yorker o di Esquire c’è una cura quasi maniacale dell’esattezza. Per non parlare delle risorse economiche messe a disposizione degli autori».

Eppure, come argomenta Aldo Giobbio, qualcosa anche negli Usa c’è che non funziona, almeno a livello investigativo. Uno degli aspetti più inquietanti del lavoro di Wright consiste infatti nella disamina del sistema di diffidenze incrociate che ha condotto Fbi e Cia a nascondersi a vicenda informazioni che, se condivise, avrebbero potuto sventare l’attacco contro le "altissime torri". A proposito: il titolo è una citazione dal Corano, la stessa che Osama fece in uno dei suoi messaggi per annunciare l’imminenza dell’attentato. Informazione verificata, si capisce. Del resto, da un maestro del reportage narrativo non ci si può attendere nulla di meno.

Alessandro Zaccuri

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