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L'impossibile alchimia.

  
PENSIERI E PAROLE
TRA NOTE E MERCATO

a cura di Daniele Piccini
  


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4 - Poesia versus musica

LA «LUCE GIALLOGNOLA
E AMARA» DI CARBONI

di Andrea Di Consoli

Appunti sul "primo" Luca Carboni. Sul "tuo" Carboni. Sensazione di mettere le mani nella sorgente delle tue malinconie. La cassetta comprata sulla bancarella dell’ambulante marocchino, quell’estate che non finiva mai, te lo ricordi ancora? Bologna come un miraggio – la Bologna degli anni Ottanta, le periferie dolcissime e malinconiche. La città appena dopo il ’77 e appena prima dell’edonismo di sinistra. Come mai tanti lucani di quegli anni andavano e venivano da Bologna? Cos’è stata Bologna, mettiamo nel 1982, nel 1983, nel 1984? E perché il ragazzo che eri – nel 1986, nel 1987, nel 1988 – si commuoveva ascoltando Silvia lo sai?

Ricordi quando Luca Carboni fece il concerto a Sapri nel 1987? Dicesti a tuo padre: «Voglio andarci, ti prego». Rispose di no, che eri troppo piccolo. Ci saresti andato in motorino (cento chilometri avresti fatto) se solo avessi avuto i soldi per la miscela. La malinconia e lo struggimento di quella sera, seduto nella serra di tuo padre. Dopo anni ti dissero che il concerto fu bellissimo. E la storia delle siringhe nel camerino? Saranno state vere tutte, quelle chiacchiere? Le dolci e umide labbra di Carboni. Il cappello bianco. Il saluto come una preghiera. Le radio private – Punto Radio Stereo di Castelluccio Inferiore.

La maglia del Bologna. Ricordi Giacomo, il drogato del paese, il primo a indossare le "Converse" nere senza lacci – gli occhiali a fondo di bottiglia, i capelli lunghissimi? Di’, te lo ricordi Giacomo? Avevi già mille ricordi, mille malinconie – e non avevi ancora visto niente. Oggi perché non hai più quelle nostalgie? Perché ti fa paura solo il futuro? Perché questo fastidio per il passato? Ascuola ti parlavano di Guccini, De Gregori, Venditti, ma non ti spostavano di un millimetro; alzavi le spalle, col nodo in gola – come sempre, no? Cos’è cambiato, in fondo?

Luca Carboni.Forse Samantha di Guccini. Forse Rimmel di De Gregori. Forse Campo de’ Fiori di Venditti. Ma loro non dicevano il tuo sentimento del mondo. Loro non dicevano il tuo dolore, la sensazione delle cose che si perdono. Loro non sapevano raccontare, come Carboni, «gli autobus di notte, randagi come cani», gli autobus con «certi meccanismi rotti» che «fanno troppo rumore», gli autobus «che hanno paura e sono ingombranti» e che, come tutti quanti, «non vorrebbero mai morire». Neanche tu volevi morire, sin da quegli anni.

La sensazione, ogni volta che vedi Carboni in televisione, di un parente che ti ha visto crescere (vedere e non essere visti, il dramma dei fans). E quella volta che Dora incontrò Renato Zero a piazza San Silvestro, te lo ricordi ancora? Lei sapeva tutto, di lui, lo amava. Lui passò dritto, come una libellula colorata, e la ignorò. A Dora non parve vero. Pensava si conoscessero bene, intimamente. Lui passò dritto, quasi infastidito dagli sguardi dei fans.

