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3 - L’Africa in Italia
PRIMA NOI DA LORO
ORA LORO DA NOI
di Gianluca Iaconis
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La letteratura italiana
dei migranti provenienti dall’Africa ci offre la possibilità di
conoscere e approfondire i sentimenti e le esperienze di uomini e donne
che – spinti da povertà, miseria, guerre o semplicemente dalla speranza
di avere una seconda (migliore) possibilità di vita – decidono di
migrare: risalire il continente nero e attraversare il Mediterraneo
mettendo, spesso, a rischio la propria vita. La "testimonianza dell’arrivo"
nelle nostre città è, dunque, il racconto della loro nuova vita qui, in
Italia: le quotidiane difficoltà nel ritrovarsi clandestini o
semplicemente stranieri, extracomunitari, sostanzialmente indesiderati.
Soprattutto nella fase iniziale di tale fenomeno letterario, il
triennio 1990-1992 – fase caratterizzata dalla pubblicazione di romanzi
scritti a quattro mani, ovvero dalla presenza di un giornalista o
scrittore italiano nella veste di coautore affiancato a quello straniero
– si può osservare una matrice testimoniale assai rilevante. È questo
il caso del senegalese Pap Khouma che in compagnia di Oreste
Pivetta ha scritto Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra
Dakar, Parigi e Milano (Garzanti, 1990); del tunisino Salah
Methnani e Mario Fortunato, Immigrato (Theoria, 1990); e del
marocchino Mohamed Bouchane, autore di Chiamatemi Alì (Leonardo,
1990), con Carla De Girolamo e Daniele Maccione.
Le pagine di questi autori – e si tenga conto del fatto che, nel
carattere planetario delle migrazioni, gli africani sono stati i primi a
scrivere in lingua italiana – sono spesso un resoconto nudo e crudo
delle esperienze personali, spesso dei diari, in cui scorgere anche la
descrizione di un’Italia che per la prima volta cominciava a
confrontarsi con tale nuova realtà, e si sentiva inadeguata. E lo era,
inevitabilmente, anche dal punto di vista legislativo. Pap Khouma, per
esempio, ci racconta dei tanti "fogli di via" accumulati da lui
e dai suoi compagni di (s) ventura e le battaglie per ottenere un permesso
di soggiorno. Siamo nella seconda metà degli anni Ottanta e per la
maggior parte di noi quelli come lui erano "solo" immigrati,
indistintamente marocchini, "vu cumprà".
Amara Lakhous – scrittore algerino da dieci anni in Italia,
autore del bellissimo e fortunato romanzo Scontro di civiltà per un
ascensore a Piazza Vittorio, (Edizioni e/o, 2006; cfr. Letture maggio
2007) – ha giustamente sottolineato che, oltre a tale quadro,
riconducibile alle difficoltà di inserimento, vi sia, in questi primi
lavori, un’altra tematica fondamentale: la nostalgia, che «serve
spesso a tenere uniti il mondo che si è lasciato e quello in cui ci si
trova adesso».
A distanza di oltre un decennio dagli esordi, si è poi registrata la
pubblicazione di nuovi romanzi che potremmo leggere come
"testimonianza del ritorno". Lo stesso Pap Khouma, infatti, con Nonno
Dio e gli spiriti danzanti (Baldini Castoldi Dalai 2005; cfr. Letture
marzo 2006) racconta di un giovane che torna nella sua Africa dopo
esservi mancato per sette anni; così come aveva fatto precedentemente Kossi
Komla-Ebri, nativo del Togo, in Neyla. Un incontro, due mondi (Edizioni
dell’Arco-Marna, 2002). Il migrante che fa ritorno in Africa, ci dice
Komla-Ebri, avverte uno straniamento culturale consumatosi proprio
attraverso la migrazione: «Preso in quella morsa sandwich di due
culture, stavo diventando generazione ibrida, non essendo più né
africano totalmente e neanche europeo. Ho vissuto per anni in quella fitta
nebbia fra il non più e il non ancora, sulla strada vischiosa ed incerta
di un divenire».
Pertanto se, sin da principio, il romanzo (con forti accenti
autobiografici) ha trovato maggiore spazio editoriale, col passare degli
anni, anche altri generi, quali la poesia e la saggistica, sono divenuti
mezzi di espressione letterari molto usati, rivelatori, forse, anche di
una maggiore consapevolezza linguistica.
Tra i primi esempi notevoli si può ricordare la poesia Prigione del
camerunese Yogo Ngana Ndjock («Vivere una sola vita, /In una
sola città, /In un solo paese, /In un solo universo, /Vivere in un solo
mondo è prigione, [...] Conoscere una sola lingua, /Un solo lavoro, /Un
solo costume, /Una sola civiltà, /Conoscere una sola logica è prigione.
