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Lettere migranti.

  
COME TI RACCONTO IL MONDO
NELLA LINGUA DI DANTE

a cura di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.638 giugno 2007 - Home Page
In Italia abitano ormai da anni numerosi scrittori immigrati che si sono appropriati della lingua italiana per esprimersi. Il diverso patrimonio di idee, le singolari esperienze di vita (a partire proprio dal distacco forzato dalla propria terra) e l’adattamento al nostro Paese fanno di questi contributi una nuova, inedita, pagina nella storia recente della letteratura italiana.


    
   
   

1 - L’Europa in Italia

DAL VICINO EST
IN CERCA DI PACE

di M. Cristina Mauceri

Gli scrittori provenienti dall’Europa, di cui si parlerà in quest’articolo, hanno iniziato a pubblicare in italiano nella seconda metà degli anni Novanta e la maggior parte è arrivata nel corso di questo decennio con i flussi migratori che seguirono la caduta delle dittature in Romania e Albania e il conflitto nei Balcani. Va ricordato che in Italia c’erano già alcuni scrittori migranti italofoni: gli ungheresi d’origine ebraica Edith Bruck (Tiszabercel, 1932) e Nicola e Giorgio Pressburger (Budapest, 1937), arrivati negli anni Cinquanta dopo essere sopravvissuti alla persecuzione razziale e, nel caso dei Pressburger, dopo il fallimento della rivoluzione del 1956.

Tra le scrittrici migranti l’antesignana della letteratura testimoniale sulla Shoah è Edith Bruck. Recentemente questo filone è stato ripreso da Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera (1964) da genitori polacchi, che nel romanzo autobiografico Lezioni di tenebra (Mondadori 1997) rivela gli effetti della Shoah sulla generazione dei figli. A questo filone, per motivi diversi, appartengono le opere dell’austriaca Helga Schneider (Steinberg, 1937) che scrive per esorcizzare il trauma di essere stata abbandonata dalla madre che divenne guardiana di un Lager. Tutti i suoi testi, tra cui Il rogo di Berlino (Adelphi, 1995), storia della sua infanzia, e Lasciami andare, madre (Adelphi, 2001), rievocazione dell’ultimo drammatico incontro con la madre, sono ambientati in epoca nazista e rivelano il bisogno della scrittrice di espiare la colpa materna.

La slovacca Jarmila Ockayova (Bratislava, 1955), in Italia dal 1974, è una delle scrittrici più mature della generazione emersa negli anni Novanta. Nel giro di pochi anni ha pubblicato tre romanzi con Baldini Castoldi: Verrà la vita e avrà i tuoi occhi (1995), L’essenziale è invisibile agli occhi (1997) e Requiem per tre padri (1998). Ockajova ha uno stile originale caratterizzato da elementi fiabeschi e simbolici, quest’ultimi spesso legati agli alberi e alle radici, metafora di un’appartenenza recisa con l’emigrazione. Quanto questo tema sia importante per la scrittrice emerge anche in Occhio a Pinocchio (Cosmo Iannone, 2006), una rielaborazione della favola di Collodi.

Umorismo e ironia sono la doppia cifra narrativa della greca Helene Paraskeva autrice di una divertente raccolta – Il tragediometro e altri racconti (Fara, 2003) – e del romanzo giallo L’uovo cosmico (Fara, 2006).

L’Albania è il Paese da cui proviene il maggior numero di scrittori e uno dei migliori poeti migranti, Gezim Hajdari (Lushnje, 1957). Esule per motivi politici, il pluripremiato Hajdari, i cui versi scarni e lapidari ricordano Ungaretti, è autore di numerose raccolte di poesie che autotraduce in albanese, tra cui Antologia della pioggia-Antholigjia e shiut (Fara, 2000), Spine nere - Gjemba te zinj (Besa, 2004), Maldiluna - Dhimbjehene (Besa, 2005) e Poema dell’esilio-Poema e marginit (Fara, 2005). I temi della sua poetica – l’amore per la patria lontana, la sofferenza per la perdita delle radici, la solitudine e il mal di vivere nell’esilio – esprimono un lacerante dolore e una profonda malinconia.

La narrativa è rappresentata invece da autori giunti in Italia ancora ventenni. Il più noto è Ron Kubati (Tirana, 1971) che nel romanzo Va e non torna (Besa, 2000) attraverso una struttura originale, in cui alterna capitoli ambientati in Albania e in Italia, rende la condizione di spaesamento, quel vivere tra Paesi tipico di chi emigra. Anche il protagonista del romanzo M(Besa, 2002) è uno straniero alla ricerca di una nuova identità che sopravvive facendo lavori precari e trova amicizia e solidarietà tra persone che come lui vivono ai margini della società.