«Ehi Luca» ti viene di dire, ogni volta che vedi Carboni in televisione (i suoi capelli un poco bianchi). Il dramma di vedere e di non essere visti. Il dramma di voi fans. La paura, come allora, di essere fuori dal mondo. Come il pescatore Giorgio: «Il pescatore Giorgio lui è là / ma stanotte ha negli occhi la malinconia / ha paura che il mondo cambi senza di lui / che succeda qualcosa in cui non c’entri lui». È rimasta intatta, quella paura: la paura che il mondo vada avanti senza di te. E vorresti essere, proprio come Giorgio, uno che non guarda più le stelle, e che si orienta con «le insegne degli hotel». Quelle insegne luminose, ti ricordi?, Bruttissime e bellissime (a ricordarle oggi) degli alberghi di Villa Rosa e Alba Adriatica: i tuoi fari del 1992, anno dell’iniziazione da cameriere (ristorante "Il Gabbiano"; Miro che muore di overdose, ecc.).

Tua madre in cucina, alla finestra, nel piazzale. Tua sorella che torna con la corriera dalle magistrali di Lagonegro (1988). I lunghi inverni del tuo paese. La neve. Tua madre che stirava in cucina. Scrive Carboni: «C’è una luce giallognola e amara / che si accende ogni pomeriggio / sulla testa di una madre che stira / che stira anche quest’inverno / C’è una luce accesa ogni pomeriggio / nella cucina delle case d’inverno / io da piccolo dovevo scappare / per non sentire la malinconia». Erano così, le nostre madri; e sono rimaste uguali, certamente, ma non sono mai più state così. Erano esattamente così, le nostre madri. E anche tu dovevi scappare per non piangere – le prime sigarette che ti facevano venire il voltastomaco e la tosse. Andavi in soffitta, ti sedevi sul granoturco e guardavi le luci lontane e giallognole dell’autostrada. Dov’è finito quell’Andrea lì, in quale tunnel?

Luca Carboni.
Luca Carboni.

Eri e sei rimasto una "persona silenziosa": «Persone che non sanno parlare / che mettono in ordine i pensieri / persone piene di paura / che qualcuno possa sapere / i loro piccoli e grandi / contraddittori pensieri». Non c’era, però, la difficoltà di adesso di dire le parole, di aprire la bocca – e questa mancanza di respiro, la sensazione che parlare sia solo chiacchierare. Ricordi che volevi fare il falegname, il fabbro, il cameriere, come in Primavera?: «Mi emoziono / sentendo passare di nuovo / i motorini truccati, le autoradio veloci / e il profumo dei tigli / mischiato ad un altro più strano / mi fa ricordare / che da bambino / sognavo di fare il benzinaio». L’odore di benzina che ti piaceva così tanto che poi aprivi le narici (il benzinaio Saverio, con la barbetta da capra, l’odore di miscela, ecc.).

Aveva paura, Carboni, «di non cambiare più». Sei – siamo – davvero cambiati? E «il sesso è (ancora) un problema?» Sei forte, adesso, fai la voce grossa, guardi la tua foto sul giornale. Sei un mostro. Ma nessuno sa niente di te. Sarebbe bastato rimanere fermi davanti alle foglie di tabacco di zia Angelica. Sei fuggito da cosa, nel 1996? Avresti dovuto fermare la ruota. Ma come si fa?

Sono canzoni, non poesie. Ma una poesia fa piangere? Lì dove non arriva lo stile, arriva la sua voce. Non ti basta la sua voce? È un poeta crepuscolare, Carboni. «Meglio di Gozzano e di Corazzini», l’hai sempre pensato, ma non hai mai avuto il coraggio di dirlo, perché sei un intellettuale. Ma in fondo sei il patetico di sempre – il solito pasticcione che piange dopo aver bevuto un goccio di liquore. Carboni non bisogna leggerlo, ma ascoltarlo. Così è un’altra cosa. La sua non è poesia come la intendiamo noi. È proprio un’altra cosa. Perché Carboni ti ha parlato nella cameretta, perché ha dato un suono e una voce ai tuoi sentimenti di allora, perché ti ha accompagnato per tanti anni. Poi sono venuti gli adulti, e «sempre troppi / troppi consigli / e poco amore».

Andrea Di Consoli
Scrittore

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