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Quattro chiacchiere con...

  
Jonathan Ames,
sorrisi liberatori sulla realtà

di Roberto Carnero
  


   Letture n.633 gennaio 2007 - Home Page

Il brillante scrittore americano ha ottenuto in patria negli ultimi anni un fenomenale successo di critica e pubblico. Tra i suoi riferimenti letterari non può mancare certo Wodehouse, ma nemmeno un insospettabile Thomas Mann.
   

Negli Stati Uniti ormai è una celebrità, tanto da essere uno degli ospiti più presenti al David Letterman Show. A conferma di ciò, dal suo ultimo romanzo Sveglia, Sir! (traduzione di Sara Caraffini, Baldini Castoldi Dalai, 2006, pagg. 464, euro 19,00) sarà tratto un film. Parliamo dell’americano Jonathan Ames, il cui libro è una commedia brillante dai toni a metà strada tra Wodehouse e Woody Allen.

Al centro della vicenda una singolare coppia, Alan Blair, uno strano scrittore afflitto da numerosi problemi e particolarmente vocato ai guai, e Jeeves, il fedele maggiordomo, una figura molto professionale, ma anche affettuosa e quasi paterna verso il suo datore di lavoro. Ma a spezzare la routine, c’è anche Ava, una donna dotata di un naso decisamente vistoso...

  • Ames, il suo libro si caratterizza per la forte comicità, diretta e spesso irriverente. Come si riesce a far ridere in letteratura? Quali sono le strategie comiche tipiche della parola scritta, rispetto al linguaggio del cinema o della Tv?

Copertina del volume.«Immagino che mi ponga questa domanda per il fatto che ho esperienze in tutti e tre questi campi. Devo dire, tuttavia, di essere più esperto di letteratura che non del resto, poiché ho studiato scrittura creativa e scrivere è, da quando ho lasciato il college, la mia attività principale. È un po’ un mistero come si riesca a far ridere. Per quanto mi riguarda, credo di riuscirci attraverso la schiettezza, la sincerità, il fatto che i miei personaggi, nei quali i lettori tendono a identificarsi, non nascondono i propri difetti, ma li ammettono con candore, senza celare la loro vulnerabilità di esseri umani. Più che ironico o sarcastico, tendo a essere realistico. Chi legge, così, vede che il mondo non è perfetto e tira un respiro di sollievo, con una risata o un sorriso liberatorio».

  • Quali sono i suoi maestri nel campo della narrativa?

«Da vari scrittori ho imparato cose diverse. Uno come Wodehouse, ad esempio, mi ha insegnato ad andare al cuore delle cose, a non perdermi in inutili divagazioni, che compromettono la vigile attenzione del lettore. Certo, anche a me piace il bello scrivere, ma preferisco di gran lunga la chiarezza. Una cosa, questa, che ho appreso anche da Graham Greene. Infatti non amo molto i libri che mettono alla prova le capacità di comprensione del lettore, attraverso uno sforzo intellettualistico di decodificazione. Di Thomas Mann mi piace come, nella sua Montagna incantata, suddivide il testo in tante piccole sezioni, quasi come se fosse una partitura musicale, con delle pause, delle interruzioni, utili a staccare e a riposarsi un po’».

  • Quali sono i temi che più la interessano come scrittore?

«Non sono un autore "impegnato", anzi sono decisamente apolitico. Anche se molti dei miei personaggi hanno il cuore spezzato per come va il mondo. Ma a me interessa scrivere di amore, del rapporto tra i sessi, della fatica che tutti facciamo per amare ed essere amati. Se possibile, con un po’ di leggerezza, non guardando il mondo dall’alto in basso, ma cercando di sviluppare una certa simpatia per la realtà e le persone».

Roberto Carnero

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