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Quattro chiacchiere con...

  
Giovanna Marini tra Monteverdi
e classe operaia

di Paolo Pegoraro
  


   Letture n.633 gennaio 2007 - Home Page

Settant’anni appena compiuti e premiata con il Nonino nel 2006, la Marini ha aiutato a riscoprire la bellezza dei canti popolari e degli inni sociali. Una vita ricca di svolte e di incontri: da Segovia a Pasolini, da Dario Fo a De Gregori.
   

Non chiamatela etnomusicologa, Giovanna Marini è una musicista che si è appassionata al suono popolare, alle sue pratiche, alle sue varietà irriducibili e sfuggenti all’omologazione del temperato classico. Ed elencare le sue opere sarebbe troppo lungo: meglio fare un giro su www.giovannamarini.it e www.scuolamusicatestaccio.it, o leggersi il suo Una mattina mi son svegliata (Rizzoli 2005). Cominciamo dalla sua ultima fatica: musicare Le ceneri di Gramsci lasciando il testo inalterato.

  • Pasolini è una presenza costante nella sua produzione, quasi un nume tutelare: come mai questo ritorno dopo parecchi anni?

«Perché Pasolini è una garanzia di qualità, anche se poi ci sono difficoltà notevoli per musicare la lingua che lui usa. Mi sono salvata alternando cinque Passioni popolari ai sei poemetti delle Ceneri. Gli improvvisatori di canti sardi sostengono che per ogni strofa di apertura ci vuole una strofa di copertura che deve parlare d’altro, e così ho fatto: ho preso Le ceneri di Gramsci ma ho sentito il bisogno di affiancargli un altro testo che facesse scaturire una sovralettura. Le Passioni, che dicono solo "Oh, Gesù mio!", si appoggiano alla densità del ragionato di Pasolini in un modo molto veritiero, perché per fare della musica bisogna prima essere sazi sul piano del testo».

  • Lei ha frequentato Pasolini, che ha rilanciato l’importanza culturale del dialetto. In quegli anni si stava già orientando verso i modi del canto popolare?

«No, anzi, avevo una sottile irrisione per le forme popolari perché venivo da una famiglia di musicisti e dal conservatorio, e quelle canzonette di tre note non le stavo nemmeno a sentire, così come non ascoltavo la radio. Solo dopo ho scoperto che il mondo ascoltava il Trio Lescano o il Quartetto Cetra, e mi è dispiaciuto aver perso tutto questo».

  • ...dunque non ha nessun parente contadino...

«No, è stato un amore così. Durante la guerra siamo stati brutalmente messi a contatto con la campagna per trovare da mangiare – andavamo in mezzo ai pastori a cercare le ricotte – e lì sono venuti meno alcuni antichi principi delle famiglie borghesi. Mi sono appassionata alla musica popolare per stanchezza perché – anche se i romantici, Bach e Monteverdi restano imprescindibili – cominciavo a capire che c’era dell’altro. E poi il mondo dei musicisti era noioso, molto chiuso, soprattutto allora, e non ne potevo più: a casa noi vedevamo e parlavamo solo con musicisti, pure le barzellette erano solo musicali. Attraverso Roberto Leydi conobbi il mondo dei politici, e lì trovai persone vivissime come Diego Carpitella ed Ernesto De Martino (altri noti etnomusicologi, ndr), che a loro volta mi fecero conoscere i cantori: Giovanna Daffini, il gruppo di Piadena, e via via tutte queste mondine, i pastori sardi, le forme paraliturgiche, i cantastorie, i discanti... era musica viva, non c’era confronto!».

  • Ma ci sono ancora i canti popolari?

