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L’odierna
canzone equivale a una poesia messa in musica? Quanto c’è di poetico
nell’opera di un cantautore? I pareri degli esperti sembrano orientati a
far prevalere la tesi della discontinuità di valore tra un testo poetico
e quello di una canzone, con le poche eccezioni di quei cantautori nei
quali la parola ha precedenza sulla melodia. Ma
la questione non sembra affatto chiusa.
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1 - Poesia versus
musica
CANZONE E VERSO
NON SEMPRE È FEELING
di Aldo Nove
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Poesia e
musica sono sempre state concepite come costituenti di un’unica forma
espressiva. Questo, almeno, fino a due secoli fa. Poi ciascuna ha preso la
sua strada, non disdegnando, in singoli casi o in determinati contesti
storici o culturali, di riunirsi (non è mai morta, ad esempio, la
tradizione folk delle improvvisazioni di endecasillabi su musica, in
Italia ancora diffuse ad esempio nelle feste di paese toscane o sarde). Da
quattro decenni una vasta produzione "cantautoriale" ripropone a
livello discografico questa unione, generando parecchi equivoci. L’equivoco
principale ruota attorno a quanto di ambiguo ci sia nel termine autore e
nella sua "aura". Se la questione omerica alle origini della
nostra poesia fonda tutta la nostra tradizione sul dubbio dell’esistenza
dell’autore del massimo classico greco, se la poesia cristiana
medioevale nasce come raccolta di "centoni" (a loro volta
raccolte di versi altrui) ad uso liturgico, possiamo anche chiederci, per
non incauto paradosso, che ce ne facciamo, dell’"autore". È
il testo che usiamo, amiamo. È sempre il testo, chiunque lo abbia
scritto, a condurci nelle profondità in cui la poesia ci porta. Nella
musica "leggera" (chiamiamola anche "commerciale" in
quanto concepita innanzitutto per un grosso mercato) l’autorialità
diventa uno degli ingredienti del prodotto. Spesso quello più importante.
Come ogni prodotto, vive in una condizione di costante concorrenza. Il
prodotto "canzone" può trovare, nell’autorialità di chi lo
veicola, un ottimo valore aggiunto. L’autorialità della canzone, in
Italia, ha avuto il suo momento di massima spendibilità popolare negli
anni Settanta. Erano gli anni dell’impegno politico a tutti i costi e si
volevano canzoni intelligenti per persone sedicenti intelligenti. Era una
logica del mercato ed è stata soddisfatta.
I cantautori, come fenomeno di massa, sono nati così.
Poco importa che poi la loro autorialità, la loro poesia fosse spesso
semplicemente un altare contraffatto, spesso povero di sostanza, all’opposto
altare della canzone di puro intrattenimento e quindi vacua e quindi non
"impegnata". Insomma, quasi sempre le dichiarazioni d’intenti
hanno prevalso sui valori effettivi. Se prendiamo tutto il fenomeno del
cantautoriato italiano (Guccini, Venditti, Vecchioni, Lolli, De Gregori,
Battiato, Finardi, Bennato, Branduardi, Fossati, De André, Dalla, per
dirne alcuni) non si salva molto. Restano buoni testi di ciascuno degli
autori citati (pochi rispetto alla messe effettiva dei cantautori generati
in quegli anni) e il caso unico di Fabrizio De André.

Luigi Tenco.
Fabrizio De André era un poeta. Un poeta vero. Se siamo
partiti considerando che la poesia e la musica sono nate per essere
espresse assieme, ciò non toglie che separarle permette la verifica della
forza di ciascuna delle due. Le poesie di De André sono le uniche a
reggere, in larga maggioranza, sulla carta stampata, senza l’ausilio
della musica (anzi, in alcun casi, come in La buona novella, dove
le orchestrazioni sono datatissime, è proprio la musica a invecchiare i
testi).
De André, allora. Come punto fermo. Nel suo inquieto
vagare tra classici rivisitati, tra cronaca e testi sacri, tra autori
medioevali e cantautori d’eccezione d’oltralpe. Ma ci sono un prima e
un dopo De André. Prima, negli anni Sessanta, la cosiddetta "scuola
genovese" ha portato alla ribalta alcuni nomi, che sono quelli di
Paoli, Ciampi, Lauzi, Tenco. Per tutti loro e in modo ovviamente diverso,
pochi sono i testi che hanno vita autonoma. Ciampi è stato un grande
precursore di un certo autobiografismo anche scomodo,
"maledetto", che è molto servito a liberare la canzone italiana
dalle frivolezze dei papaveri e delle papere, e Tenco, con la sua tragica
fine, ne è stata la cassa di risonanza Ma a uno sguardo severo, poco
resta. Restano e perdurano le eccezioni dell’avvocato Paolo Conte e del
chirurgo Enzo Jannacci, capaci, a volte, di testi straordinariamente
evocativi, vicini a quei "piccoli fatti veri" cari a Sanguineti
e "raccontati" con straordinaria freschezza.

Fabrizio De André.
Oggi il panorama è infinitamente frastagliato. I
confini tra musica impegnata e musica di puro intrattenimento sono
crollati. Possiamo prendere il caso di un Jovanotti alias Lorenzo
Cherubini, che infila versi quasi imbarazzanti a deliziose, sorprendenti
serie di rime baciate dal contenuto assolutamente profondo e spiazzante.
Un po’ quello che fa da tempo Battiato. Carmen Consoli affronta temi
ardui ma con artifici di "poeticizzazione" dei propri testi alla
lunga banali e ripetitivi, fino a sfiorare l’autoparodia. Insomma, dove
sono le vere poesie della canzone "d’autore"? In Italia,
sicuramente nell’opera di Fabrizio De André. In America, per fare un
salto finale nell’impero della globalizzazione, c’è molto di buono in
molti asciutti, controllatissimi testi di Bob Dylan e Lou Reed. Ma questo
è già tutto un altro discorso.
Aldo Nove
Scrittore e poeta
Segue: Un paio di cose da dire sul "deandreismo"
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