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Editoriale.

  
Poesia vs. Musica: l’arte
di "dire parole per rima"

di Daniele Piccini
  


   Letture n.641 novembre 2007 - Home Page Lo storico legame tra testo poetico e musica si è squilibrato a favore di quest’ultima. Oggigiorno il genere pop sembra aver dato il colpo di grazia alla parola lirica, che invece merita ascolto in quanto altra cosa rispetto alla parola cantata.
   

"Esistono leggi di mercato ferree che assegnano alla parola cantata un’audience vastissima e riservano alla parola fatta a misura della sua musica interna pochissimi e labili spazi. "
  

Francesco Saverio Quadrio nel suo monumentale trattato Della storia e ragione d’ogni poesia scriveva, intorno alla metà del Settecento, che dalla fine del XVI secolo la poesia, da signora, si era fatta serva della musica, cedendo i poeti lo scettro ai musicanti, fin lì soltanto umili intonatori. Da allora il processo è stato anche più intenso: così il melodramma, in qualche modo; così i libretti d’opera, seppure tutt’altro che privi di interesse per la storia della letteratura o del costume letterario (si pensi agli studi in proposito di Luigi Baldacci). L’alchimia finisce di mostrare il suo squilibrio a favore dell’elemento sonoro nella musica pop: qui il dato è eclatante, se anche non mancano cantautori (pochi) che tentano una ricerca testuale di qualche peso. Gli amici convocati a scrivere dell’argomento su queste pagine, i quali hanno accettato di infrangere le separazioni di genere riconoscendo dignità a quelle altre cose più o meno poetiche che sono le canzoni, ne sgranano i nomi: De André, De Gregori, Guccini, qualche altro (fino al Carboni adolescenziale di Di Consoli).

Il punto, pare a me (che cerco di integrare il punto di vista), è proprio la rottura di un equilibrio o, magari, di un rapporto di forza a favore della parola: equilibrio o rapporto di forza che nella tradizione dei testi poetici musicati si faceva valere (dai provenzali fino ai casi di melodia apposta a testi in origine per sola lettura: si ricordi l’intonazione di Amor che ne la mente mi ragiona da parte del musico Casella in Purgatorio (II). Parlare oggi della questione significa partire dal dato del divorzio tra le due componenti, una schiacciata dall’altra.

E allora? Allora bisogna rilevare che una lirica altissima si dà nel moderno senza accompagnamento o sottolineatura musicale: basta pensare a Leopardi. Quella musica senza musica, ricavata dalle sole parole armonizzate per legame musaico (come diceva Dante), è oggi minoritaria: un’arte elitaria, un prodotto senza mercato, con le croci e le delizie che ne conseguono. E dunque, bisogna rilevare che mentre critici e poeti dibattono della questione, esistono leggi di mercato ferree che assegnano alla parola cantata un’audience vastissima e riservano alla parola fatta a misura della sua musica interna pochissimi e labili spazi. Infatti sono poeti e critici a parlare di musica, mica cantautori o musicisti a parlare di poesia contemporanea...

Del resto, anche all’interno del mondo cantautoriale o dell’interpretazione di qualità, il mercato ha imposto un restringimento delle frange avanzate di ricerca: nemmeno il grande sparigliatore, Internet, ha riaperto più di tanto i giochi (semmai bisognerebbe guardare a un genere "parlato" e ritmico come il rap). Il pop vince se è facile e automatico (a tal proposito, si noti che i testi di canzoni straniere tradotti in italiano seguono quasi solo l’elemento fonico, come fosse più importante la sonorità delle parole che il loro senso). Nei numeri e nella percezione diffusa, la parola cantata ha sbaragliato la concorrenza: corrisponde, questo sfondamento, a un’autentica superiorità di un prodotto sull’altro? No, se non altro perché si tratta, tecnicamente, di due cose diverse, cioè incommensurabili. Da ciò la malafede o semplificazione di chi predica che i poeti contemporanei siano tout court cantanti e cantautori.

Il fatto è che la voce sempre più fioca della poesia (che intanto farebbe bene a ripensarsi formalmente, a riguardare alla propria tradizione tecnica a fronte della memorabilità spinta della parola per musica) merita l’ascolto. E merita l’ascolto in quanto altra cosa rispetto alla produzione cantautoriale. Anche nei casi migliori non vedo la possibilità, quanto alle strutture testuali, di sostituire in valore, tenuta e profondità una cosa all’altra. Voglio dire che nessun cantautore ha un libro di poesia (messi insieme i suoi testi migliori) che possa reggere, alla sola lettura, a fronte della nostra miglior produzione secondonovecentesca: basta, per avvedersene, prendere un poeta come Giudici e leggerlo versus Guccini o il citatissimo De André. Tanto è vero che quest’ultimo (e del resto un breve momento di collaborazione poetico-cantautoriale si dette nella scuola genovese) ebbe l’umiltà di confrontarsi con la poesia-poesia: il caso dei testi tratti dall’Antologia di Spoon River è da manuale. Umiltà o senso della realtà che non ha avuto molti altri seguaci in seguito (qualcosa ha fatto Angelo Branduardi).

Dico sempre ai ragazzi, nelle scuole o altrove: i testi di Vasco Rossi, di Ligabue, del finto aristocratico Battiato (infatti graditissimo alle élites radical-divulgative) siete "costretti" a conoscerli; vi sono inoculati con la vita quotidiana. Ma chi vi parla di poeti contemporanei, chi vi dà la chance di ascoltare anche loro? Quasi nessuno. Bisogna andarli a cercare, con fatica, bisogna disarmarsi di ogni abitudine per sentirne la "musica". Vi interessa, ci interessa questa esperienza minoritaria? O, strabordante nei numeri, la parola cantata vuole solo ottenere anche il lauro, l’accademico riconoscimento, il plauso critico per chiudere la partita (come piagnucola da decenni il buon Mogol, paladino di un discreto prodotto banal-poetico che con la poesia ha quasi nulla a che fare)? Se è il pensiero unico, la non-diversità, l’omologazione che ci interessa, ecco: la poesia è morta, viva la poesia.

Daniele Piccini

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