«Ce ne sono moltissimi. Ci sono delle mutazioni dovute ai tempi o al fatto che in una confraternita dove prima erano tutti pastori ora c’è un ginecologo o due ragionieri e quattro studenti di conservatorio. È un mondo delicato, sono confraternite secolari con le proprie tradizioni... per esempio, le donne possono cantare la monodia ma non la polifonia. Curiosamente è rimasto il rito anche se è finita la funzione: non c’è più il seminare o la raccolta, ma il canto della semina o della trebbiatura viene fatto ancora rigorosamente».

  • Nell’album Si bemolle lei domanda agli altri membri del Quartetto se, terminata l’esecuzione di un brano, ne hanno «goduto intensamente». Ho notato che lo chiede anche a lezione.

«La dimensione del godimento è fondamentale. In Si bemolle il Quartetto si sbizzarriva in mille suoni extrapartitura, cioè quei suoni che non puoi nemmeno scrivere perché indicano il colore e non esiste il segno grafico. Sono quelli che fanno godere intensamente, soprattutto i battimenti: quando due voci sono molto vicine – ad esempio una canta un mi e l’altra un re – battono, cioè le onde sonore da rotonde, sinusoidali, diventano quadre, sono quasi onde d’urto».

  • Dunque il godimento è anche quadro...

Ride: «È godimento al quadrato».

  • Veniamo alla Scuola popolare di musica di Testaccio: com’è nata e in cosa consiste?

«L’occupazione delle case cominciò nell’ottobre del 1974. Si tapparono i buchi, si mise la plastica alle finestre, si portò qualche sedia e nel ’75 cominciarono le prime lezioni. Era nata come scuola di jazz per riempire un vuoto nella musica italiana, visto che i conservatori non lo insegnavano, ed è diventata una vera scuola di musica dove si studiano gli strumenti e parallelamente materie che permettono, a chi lo vuole, di arrivare al diploma. Ci sono discipline che non si studiano al conservatorio come organologia o arrangiamento, e abbiamo tre corsi di canto: classico, popolare e microfonico».

  • C’è una didattica particolare?

«Sì, noi poniamo l’accento sul concreto piuttosto che sul teorico: sono due insegnamenti, che vanno bilanciati, come al solito, però trovo più educativo aiutare la persona a essere musicalmente autonoma e completa. I compositori che escono dal conservatorio, per esempio, sanno benissimo come si fa una fuga o un contrappunto fiorito, ma non come s’inventa della musica. E non studiano più orchestrazione, mentre bisogna conoscere i limiti di uno strumento, sapere che le arpe cigolano, che dare i si a una tromba non è una buona cosa... Inoltre abbiamo i laboratori: se hai cento studenti di chitarra – folk, elettrica, acustica, classica – e una volta la settimana fai loro leggere le corali di Bach tutti assieme, una linea per uno, li abitui a fare musica in qualsiasi modo e circostanza. La Scuola popolare è un corpo che offre molte opportunità: oggi gli iscritti sono mille».

  • Oltre a recuperare i cori delle mondine e degli operai, lei ha musicato anche Wilde, Leopardi, Montale... Questa convivenza tra cultura popolare e cultura accademica l’ha portata a leggere i classici con occhi diversi?

«Se ho messo alla pari queste due culture è perché ho avuto la fortuna di studiare dalle monache, che non mi hanno insegnato nulla, per cui sono rimasta praticamente ignorante. Però c’era una monaca bravissima che cantava il gregoriano talmente bene che mi ci sono appassionata e condividevamo questa passione, lavoravamo insieme, lei diceva: "Guarda che bello quest’inno" e lo copiavamo dai codici. Dall’altra parte, la mia famiglia era così colta che mi lasciavano in pace, perché io ero considerata quella che viaggiava di fantasia. Così, in questa mia non-formazione, leggere Montale o l’Inno dei lavoratori era la stessa cosa, non avvertivo una differenza culturale tra l’uno e l’altro. Se fossi stata acculturata mai avrei musicato intoccabili come Leopardi, così invece l’ho fatto senza troppi traumi. Con assoluta incoscienza».

Paolo Pegoraro

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