Negli Stati
Uniti ormai è una celebrità, tanto da essere uno degli ospiti più
presenti al David Letterman Show. A conferma di ciò, dal suo
ultimo romanzo Sveglia, Sir! (traduzione di Sara Caraffini, Baldini
Castoldi Dalai, 2006, pagg. 464, euro 19,00) sarà tratto un film.
Parliamo dell’americano Jonathan Ames, il cui libro è una commedia
brillante dai toni a metà strada tra Wodehouse e Woody Allen.
Al centro della vicenda una singolare coppia, Alan Blair,
uno strano scrittore afflitto da numerosi problemi e particolarmente
vocato ai guai, e Jeeves, il fedele maggiordomo, una figura molto
professionale, ma anche affettuosa e quasi paterna verso il suo datore di
lavoro. Ma a spezzare la routine, c’è anche Ava, una donna dotata di un
naso decisamente vistoso...
- Ames, il suo libro si caratterizza per la forte
comicità, diretta e spesso irriverente. Come si riesce a far ridere
in letteratura? Quali sono le strategie comiche tipiche della parola
scritta, rispetto al linguaggio del cinema o della Tv?
«Immagino
che mi ponga questa domanda per il fatto che ho esperienze in tutti e tre
questi campi. Devo dire, tuttavia, di essere più esperto di letteratura
che non del resto, poiché ho studiato scrittura creativa e scrivere è,
da quando ho lasciato il college, la mia attività principale. È un po’
un mistero come si riesca a far ridere. Per quanto mi riguarda, credo di
riuscirci attraverso la schiettezza, la sincerità, il fatto che i miei
personaggi, nei quali i lettori tendono a identificarsi, non nascondono i
propri difetti, ma li ammettono con candore, senza celare la loro
vulnerabilità di esseri umani. Più che ironico o sarcastico, tendo a
essere realistico. Chi legge, così, vede che il mondo non è perfetto e
tira un respiro di sollievo, con una risata o un sorriso liberatorio».
- Quali sono i suoi maestri nel campo della narrativa?
«Da vari scrittori ho imparato cose diverse. Uno
come Wodehouse, ad esempio, mi ha insegnato ad andare al cuore delle cose,
a non perdermi in inutili divagazioni, che compromettono la vigile
attenzione del lettore. Certo, anche a me piace il bello scrivere, ma
preferisco di gran lunga la chiarezza. Una cosa, questa, che ho appreso
anche da Graham Greene. Infatti non amo molto i libri che mettono alla
prova le capacità di comprensione del lettore, attraverso uno sforzo
intellettualistico di decodificazione. Di Thomas Mann mi piace come, nella
sua Montagna incantata, suddivide il testo in tante piccole
sezioni, quasi come se fosse una partitura musicale, con delle pause,
delle interruzioni, utili a staccare e a riposarsi un po’».
- Quali sono i temi che più la interessano come
scrittore?
«Non sono un autore "impegnato", anzi
sono decisamente apolitico. Anche se molti dei miei personaggi hanno il
cuore spezzato per come va il mondo. Ma a me interessa scrivere di amore,
del rapporto tra i sessi, della fatica che tutti facciamo per amare ed
essere amati. Se possibile, con un po’ di leggerezza, non guardando il
mondo dall’alto in basso, ma cercando di sviluppare una certa simpatia
per la realtà e le persone».
Roberto Carnero