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Quattro chiacchiere con...

  
Uwe Timm, il sessantottino
batte Pamuk

di Roberto Carnero
  


   Letture n.633 gennaio 2007 - Home Page

Vincitore in Italia di importanti premi letterari, l’autore tedesco approfondisce i temi sollevati dal suo fortunato romanzo Rosso: la storia recente, la politica, il ruolo dello scrittore nella società. E anche la polemica su Grass.
   

Al Premio Napoli lo scorso settembre aveva battuto Orhan Pamuk, al quale, di lì a pochi giorni, sarebbe stato assegnato il Nobel per la Letteratura. E a novembre il tedesco Uwe Timm ha replicato il suo successo italiano, ottenendo anche il Premio Mondello - Città di Palermo. Copertina del volume.«Un più che dignitoso premio di consolazione», commenta scherzosamente il Nobel a Pamuk. In realtà Timm è sorpreso dall’attenzione riservata in Italia al suo romanzo Rosso (pubblicato dalla casa editrice fiorentina Le Lettere), un intenso racconto generazionale che ha per protagonista un uomo il quale ha più o meno l’età di Timm (classe 1940).

Il rosso è il colore di una rivoluzione a cui, per un certo tempo (’68 e dintorni), i suoi coetanei hanno creduto, prima della definitiva disillusione. Ma è anche la tinta della passione amorosa, che rinasce all’improvviso e inaspettatamente. Una storia, quella raccontata da Timm, venata di umorismo, dietro al quale però si intravede un po’ di amarezza.

  • Timm, quanta delusione c’è nel suo personaggio?

«Un po’ di delusione forse c’è, ma lui, come me, non è affatto rassegnato. Da una data come il ’68 la società tedesca è uscita cambiata in positivo, oggi ha un profilo decisamente meno autoritario di prima. Allora ci fu una forte rottura, poi fu il periodo del riflusso, ma alcune conquiste sono rimaste un patrimonio saldo della nazione tedesca. Anche sul piano personale ed esistenziale la partecipazione alle proteste sessantottesche mi ha mutato parecchio».

  • Quali sono stati questi cambiamenti sociali a cui si riferisce?

«Per esempio prima del ’68 molti posti chiave nella società della Repubblica Federale erano occupati da personaggi del passato, gente a vario titolo collusa con il potere politico del nazismo. Il ’68 ha segnato uno spartiacque».

  • Eppure uno scrittore e intellettuale di chiara fama come Günter Grass ha trovato solo di recente il coraggio di parlare di un passato non proprio limpido...

«Quello che ancora in Germania non abbiamo capito è come mai abbia aspettato tanto tempo a raccontare questa cosa. Se lo avesse fatto negli anni ’50 e ’60, avrebbe trovato certamente più comprensione, rispetto allo sconcerto che ha creato oggi con questa sua tardiva confessione. Detto questo, la recente vicenda nulla toglie al valore della scrittura di Grass, di cui peraltro sono amico».

  • In Germania è usuale che gli scrittori partecipino al dibattito sui temi politici, economici e sociali?

«Questo può avvenire ancora oggi, ma rispetto al passato è venuta meno la figura dello "scrittore-vate" che parla dall’alto dispensando verità. Questo mi sembra un fatto tutto sommato positivo, in quanto a esso corrisponde una democratizzazione del sistema letterario».

  • Le sembra che la letteratura tedesca contemporanea sia abbastanza conosciuta all’estero?

«Forse potrebbe esserlo di più, ma c’è poco da fare: le traduzioni non si possono imporre con strategie di marketing. Vengono tradotte le opere che in un particolare momento storico rispondono a esigenze diffusamente sentite».

Roberto Carnero

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