Leonard Guaci.Ne I grandi occhi del mare (Besa, 2005) Leonard Guaci (Valona, 1967) intreccia la storia dell’Albania a quella dell’Italia vista dall’altra sponda dell’Adriatico attraverso lo sguardo incantato di un gruppo di fratelli che, guardando di nascosto la televisione italiana, scopre un’altra realtà. Guaci ci fa capire come la televisione aiutasse gli albanesi a uscire dall’isolamento, ma creasse anche false illusioni sull’Italia.

Il desiderio di far conoscere la storia dell’Albania anima la scrittura di Arthur Spanjolli (Durazzo, 1970) autore di una trilogia di cui segnaliamo il primo romanzo Cronaca di una vita in silenzio (Besa, 2003), particolarmente interessante per la struttura narrativa polifonica con cui lo scrittore ricostruisce frammenti della storia di una famiglia albanese negli ultimi cento anni. Ornela Vorpsi (Tirana, 1968) è un caso curioso perché dopo aver vissuto sei anni in Italia si è trasferita in Francia, ma scrive in italiano. Nel romanzo di tono autobiografico, Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2005), Vorpsi si concentra sulla situazione femminile in Albania e smaschera i due oppressori delle donne: la società patriarcale e il partito. Lo fa denunciando la connivenza tra mentalità maschilista e un regime che diceva di garantire la parità, ma lasciava immutati molti aspetti della condizione femminile. Tema di fondo del recentissimo La mano che non mordi (Einaudi, 2007), un romanzo frammentato tipico dello stile di Vorpsi, è un viaggio a Sarajevo che si spezza in brevi incursioni nella memoria della protagonista, un’albanese espatriata che si sente spaesata anche in quei Balcani in tanti aspetti affini al suo Paese d’origine.

La letteratura migrante di scrittori dai Paesi dell’ex Jugoslavia è stata caratterizzata inizialmente da autobiografie d’autrici croate tra cui ricordiamo Cercando Daedalus disperatamente (Edizioni Tracce, 1997) di Vera Slaven e L’isola di pietra (Aiep Editore, 2000) di Vesna Stani . Si distacca dall’autobiografia il narratore e poeta serbo-croato Božidar Stanišic (Visoko, 1956) che scrive in italiano e anche nella sua lingua madre. Nei racconti Bon Voyage (Nuova Dimensione, 2003) e nel testo teatrale Il sogno del mio amico Orlando (Kuma. Creolizzare l’Europa, n. 8, 2004) emergono il tema dello spaesamento dell’esule e il dilemma tra abbandonare l’identità passata o restare fedeli alle proprie origini.

Scrittrice di talento si è rivelata la croata Sarah Zurah Lukani (Spalato, 1960) con il bel romanzo Le lezioni di Selma (Libribianchi, 2007). Le lezioni a cui si allude nel titolo sono date da una donna che, confinata in casa sotto il controllo di militari serbi nella Sarajevo sotto assedio, rifiuta la legge dell’odio e vi oppone quella dell’accoglienza, mantenendo il dialogo con chi improvvisamente è diventato il "nemico". Il romanzo è un’intensa storia d’amore che rivela come la guerra sovverta la vita delle persone facendo emergere passioni inaspettate.

Tra i pochi scrittori romeni finora emersi spicca Mihai Butcovan (Oradea, 1969), autore di un divertente romanzo sull’esperienza dell’immigrazione in Italia, Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa, 2006). Butcovan scrive in uno stile originale dove calembours e doppi sensi rivelano il piacere di sfruttare i diversi significati delle parole di una lingua imparata a fondo. Nel romanzo, che racconta la difficile storia d’amore tra un immigrato e una ragazza leghista, serpeggia un’ironia bonaria specialmente nel modo in cui sono trattate le esperienze del protagonista e i pregi e i difetti degli italiani. Butcovan è anche autore della raccolta di poesie Borgofarfalla con cui ha ricevuto nel 2006 il Premio Eks&Tra per scrittori migranti. Ricordiamo inoltre due voci femminili, Ingrid Coman (1971) autrice de La città dei tulipani (Luciana Tufani Editore, 2005), romanzo ambientato in Afganistan, una storia di violenza e di ribellione femminile agli orrori della guerra. Appartiene invece alla scrittura autobiografica Il sapore della mia terra (Edizioni Angolo Manzoni, 2006) in cui Valeria Mocanasu (1959) racconta la sua infanzia in un villaggio della Romania comunista dandoci uno spaccato della dura vita dei contadini.

Concludiamo con il romanzo Voglio un marito italiano (Edizioni Il punto d’incontro, 2006) in cui l’ucraina Marina Sorina (Charkov, 1973) sfata il pregiudizio che le donne dell’Est europeo siano spesso avide maliarde pronte a sedurre gli italiani per sistemarsi. Il romanzo contiene interessanti paragoni tra la società ucraina e quella italiana in cui la protagonista arriva carica d’illusioni che presto si scontrano con la dura realtà. Gli ultimi due testi sono un utile contributo per conoscere i Paesi da cui provengono molti immigrati e per capire i problemi che devono affrontare in Italia.

