Appunti sul
"primo" Luca Carboni. Sul "tuo" Carboni. Sensazione di
mettere le mani nella sorgente delle tue malinconie. La cassetta comprata
sulla bancarella dell’ambulante marocchino, quell’estate che non
finiva mai, te lo ricordi ancora? Bologna come un miraggio – la Bologna
degli anni Ottanta, le periferie dolcissime e malinconiche. La città
appena dopo il ’77 e appena prima dell’edonismo di sinistra. Come mai
tanti lucani di quegli anni andavano e venivano da Bologna? Cos’è stata
Bologna, mettiamo nel 1982, nel 1983, nel 1984? E perché il ragazzo che
eri – nel 1986, nel 1987, nel 1988 – si commuoveva ascoltando Silvia
lo sai?
Ricordi quando Luca Carboni fece il concerto a Sapri nel
1987? Dicesti a tuo padre: «Voglio andarci, ti prego». Rispose di no,
che eri troppo piccolo. Ci saresti andato in motorino (cento chilometri
avresti fatto) se solo avessi avuto i soldi per la miscela. La malinconia
e lo struggimento di quella sera, seduto nella serra di tuo padre. Dopo
anni ti dissero che il concerto fu bellissimo. E la storia delle siringhe
nel camerino? Saranno state vere tutte, quelle chiacchiere? Le dolci e
umide labbra di Carboni. Il cappello bianco. Il saluto come una preghiera.
Le radio private – Punto Radio Stereo di Castelluccio Inferiore.
La maglia del Bologna. Ricordi
Giacomo, il drogato del paese, il primo a indossare le
"Converse" nere senza lacci – gli occhiali a fondo di
bottiglia, i capelli lunghissimi? Di’, te lo ricordi Giacomo? Avevi già
mille ricordi, mille malinconie – e non avevi ancora visto niente. Oggi
perché non hai più quelle nostalgie? Perché ti fa paura solo il futuro?
Perché questo fastidio per il passato? Ascuola ti parlavano di Guccini,
De Gregori, Venditti, ma non ti spostavano di un millimetro; alzavi le
spalle, col nodo in gola – come sempre, no? Cos’è cambiato, in fondo?
Forse Samantha di Guccini. Forse Rimmel di
De Gregori. Forse Campo de’ Fiori di Venditti. Ma loro non
dicevano il tuo sentimento del mondo. Loro non dicevano il tuo dolore, la
sensazione delle cose che si perdono. Loro non sapevano raccontare, come
Carboni, «gli autobus di notte, randagi come cani», gli autobus con «certi
meccanismi rotti» che «fanno troppo rumore», gli autobus «che hanno
paura e sono ingombranti» e che, come tutti quanti, «non vorrebbero mai
morire». Neanche tu volevi morire, sin da quegli anni.
La sensazione, ogni volta che vedi Carboni in
televisione, di un parente che ti ha visto crescere (vedere e non essere
visti, il dramma dei fans). E quella volta che Dora incontrò Renato Zero
a piazza San Silvestro, te lo ricordi ancora? Lei sapeva tutto, di lui, lo
amava. Lui passò dritto, come una libellula colorata, e la ignorò. A
Dora non parve vero. Pensava si conoscessero bene, intimamente. Lui passò
dritto, quasi infastidito dagli sguardi dei fans.
«Ehi Luca» ti viene di dire, ogni volta che vedi
Carboni in televisione (i suoi capelli un poco bianchi). Il dramma di
vedere e di non essere visti. Il dramma di voi fans. La paura, come
allora, di essere fuori dal mondo. Come il pescatore Giorgio: «Il
pescatore Giorgio lui è là / ma stanotte ha negli occhi la malinconia /
ha paura che il mondo cambi senza di lui / che succeda qualcosa in cui non
c’entri lui». È rimasta intatta, quella paura: la paura che il mondo
vada avanti senza di te. E vorresti essere, proprio come Giorgio, uno che
non guarda più le stelle, e che si orienta con «le insegne degli hotel».
Quelle insegne luminose, ti ricordi?, Bruttissime e bellissime (a
ricordarle oggi) degli alberghi di Villa Rosa e Alba Adriatica: i tuoi
fari del 1992, anno dell’iniziazione da cameriere (ristorante "Il
Gabbiano"; Miro che muore di overdose, ecc.).
Tua madre in cucina, alla finestra, nel piazzale. Tua
sorella che torna con la corriera dalle magistrali di Lagonegro (1988). I
lunghi inverni del tuo paese. La neve. Tua madre che stirava in cucina.
Scrive Carboni: «C’è una luce giallognola e amara / che si accende
ogni pomeriggio / sulla testa di una madre che stira / che stira anche
quest’inverno / C’è una luce accesa ogni pomeriggio / nella cucina
delle case d’inverno / io da piccolo dovevo scappare / per non sentire
la malinconia». Erano così, le nostre madri; e sono rimaste uguali,
certamente, ma non sono mai più state così. Erano esattamente così,
le nostre madri. E anche tu dovevi scappare per non piangere – le prime
sigarette che ti facevano venire il voltastomaco e la tosse. Andavi in
soffitta, ti sedevi sul granoturco e guardavi le luci lontane e
giallognole dell’autostrada. Dov’è finito quell’Andrea lì, in
quale tunnel?

Luca Carboni.
Eri e sei rimasto una "persona silenziosa": «Persone
che non sanno parlare / che mettono in ordine i pensieri / persone piene
di paura / che qualcuno possa sapere / i loro piccoli e grandi /
contraddittori pensieri». Non c’era, però, la difficoltà di adesso di
dire le parole, di aprire la bocca – e questa mancanza di respiro, la
sensazione che parlare sia solo chiacchierare. Ricordi che volevi
fare il falegname, il fabbro, il cameriere, come in Primavera?: «Mi
emoziono / sentendo passare di nuovo / i motorini truccati, le autoradio
veloci / e il profumo dei tigli / mischiato ad un altro più strano / mi
fa ricordare / che da bambino / sognavo di fare il benzinaio». L’odore
di benzina che ti piaceva così tanto che poi aprivi le narici (il
benzinaio Saverio, con la barbetta da capra, l’odore di miscela, ecc.).
Aveva paura, Carboni, «di non cambiare più». Sei –
siamo – davvero cambiati? E «il sesso è (ancora) un problema?» Sei
forte, adesso, fai la voce grossa, guardi la tua foto sul giornale. Sei un
mostro. Ma nessuno sa niente di te. Sarebbe bastato rimanere fermi davanti
alle foglie di tabacco di zia Angelica. Sei fuggito da cosa, nel 1996?
Avresti dovuto fermare la ruota. Ma come si fa?
Sono canzoni, non poesie. Ma una poesia fa piangere? Lì
dove non arriva lo stile, arriva la sua voce. Non ti basta la sua voce? È
un poeta crepuscolare, Carboni. «Meglio di Gozzano e di Corazzini», l’hai
sempre pensato, ma non hai mai avuto il coraggio di dirlo, perché sei un intellettuale.
Ma in fondo sei il patetico di sempre – il solito pasticcione che piange
dopo aver bevuto un goccio di liquore. Carboni non bisogna leggerlo, ma
ascoltarlo. Così è un’altra cosa. La sua non è poesia come la
intendiamo noi. È proprio un’altra cosa. Perché Carboni ti ha
parlato nella cameretta, perché ha dato un suono e una voce ai tuoi
sentimenti di allora, perché ti ha accompagnato per tanti anni. Poi sono
venuti gli adulti, e «sempre troppi / troppi consigli / e poco amore».
Andrea Di Consoli
Scrittore