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L'impossibile alchimia.

  
PENSIERI E PAROLE
TRA NOTE E MERCATO

a cura di Daniele Piccini
    


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2 - Poesia versus musica

UN PAIO DI COSE DA DIRE
SUL "DEANDREISMO"

di Alessandro Carrera

Non sono io ad aver inventato il termine "deandreismo". Lo si può trovare in alcune discussioni in Rete, in cui qualcuno ad esempio sostiene che, come esistevano gli hegeliani di destra e di sinistra, potrebbe esistere un deandreismo di destra (che si occupa del rapporto di De André con Dio e la religione) e un deandreismo di sinistra (che insiste sulla sua fede anarchica e ribellista). Più modestamente, io ne propongo la seguente definizione: il deandreismo è la filosofia di chi riserva tutta la sua simpatia al colpevole e non ne lascia nessuna per la vittima.

Non intendo contestare il principio secondo il quale ogni essere umano, non importa di quali crimini si sia macchiato, rimane sacro (in tutti i significati del termine: inviolabile, impuro, ecc.). Voglio solo affermare che forse bisognerebbe dare qualche credito anche al figliol non prodigo, o alle novantanove pecorelle che sono rimaste tranquille a brucare la loro erba. Anche perché, di solito, chi fa una vita grama sono loro.

Ho cominciato ad ascoltare De André all’epoca della Canzone di Marinella. Fino a Non al denaro, non all’amore né al cielo sapevo tutte le sue canzoni a memoria. Mi affascinavano la sua tecnica compositiva, l’eleganza della metrica, la giustezza delle rime. Contrariamente a Guccini, che scriveva (e scrive) versi troppo lunghi, troppo "scritti", e che a cantarli avevano (e hanno) troppe sillabe, De André era sempre perfetto, sempre cantabile.

Fabrizio De André.

Il che non vuol dire che mi convincessero tutte le sue canzoni. Allora mi sarebbe stato difficile formulare critiche precise (non avrei avuto neanche il linguaggio per farlo), eppure c’era qualcosa che non andava. Non sto parlando di versi terribili come «navigammo su fragili vascelli / per affrontare del mondo la burrasca», che solo la sua voce faceva perdonare. Piuttosto, ascoltavo la Ballata del Michè («Vent’anni gli avevano dato, / la corte decise così, / perché un giorno aveva ammazzato / chi voleva rubargli Marì») e pensavo: ma da quando in qua le donne si "rubano"? Non sono loro ad avere il diritto di decidere con chi stare? E perché mi si dice che il delitto d’onore (ancora in vigore in quegli anni) è una vergogna della giustizia italiana, e poi devo sentire pietà per Michè? Sì, lo so, bisogna avere pietà per tutti, altrimenti sei uno sporco borghese, e Michè è un povero cristo anche lui, e la canzone è scritta dal punto di vista di un compagno di prigionia, ma una parolina su quel poveraccio senza nome che è stato fatto fuori per aver corteggiato Marì non ci poteva stare? Non aveva diritto anche lui a un po’ di pietà?

Avevo sedici anni quando pensavo queste cose, quindi anche voi abbiate pietà di me. Ma, proprio perché la confessione sia completa, dirò che non mi convinceva molto neanche quel pescatore che dà il pane e il vino all’assassino e poi, quando arrivano i gendarmi, si chiude nella sua «specie di sorriso». Sarà che era il 1970, e che tra gli assassini in giro c’era anche chi aveva messo le bombe a piazza Fontana. Non mi avrebbe fatto piacere sapere che qualcuno non solo li aveva nutriti e dissetati, ma non gli era neanche venuto in mente di denunciarli.

Fabrizio De André.

De André, bisogna pur dirlo, ha avuto inizi terribilmente rétro. Era nato vecchio, e ci ha messo molto tempo a diventare giovane. Era un incrocio tra Lorenzo Stecchetti e Pietro Gori, a metà tra scapigliatura e anarchismo romantico. Io lo ascoltavo e lo subivo, soggiogato com’ero dalla sua voce. Ma quando è uscito Non al denaro, non all’amore né al cielo ho sentito un senso di liberazione. Finalmente anche lui era entrato nel Novecento, finalmente aveva smesso di scrivere canzoni per scandalizzare il papà, far arrabbiare il parroco e consolare le deprivazioni sessuali dei cattolici del dissenso. Dio, com’erano polverosi Tutti morimmo a stento e La buona novella, com’erano pretenziosi e moralistici. I "drogati" di De André sembravano usciti più da una fumeria d’oppio di Macao che da una serata qualsiasi alla sede milanese di Re Nudo. E com’era insultante il Testamento di Tito, con quel mascalzone querulo e veramente poco dignitoso che stava a dare giustificazioni giuridico-gesuitiche dei propri peccati.

De André non sarebbe rimasto immune da scivolate nel deandreismo neanche dopo il suo approdo alla modernità. La canzone del padre è ancora commovente, ma è difficile restare seri al «Guttuso ancora da autenticare». Se poi Il bombarolo è probabilmente la canzone più inascoltabile degli ultimi quarant’anni, non è solo per quello che dice ma anche per quello che tace: la bomba che cade sull’edicola fa volare via le foto della modella amata dall’"impiegato" (ma De André li ha mai visti gli impiegati?). Ciò vuol dire che l’edicola era aperta e che ci stava dentro un edicolante. Ma che importa? La pietà viene richiesta solo per il borghese in crisi diventato bombarolo e al quale, mettendolo in prigione, tolgono pauvre lui "la primavera". L’edicolante fatto a pezzetti è puro collateral damage.

Fabrizio De André.

Il mondo di De André è pieno di indignazione morale, ma è piuttosto carente in fatto di democrazia. È uno scenario alfieriano di tiranni e di odiatori della tirannia, tra i quali l’uomo comune, né bieco servo del potere né eroico emarginato, non sa veramente dove stare. De André non avrebbe mai potuto scrivere: «Quando la sera io ritorno a casa / non ho neanche voglia di parlare», eppure sono questi versi di Luigi Tenco, con quel loro tono fermo e dimesso, la cui genealogia risale all’eliotiana Terra desolata («Tu non parli mai. Parla...»), a portare la poesia del nostro tempo nella canzone italiana.

Ma sarebbe cresciuto anche De André, anche lui si sarebbe distanziato dal suo ingombrante Edipo. Poche delle osservazioni che qui siamo venuti elencando si applicherebbero da Vol. 8 in poi, e nessuna si adatterebbe a Creuza de mä. Ma l’habitus del deandreista è duro a morire, e lo era anche per De André. In uno dei suoi ultimi concerti, presentando Khorakané, dice degli zingari: «Dicono che rubano. Beh, è vero, hanno rubato anche a me. Ma rubano solo le palanche». Come no. Anche Woody Guthrie diceva che c’è chi ti deruba con una pistola e chi ti deruba con una penna stilografica. Ma per lo più, nelle case della gente, ci sono solo le palanche da rubare. Mica tutti hanno il Guttuso ancora da autenticare.

Alessandro Carrera
Scrittore e critico musicale

Segue: La semplice dignità dei ritornelli

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