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L'impossibile alchimia.

  
PENSIERI E PAROLE
TRA NOTE E MERCATO

a cura di Daniele Piccini
  


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page L’odierna canzone equivale a una poesia messa in musica? Quanto c’è di poetico nell’opera di un cantautore? I pareri degli esperti sembrano orientati a far prevalere la tesi della discontinuità di valore tra un testo poetico e quello di una canzone, con le poche eccezioni di quei cantautori nei quali la parola ha precedenza sulla melodia. Ma la questione non sembra affatto chiusa.

    
   
   

1 - Poesia versus musica

CANZONE E VERSO
NON SEMPRE È FEELING

di Aldo Nove

Poesia e musica sono sempre state concepite come costituenti di un’unica forma espressiva. Questo, almeno, fino a due secoli fa. Poi ciascuna ha preso la sua strada, non disdegnando, in singoli casi o in determinati contesti storici o culturali, di riunirsi (non è mai morta, ad esempio, la tradizione folk delle improvvisazioni di endecasillabi su musica, in Italia ancora diffuse ad esempio nelle feste di paese toscane o sarde). Da quattro decenni una vasta produzione "cantautoriale" ripropone a livello discografico questa unione, generando parecchi equivoci. L’equivoco principale ruota attorno a quanto di ambiguo ci sia nel termine autore e nella sua "aura". Se la questione omerica alle origini della nostra poesia fonda tutta la nostra tradizione sul dubbio dell’esistenza dell’autore del massimo classico greco, se la poesia cristiana medioevale nasce come raccolta di "centoni" (a loro volta raccolte di versi altrui) ad uso liturgico, possiamo anche chiederci, per non incauto paradosso, che ce ne facciamo, dell’"autore". È il testo che usiamo, amiamo. È sempre il testo, chiunque lo abbia scritto, a condurci nelle profondità in cui la poesia ci porta. Nella musica "leggera" (chiamiamola anche "commerciale" in quanto concepita innanzitutto per un grosso mercato) l’autorialità diventa uno degli ingredienti del prodotto. Spesso quello più importante. Come ogni prodotto, vive in una condizione di costante concorrenza. Il prodotto "canzone" può trovare, nell’autorialità di chi lo veicola, un ottimo valore aggiunto. L’autorialità della canzone, in Italia, ha avuto il suo momento di massima spendibilità popolare negli anni Settanta. Erano gli anni dell’impegno politico a tutti i costi e si volevano canzoni intelligenti per persone sedicenti intelligenti. Era una logica del mercato ed è stata soddisfatta.

I cantautori, come fenomeno di massa, sono nati così. Poco importa che poi la loro autorialità, la loro poesia fosse spesso semplicemente un altare contraffatto, spesso povero di sostanza, all’opposto altare della canzone di puro intrattenimento e quindi vacua e quindi non "impegnata". Insomma, quasi sempre le dichiarazioni d’intenti hanno prevalso sui valori effettivi. Se prendiamo tutto il fenomeno del cantautoriato italiano (Guccini, Venditti, Vecchioni, Lolli, De Gregori, Battiato, Finardi, Bennato, Branduardi, Fossati, De André, Dalla, per dirne alcuni) non si salva molto. Restano buoni testi di ciascuno degli autori citati (pochi rispetto alla messe effettiva dei cantautori generati in quegli anni) e il caso unico di Fabrizio De André.

Luigi Tenco.
Luigi Tenco.

Fabrizio De André era un poeta. Un poeta vero. Se siamo partiti considerando che la poesia e la musica sono nate per essere espresse assieme, ciò non toglie che separarle permette la verifica della forza di ciascuna delle due. Le poesie di De André sono le uniche a reggere, in larga maggioranza, sulla carta stampata, senza l’ausilio della musica (anzi, in alcun casi, come in La buona novella, dove le orchestrazioni sono datatissime, è proprio la musica a invecchiare i testi).

De André, allora. Come punto fermo. Nel suo inquieto vagare tra classici rivisitati, tra cronaca e testi sacri, tra autori medioevali e cantautori d’eccezione d’oltralpe. Ma ci sono un prima e un dopo De André. Prima, negli anni Sessanta, la cosiddetta "scuola genovese" ha portato alla ribalta alcuni nomi, che sono quelli di Paoli, Ciampi, Lauzi, Tenco. Per tutti loro e in modo ovviamente diverso, pochi sono i testi che hanno vita autonoma. Ciampi è stato un grande precursore di un certo autobiografismo anche scomodo, "maledetto", che è molto servito a liberare la canzone italiana dalle frivolezze dei papaveri e delle papere, e Tenco, con la sua tragica fine, ne è stata la cassa di risonanza Ma a uno sguardo severo, poco resta. Restano e perdurano le eccezioni dell’avvocato Paolo Conte e del chirurgo Enzo Jannacci, capaci, a volte, di testi straordinariamente evocativi, vicini a quei "piccoli fatti veri" cari a Sanguineti e "raccontati" con straordinaria freschezza.

Fabrizio De André.
Fabrizio De André.

Oggi il panorama è infinitamente frastagliato. I confini tra musica impegnata e musica di puro intrattenimento sono crollati. Possiamo prendere il caso di un Jovanotti alias Lorenzo Cherubini, che infila versi quasi imbarazzanti a deliziose, sorprendenti serie di rime baciate dal contenuto assolutamente profondo e spiazzante. Un po’ quello che fa da tempo Battiato. Carmen Consoli affronta temi ardui ma con artifici di "poeticizzazione" dei propri testi alla lunga banali e ripetitivi, fino a sfiorare l’autoparodia. Insomma, dove sono le vere poesie della canzone "d’autore"? In Italia, sicuramente nell’opera di Fabrizio De André. In America, per fare un salto finale nell’impero della globalizzazione, c’è molto di buono in molti asciutti, controllatissimi testi di Bob Dylan e Lou Reed. Ma questo è già tutto un altro discorso.

Aldo Nove
Scrittore e poeta

Segue: Un paio di cose da dire sul "deandreismo"

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