Germano Re, 2006, pagg. 1.307,
euro 85,00).
Un
importante studioso dei primi decenni del Novecento, Martin Dibelius,
era convinto che Luca con questo scritto si fosse rivelato come «il
primo storico cristiano»; d’altronde, già san Girolamo nella sua Lettera
XIX aveva classificato l’evangelista come «storico» e «artista»
(per il suo linguaggio). Ma, a partire dall’Ottocento, questa fiducia
era venuta meno e l’accento era stato trasferito più sulla dimensione
teologica degli Atti (definiti come «il Vangelo dello Spirito
Santo» o «della Chiesa» o «della Parola di Dio», citata ben 58
volte). Zmijewski bada molto nel suo commento a questa specifica
qualità che condiziona anche il genere letterario degli Atti,
riuscendo in modo felice a calibrare il rapporto tra le due dimensioni,
la storica e la teologica, notando l’originalità dell’approccio
lucano rispetto alla parallela storiografia ellenistica. Tre sono le
divaricazioni rispetto ad essa. La prima tocca l’oggetto che per Luca
è una «storia della salvezza, cioè la storia di Dio con gli uomini».
È, quindi, inevitabile che non è sufficiente un mero approccio
documentale-testimoniale ma si esige un’ulteriore prospettiva
ermeneutica degli eventi narrati. In secondo luogo differente è la
finalità che non è meramente «pragmatica» bensì «catechetica»,
cioè destinata all’annuncio cristiano. Infine la scuola a cui
idealmente Luca si iscrive non è quella degli storici greci, bensì
egli rimanda alla struttura caratteristica della storiografia biblica
che esalta l’irruzione unica e trascendente di Dio con un suo progetto
proiettato verso una finalità ultima.
Tre sono, così, gli attori fondamentali che
sottendono al racconto degli eventi vissuti dal cristianesimo delle
origini: la signoria di Cristo, che è il Kyrios risorto e
glorificato, la forza efficace dello Spirito Santo e la Chiesa
apostolica. Sta di fatto, però, che questa "pesante"
concezione teologica non annulla il filo storico ma lo irrobustisce
svelandone il dinamismo segreto ed è, perciò, importante – per
averne conferma – seguire passo per passo il commento al testo lucano
che qui è idealmente "assediato" da diversi angoli di
lettura: c’è l’attenzione preliminare all’aspetto
storico-letterario, c’è l’analisi parcellizzata per versetti, c’è
lo scavo teologico alla ricerca anche della finalità kerigmatica e
catechetica del racconto (l’opera è, infatti, destinata anche ai non
cristiani, oltre che ai cristiani di matrice "gentile"), c’è
l’apparato degli excursus che isolano e approfondiscono alcuni
temi capitali.
Romano
Penna, uno dei nostri maggiori neotestamentaristi, prosegue invece il
suo itinerario esegetico nel capolavoro paolino, la Lettera ai
Romani: dopo aver commentato i capp. 1-5 in un primo tomo,
apparso nel 2004, ora è la volta dei capp. 6-11 (Dehoniane, 2006, pagg.
408, euro 30,00). Accostare questo scritto biblico è un’impresa che
ha sempre emozionato ma anche tentato gli esegeti. Penna ha l’attrezzatura
esegetica e teologica ben adatta per questa operazione che – per usare
una frase di Lutero – «spalanca le porte del Paradiso», considerata
l’altissima qualità del pensiero dell’Apostolo. Ora di scena sono i
capitoli che lasciano alle spalle la forza devastante del peccato e
della Legge (capp. 6-7) e si inoltrano nell’orizzonte luminoso dello
Spirito e della libertà cristiana con quello straordinario cap. 8 che
costituisce una sorta di apice: alla situazione drammatica dell’Io
fuori di Cristo, ecco ora la filiazione divina del cristiano e la sua
immissione nella tensione escatologica.
Come è noto, i capitoli successivi 9-11 si
concentrano, invece, in modo sistematico attorno al rapporto tra il
popolo di Israele e l’evangelo, capitoli che Penna considera «tra le
cose più interessanti prodotte dal cristianesimo delle origini. Oltre a
Paolo, infatti, nessun autore del I sec. ci ha fornito una riflessione
tanto ampia e originale sulla relazione venuta a crearsi tra giudaismo e
fede cristiana e sulla funzione storico-salvifica del popolo di Israele».
Una grande occasione, quindi, sia per riprendere il primo volume sia per
accostargli questa nuova tappa e intraprendere un viaggio sistematico in
un testo biblico che – come è stato detto da un altro commentatore,
Paul Althaus – «ha scandito le grandi ore della storia della Chiesa».

L’altra metà della Bibbia
A questo punto il nostro sguardo, pur rimanendo nell’ambito
biblico, si orienta verso un capitolo piuttosto particolare, che
potremmo definire "la Bibbia al femminile". Una sezione
piuttosto spinosa di questo capitolo riguarda l’atteggiamento di san
Paolo. Ed è appunto intitolato Paolo e le donne (Cittadella,
2006, pagg. 185, euro 11,70), un saggio a più voci.