M. Cristina Mauceri
Cassamarca Lecturer presso l’Università di Sydney
    

OCKAYOVA: «IO, AFFASCINATA DAL VOSTRO PINOCCHIO»
  • Cara Ockayova, in un suo saggio trovo questa considerazione, che dopo trent’anni in Italia si sente straniera forse ora più che mai...

«Chi in Italia sarebbe pronto ad accettare lezioni di vita da questa sorta di ibrido umano? Dallo scrittore "straniero" si accetta una testimonianza di vita, molto meno uno sguardo che sconfina nei sistemi di vita altrui; gli si perdona il coraggio stilistico, la non sottomissione alle voghe, molto meno o per nulla una ben definita presa di posizione etica. Del resto, quest’ultima viene spesso criticata persino se esercitata dal Papa, figuriamoci da uno scrittore non doc, privo di una vera tutela sociale e, nell’ambito letterario, di padri putativi. Ecco perché, dopo tre quinti della mia vita passati in Italia, ora io mi sento più che mai, dolorosamente, straniera. Qualche anno fa Umberto Eco diceva che gli italiani vivono ancora nel pieno "shock della differenza". E io ho spesso sottolineato che lo straniero invece in questo Paese vive nella straripante desolazione dell’indifferenza».

  • Veniamo al suo ultimo romanzo, Occhio a Pinocchio (Cosmo Iannone, 2006): come mai ha scelto un genere tanto inconsueto, sospeso tra fiaba e romanzo allegorico?

«Cavalcare la fantasia è il modo più efficace per raggiungere la realtà. Poi, Pinocchio di Collodi mi ha sempre affascinata per la ricchezza del suo universo simbolico. E per l’elasticità di quell’universo, per la sua, per così dire, non finitezza: come il naso di Pinocchio, anche le simbologie che lo circondano si allungano o s’accorciano in base allo sguardo di chi si accosta al racconto collodiano. Una delle possibili interpretazioni, la più pigra, è quella di un irritante moralismo di Collodi, che farebbe del suo Pinocchio una brutta copia del bambino combinaguai. Secondo me, la favola di Collodi è molto più stratificata, e da questa convinzione è nata la voglia di far parlare direttamente Pinocchio, rivisitare e narrare la sua storia dal suo punto di vista, smontando e rimontando l’intera fabula e facendo delle avventure di Pinocchio una sorta di viaggio iniziatico, dal bosco/albero/natura a qualcosa di autenticamente umano. O atrocemente disumano, laddove l’umanità viene calpestata, o negata».

  • Questo burattino senza fili che abbandona le radici del proprio albero-patria rappresenta il migrante?

«Nel mio Pinocchio possiamo trovare la personificazione del cambiamento, le sue vicissitudini sono una parabola della metamorfosi anzitutto interiore. Per diventare uomo, il mio Pinocchio deve attraversare una vasta gamma di esperienze umane e relative emozioni ma, soprattutto, deve imparare a interiorizzare e usare quelle esperienze ed emozioni come una lente d’ingrandimento, per mettere a fuoco la propria essenza di uomo. La scopre appieno proprio quando, imprigionato, deluso, ferito, solo, è costretto a constatare di non avere più nulla tranne se stesso. Se stesso e dentro di sé "il sentimento originario del bosco" e l’amico Lucignolo, che nel mio romanzo è il corpo sottile di Pinocchio, vale a dire il suo spirito. Con questo, e null’altro che questo, continuerà a resistere a Mangiafuoco, suo carceriere e gestore del Gran Teatro, dove Mangiafuoco agisce come il pompiere dell’immaginario».

  • Pinocchio è anche la voce censurata, colui che non ha diritto a parlare perché considerato inaffidabile a priori...

«Un po’ come la Sirenetta di Andersen, che sacrifica la propria voce in cambio di un paio di gambe per uscire dalle acque del mare e muoversi nel mondo degli uomini, il mio Pinocchio paga un prezzo sproporzionato per l’abbandono del bosco e del suo albero "asse tra cielo e terra": tenuto a viva forza muto e incompreso, legato e rinchiuso, mentre sul suo conto e sulla sua condizione di "osservato speciale" vengono inventate le più assurde leggende metropolitane. Il libro non ci dice se alla fine ci sarà salvezza, per lui: resta la speranza. Ma, per citare ancora qualche rigo del libro, "se alla fine soccomberà, se si arrenderà, non sarà a causa della sofferenza inflittagli dal male, bensì per la latitanza del bene..."».

Paolo Pegoraro

Segue: Il medioriente ha nostalgia di casa

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