Giancarlo Liviano D’Arcangelo,
Andai, dentro la notte illuminata,
pe-Quod, 2007, pagg. 256, euro 15,00.
Il libro
di questo mese è l’opera prima di un giovane scrittore, Giancarlo
Liviano D’Arcangelo, classe 1977, nato a Bologna ma vissuto
soprattutto in Puglia. Un romanzo caratterizzato da qualche elemento
forse non giunto a completa maturazione (nella struttura e nello stile),
ma dotato di più di un punto di interesse. Un’opera che abbiamo letto
con curiosità anche per il tema che affronta, quello di un reality
show televisivo estremo, anzi folle, perché il vincitore tra i
partecipanti otterrà in premio niente meno che il proprio suicidio.
Sì, avete letto bene: chi vince potrà suicidarsi lanciandosi dal
Golden Gate di San Francisco. Non a caso la trasmissione si intitola Golden
Death (morte dorata). Saranno gli spettatori a scegliere, ovviamente
con il televoto, il vincitore, cioè colui che potrà coronare il
proprio sogno. Morendo fisicamente, sì, ma conseguendo così, in
mondovisione, l’immortalità. Con la fama di una nuova icona della
cultura di massa.
I
concorrenti sono un condannato a morte, un malato di Aids, un uomo
evirato, una coppia di innamorati e infine Alex, un giovane italiano,
sul quale si incentra l’attenzione del narratore. Tutti, di fatto,
avrebbero qualche motivo per voler morire o per disprezzare una vita
che, comunque, sarebbe per loro piuttosto breve. L’unico che invece
non ha una motivazione apparente è Alex. Si stupisce e si interroga
sulla determinazione del ragazzo il presentatore dello show, o
meglio del «più grande reality show mai concepito da mente
umana», un anchorman su di giri, il cinico e spregiudicato Alvin
Nathan Muggeridge. C’è anche una madrina dello show, la ricca
e bella ereditiera Paris Hilton, la quale, fuori gara, si getta per
prima dal Golden Gate. Ma la ritroveremo a fine romanzo, viva e vegeta:
miracolo o inganno spettacolare? Questo non è spiegato, e, volendo, è
uno dei punti del testo in cui la coerenza interna segna il passo.
Dicevamo di Alex. È il personaggio a cui l’autore
dedica il maggior numero di pagine, anzi una sorta di "romanzo nel
romanzo" incentrato sulla sua vita prima della decisione di
partecipare allo show: con tutta la noia provinciale di una
cittadina del Sud, della famiglia d’origine, di un lavoro che non
amava, con i triti e tristi riti sociali, con le delusioni sentimentali
che minano nel giovane la fiducia in sé, fino alla perdita di status
in seguito a una crisi economica. Lì probabilmente risiedono le
motivazioni che l’hanno condotto a partecipare a quell’assurdo
spettacolo suicida. Inoltre il ragazzo probabilmente non si ama molto.
Potrebbe essere significativa in tale direzione la scena di sesso sado-maso
a cui soggiace in un night-club prima dell’ingresso nello show:
la ricerca di una dominazione da ottenere per via sessuale è forse
indicativa di un certo disprezzo di sé.
Il presentatore Muggeridge intuisce da subito il
rischio che il ragazzo sta correndo. Proprio perché non ha ragioni
plausibili per suicidarsi, gli spettatori potrebbero scegliere proprio
lui. Cosa che accadrà, anche se lui nel frattempo avrà cambiato idea.
Non vi diciamo come andrà a finire, perché rivelare il finale di un
romanzo tutto basato sulla suspense di quello che accadrà
sarebbe una grave scorrettezza verso le persone desiderose di leggerlo.
Ci limitiamo ad anticiparvi che a un certo punto si verificherà un black-out,
dalle conseguenze inaspettate.