Sulla
ribalta si presenta un’autorità nel campo degli studi paolini, il
domenicano Jerome Murphy-O’Connor. Con lui entra in dialogo la teologa
Cettina Militello, assumendo come base di discussione il programma
esegetico proposto dallo studioso della celebre École Biblique di
Gerusalemme: la questione delle "donne ministre" nelle
comunità paoline sul cui ministero ecclesiale ci si interroga, il tema
dell’eguaglianza in Cristo (Galati 3, 27-28), l’identità
sessuale pubblica della donna, il senso del monito paolino sulle donne
da tenere «zitte nelle chiese» (1 Corinzi 14, 34-35) e la
relativa applicazione più generale riguardo alla presenza femminile
nelle comunità cristiane («escluse e addomesticate»), col rilievo che
acquistano le vedove.
Murphy-O’Connor introduce una distinzione tra la
fase strettamente paolina e quella post-paolina, attestata dalle Lettere
a Timoteo e Tito. Interessante è il puntuale contrappunto che la
Militello conduce su tutti i soggetti proposti dal professore
domenicano, assegnando un’interessante ermeneutica a un passo arduo e
complesso com’è 1 Corinzi 11, 3-16, ripreso in finale anche da
un’ulteriore analisi di Maria Luisa Rigato.
Sta di fatto che il rapporto donne e Bibbia è una
componente vivace del dibattito teologico degli ultimi decenni. A fare
il punto su questa vicenda, che ha registrato esiti interessanti accanto
a eccessi evidenti, tipici di ogni reazione a una codificazione
esegetica consolidata nei secoli, si dedica da tempo un’altra teologa
che insegna Storia del cristianesimo all’Università di Napoli,
Adriana Valerio. Il volume, che ora ha confezionato con una dozzina di
altre studiose e studiosi in prospettiva interconfessionale e
internazionale,
s’intitola appunto Donne e Bibbia (Dehoniane, 2006,
pagg. 399, euro 35,00) e si apre con una suggestiva galleria di modelli
interpretativi femminili della Bibbia, a partire dalle origini cristiane
passando attraverso la mistica medievale, l’umanesimo, il
protestantesimo, il giudaismo, per approdare alla famosa ottocentesca Woman’s
Bible. Da quisi procede isolando alcune figure femminili bibliche
(ad esempio, le discepole di Gesù oppure il simbolismo della donna nell’apocalittica)
per proporre in finale una sezione di ermeneutica che noi avremmo
allegato alla prima parte del libro, già orientata in questa direzione,
della quale avrebbe potuto costituire l’ultima tappa.
Quando, però, si parla di donne bibliche, all’interno
della folla di figure che emergono dalle pagine sacre – famose come
Sara, Debora o Ester, rilevanti ma sconosciute ai più come Hulda la
profetessa o ignote a molti come accade a tante donne degli Atti
degli apostoli – una posizione di preminenza è occupata da Maria,
la madre di Gesù. Il personaggio ha acquistato un predominio
soprattutto nella tradizione cristiana al punto da aver generato una
branca della teologia, la mariologia. Un esperto di questo settore,
Stefano De Fiores, ha così approntato un dizionario tutto consacrato a
Maria, con più di 50
voci che talora assumono il taglio di mini-monografie, Maria.
Nuovissimo Dizionario (Dehoniane, 2006, 2 voll. pagg. 1.937,
euro 65,00).
Liturgia, devozione, spiritualità, sociologia,
iconografia, oltre ovviamente a esegesi e teologia, sono coinvolte in
questo dittico di tomi che, accanto ai soggetti mariani classici, ne
introducono molti inediti, come accade per le voci riservate ai giovani,
all’impegno sociale, al "monte sublime", una curiosa
simbologia mariana coniata soprattutto da Gregorio Magno, al paradigma
antropologico, alla "Donna mediterranea" e così via.

Donna d’Oriente
In finale sconfiniamo dall’orizzonte biblico e
teologico e proponiamo un ritratto femminile storico molto curioso
proposto da un accuratissimo studio del bizantinista Paolo Cesaretti (L’impero
perduto, Mondadori, 2006, pagg. 381, euro 19,00).
Si
tratta di una donna "bifronte" anche nel nome: Agnès, figlia
di Luigi VII di Francia, divenuta poi sposa bambina (aveva nove anni ed
era ancora «diafana e cristallina») del futuro imperatore di Bisanzio,
Alessio Comneno, anch’egli ragazzo, trasformandosi così in Anna.
Leggere questa biografia, dai mille colpi di scena – perderà in pochi
anni padre e suocero, sarà per due volte vedova, sposando l’assassino
sessantacinquenne del primo marito, assisterà al declino di
Costantinopoli, conquistata nella Quarta Crociata (1204) e così via –
è però come entrare nell’intero panorama di una civiltà, quella
bizantina, alla quale l’occidentale Agnès si legherà
indissolubilmente fino a trasformarsi in Anna, fedele all’Ortodossia
anche quando i confratelli cristiani latini delle sue origini
dilagheranno nella capitale gloriosa d’Oriente.
Gianfranco Ravasi