/Avere un solo corpo, /Un solo pensiero, /Una sola conoscenza, /Una sola
essenza, /Avere un solo essere è prigione») in cui l’unicità
dell’esperienza migratoria permette di pensare la vita come non più
unica, ma capace di aprirsi alla pluralità, intesa come ciò che nasce
dall’accettazione dell’"incontro" fra diversi. Possiamo qui,
in maniera sintetica citare ancora i versi incantevoli di Ribka Sibhatu,
eritrea, autrice di Aulò: canto-poesia dall’Eritrea (Sinnos,
1993) o quelli dei marocchini Mina Boulhanna, Bouzidy Aziz e
Mohamed Akalay, apprezzato per la sua lacerante poesia Ombre
nascoste; e ancora l’algerino Brahim Achir.
Un ulteriore elemento che la letteratura italiana della migrazione ci
permette di affrontare è quello della "relazione
Europa-Africa", e in particolare, della relazione Italia-Africa,
ovvero la possibilità di riflettere sulla questione legata al
"contatto/incontro/scontro" con gli "altri":
"noi" europei ci troviamo (nuovamente) al cospetto di un
"loro" africani. La relazione Europa-Africa, di fatto non inizia
venti anni fa con la "Grande migrazione" ma con l’espansionismo
coloniale europeo del XV secolo per mano portoghese e spagnola, in prima
battuta, poi francese, inglese, olandese, belga, tedesca, italiana. Noi
europei, in questo lunghissimo lasso di tempo, abbiamo circoscritto tale
fenomeno come una missione civilizzatrice e ciò è stato possibile
attraverso una storiografia e una cultura tout court per secoli
apologetica e autocelebrativa. Anche l’Italia ha un suo passato
coloniale, imperiale, e, quindi, una sua "relazione africana"
non meno violenta, ma di certo più rimossa e silenziosa che ha
sedimentato il mito degli "italiani brava gente" (A. Del Boca).
Auspichiamo pertanto che, sia ai livelli più alti della cultura italiana
che a quelli più bassi, cioè a partire dai manuali di storia e
letteratura delle scuole primarie e secondarie, si sviluppi una revisione
critica matura dell’espansionismo coloniale italiano in Eritrea, Libia,
Somalia ed Etiopia. Ciò permetterebbe di equilibrare – ovvero di
affrontare e discutere – il rapporto fra "noi" e
"loro".
In tal senso oggi possiamo, finalmente, approfittare delle voci di Ali
Mumin Ahad e diGarane Garane, entrambi somali; delle giovani
scrittrici Gabriella Ghermandi, italoetiope, Igiaba Scego e Ubax
Cristina Ali-Farah, italo-somale e dell’antropologa venuta dal
Camerun Geneviève Makaping. Quest’ultima, ormai da vent’anni
in Italia e cittadina italiana, è l’autrice del bellissimo saggio Traiettorie
di sguardi. E se gli "altri" foste voi? (Rubbettino, 2001)
nel quale definisce se stessa «donna, africana, camerunese,
bamiléké, italiana calabrese». Tutti loro – anche se con
modalità dissimili che ne rispecchiano i diversi percorsi di vita –
permettono a noi italiani di sentirci "guardati dall’esterno":
oggi sono loro che giudicano noi. Sono in mezzo a noi e ci osservano.
Ali Mumin Ahad è uno dei tanti esuli della diaspora somala, e dal 1993
– con I "peccati" storici del colonialismo in Somalia –
ha iniziato a interessarsi e a scrivere saggi di carattere
socio-storico-culturale per cercare di comprendere il disastro politico e
umanitario che ha investito il suo Paese, in un’ottica postcoloniale.
Ora siamo in attesa del suo primo romanzo, di prossima uscita, intitolato Memorie
del Fiume ed altri racconti del Benadir. Abbiamo avuto modo di
apprezzare, invece, l’esordio narrativo di Garane Garane, autore de Il
latte è buono (Cosmo Iannone, 2005). È l’Africa che parla, ci
parla, cioè parla anche di noi italiani, del nostro colonialismo e
proprio attraverso la lingua italiana, riflettendo con sguardo attento e
ironico sulla nostra cultura, da Giulio Cesare a Dante, ovvero del pane
quotidiano della loro formazione scolastica a Mogadiscio.
Seguiamo, per concludere, il pensiero di Makaping, la quale si
interroga con grande lucidità sul come "accettarsi fra
diversi": «L’integrazione culturale dovrebbe significare l’acquisizione
dinamica di dati culturali altrui, pur rimanendo integri. Non può essere
assimilazione, che implica la dissoluzione dei dati culturali
propri». Guardarsi da fuori e sentirsi guardati, capire gli altri e
capire se stessi. Oggi, in Italia.
Gianluca Iaconis
critico letterario
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