Come valutare il romanzo? Il libro si presta a diverse
ipotesi interpretative. Antonio Rizzolo – che ne apprezza lo stile
maturo, anche se relativamente povero di dialoghi (l’autore
confesserà di aver preferito evitare il ricorso al parlato in presa
diretta, sapendosi meno ferrato da un punto di vista tecnico in quella
modalità di scrittura) – legge la scelta di Alex come una reazione al
vuoto di senso che il personaggio incarna: la morte "in
diretta" come estrema possibilità di apparire e, paradossalmente,
di sentirsi almeno un po’ vivi. Perché ciò che la tradizione (la
famiglia, la terra d’origine, la religione della comunità) propone
non è in grado di offrire una possibilità di salvezza. «Ma»,
aggiunge Rizzolo, «la domanda di senso non ottiene risposta». L’autore
risponde affermando che il suo intento era quello di «fotografare una
certa realtà, quella di individui che esprimono non un coinvolgimento
umano su questioni importanti, ma, semplicemente, certi bisogni fittizi
indotti dalla civiltà massmediale nella quale siamo immersi». Per
Sergio Tosatto, in effetti, il libro coglie bene il «paradosso
insostenibile chiesto dall’odierna società dei consumi, che impone
certi comportamenti, ad esempio l’acquisto di alcuni beni, e ci si
sente liberi quando, grazie al denaro che si ha, si possono comprare
quelle cose, magari inutili e solo imposte; mentre, se per caso non si
ha la possibilità di farlo, ci si percepisce come schiavi». Questa è
proprio la realtà di Alex, il quale – spiega lo scrittore – «cercava
una sublimazione e sperimenta invece una desublimazione». Forse perché
il finto mondo televisivo non fa che amplificare la grande finzione,
spettacolare e consumistica, nella quale siamo immersi.
Certo, l’idea di un Grande Fratello per aspiranti
suicidi potrebbe apparire surreale (anche se qualche tempo fa si era
diffusa la notizia, poi fortunatamente smentita, che si stava allestendo
un reality show basato sulla donazione degli organi). Eppure Aldo
Giobbio nota come la morte in quanto spettacolo abbia, nella civiltà
occidentale, una lunga tradizione: dagli spettacoli gladiatori dell’antica
Roma agli "autodafé" dell’Inquisizione, fino alla stessa
corrida, che prevede l’uccisione del toro e a volte anche del torero.
Per non parlare, nel corso dei secoli, delle esecuzioni capitali sulla
pubblica piazza: sempre affollatissime. Caso mai c’è da stupirsi che
la Tv non ci sia ancora arrivata. In fondo anche una popolarissima
trasmissione come L’isola dei famosi è basata sul gusto sadico
degli spettatori che vogliono vedere i partecipanti soffrire.
Anche Ferruccio Parazzoli, che pure lamenta nel testo
la mancanza di un editing adeguato, sottolinea la vicinanza del
libro di Liviano D’Arcangelo alla realtà che conosciamo: «È un
romanzo che accende le luci sulla realtà. Attraverso l’esasperazione
di una situazione evidentemente estrema, getta una luce su ciò che ci
sta intorno, facendoci percepire meglio tutta l’assurda brutalità e
la gratuita volgarità di molte cose che oggi accadono, in tv e non
solo. Per questo avrei calcato maggiormente il pedale sulla parte del reality
show, lasciando invece perdere le pagine del "romanzo di
formazione" del protagonista nella nativa Puglia».
«Consigli preziosi», riconosce il giovane autore. Il
quale ci dice che sta già lavorando a un nuovo libro, dedicato al tema
del potere. L’ambientazione sarà un’Italia del Sud dove, in alcune
realtà locali, poche famiglie acquisiscono un grandissimo potere che si
estende a molti ambiti: dall’economia alla politica, fino allo sport. «Mi
incuriosiscono», afferma lo scrittore, «i meccanismi attraverso cui il
potere si ramifica a più livelli, in base a un archetipo tutto italiano».
Ma il suo autore di riferimento è straniero: il Don DeLillo di Underworld.
Forse è da questo fecondo incrocio che nasce l’originalità di
scrittura di Giancarlo Liviano D’Arcangelo.
Roberto Carnero