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I libri della fede.Recensioni.

   
Luca e Paolo giganti della nostra Chiesa

di Gianfranco Ravasi


   Letture n.634 febbraio 2007 - Home Page Riserviamo l’apertura a due poderosi testi di esegesi neotestamentaria. Il primo è dedicato alla seconda opera di Luca, ossia alle 18.374 parole greche che compongono gli Atti degli Apostoli, tradotti e commentati da un docente tedesco (di Fulda), Josef Zmijewski nella nota collana del "Regensburger Neues Testament", tradotta in italiano dalla Morcelliana (traduzione di Germano Re, 2006, pagg. 1.307, euro 85,00).

Copertina del volume: Atti degli Apostoli.Un importante studioso dei primi decenni del Novecento, Martin Dibelius, era convinto che Luca con questo scritto si fosse rivelato come «il primo storico cristiano»; d’altronde, già san Girolamo nella sua Lettera XIX aveva classificato l’evangelista come «storico» e «artista» (per il suo linguaggio). Ma, a partire dall’Ottocento, questa fiducia era venuta meno e l’accento era stato trasferito più sulla dimensione teologica degli Atti (definiti come «il Vangelo dello Spirito Santo» o «della Chiesa» o «della Parola di Dio», citata ben 58 volte). Zmijewski bada molto nel suo commento a questa specifica qualità che condiziona anche il genere letterario degli Atti, riuscendo in modo felice a calibrare il rapporto tra le due dimensioni, la storica e la teologica, notando l’originalità dell’approccio lucano rispetto alla parallela storiografia ellenistica. Tre sono le divaricazioni rispetto ad essa. La prima tocca l’oggetto che per Luca è una «storia della salvezza, cioè la storia di Dio con gli uomini». È, quindi, inevitabile che non è sufficiente un mero approccio documentale-testimoniale ma si esige un’ulteriore prospettiva ermeneutica degli eventi narrati. In secondo luogo differente è la finalità che non è meramente «pragmatica» bensì «catechetica», cioè destinata all’annuncio cristiano. Infine la scuola a cui idealmente Luca si iscrive non è quella degli storici greci, bensì egli rimanda alla struttura caratteristica della storiografia biblica che esalta l’irruzione unica e trascendente di Dio con un suo progetto proiettato verso una finalità ultima.

Tre sono, così, gli attori fondamentali che sottendono al racconto degli eventi vissuti dal cristianesimo delle origini: la signoria di Cristo, che è il Kyrios risorto e glorificato, la forza efficace dello Spirito Santo e la Chiesa apostolica. Sta di fatto, però, che questa "pesante" concezione teologica non annulla il filo storico ma lo irrobustisce svelandone il dinamismo segreto ed è, perciò, importante – per averne conferma – seguire passo per passo il commento al testo lucano che qui è idealmente "assediato" da diversi angoli di lettura: c’è l’attenzione preliminare all’aspetto storico-letterario, c’è l’analisi parcellizzata per versetti, c’è lo scavo teologico alla ricerca anche della finalità kerigmatica e catechetica del racconto (l’opera è, infatti, destinata anche ai non cristiani, oltre che ai cristiani di matrice "gentile"), c’è l’apparato degli excursus che isolano e approfondiscono alcuni temi capitali.

Copertina del volume: Lettera ai RomaniRomano Penna, uno dei nostri maggiori neotestamentaristi, prosegue invece il suo itinerario esegetico nel capolavoro paolino, la Lettera ai Romani: dopo aver commentato i capp. 1-5 in un primo tomo, apparso nel 2004, ora è la volta dei capp. 6-11 (Dehoniane, 2006, pagg. 408, euro 30,00). Accostare questo scritto biblico è un’impresa che ha sempre emozionato ma anche tentato gli esegeti. Penna ha l’attrezzatura esegetica e teologica ben adatta per questa operazione che – per usare una frase di Lutero – «spalanca le porte del Paradiso», considerata l’altissima qualità del pensiero dell’Apostolo. Ora di scena sono i capitoli che lasciano alle spalle la forza devastante del peccato e della Legge (capp. 6-7) e si inoltrano nell’orizzonte luminoso dello Spirito e della libertà cristiana con quello straordinario cap. 8 che costituisce una sorta di apice: alla situazione drammatica dell’Io fuori di Cristo, ecco ora la filiazione divina del cristiano e la sua immissione nella tensione escatologica.

Come è noto, i capitoli successivi 9-11 si concentrano, invece, in modo sistematico attorno al rapporto tra il popolo di Israele e l’evangelo, capitoli che Penna considera «tra le cose più interessanti prodotte dal cristianesimo delle origini. Oltre a Paolo, infatti, nessun autore del I sec. ci ha fornito una riflessione tanto ampia e originale sulla relazione venuta a crearsi tra giudaismo e fede cristiana e sulla funzione storico-salvifica del popolo di Israele». Una grande occasione, quindi, sia per riprendere il primo volume sia per accostargli questa nuova tappa e intraprendere un viaggio sistematico in un testo biblico che – come è stato detto da un altro commentatore, Paul Althaus – «ha scandito le grandi ore della storia della Chiesa».

L’altra metà della Bibbia

A questo punto il nostro sguardo, pur rimanendo nell’ambito biblico, si orienta verso un capitolo piuttosto particolare, che potremmo definire "la Bibbia al femminile". Una sezione piuttosto spinosa di questo capitolo riguarda l’atteggiamento di san Paolo. Ed è appunto intitolato Paolo e le donne (Cittadella, 2006, pagg. 185, euro 11,70), un saggio a più voci.

Copertina del volume: Paolo e le donne.Sulla ribalta si presenta un’autorità nel campo degli studi paolini, il domenicano Jerome Murphy-O’Connor. Con lui entra in dialogo la teologa Cettina Militello, assumendo come base di discussione il programma esegetico proposto dallo studioso della celebre École Biblique di Gerusalemme: la questione delle "donne ministre" nelle comunità paoline sul cui ministero ecclesiale ci si interroga, il tema dell’eguaglianza in Cristo (Galati 3, 27-28), l’identità sessuale pubblica della donna, il senso del monito paolino sulle donne da tenere «zitte nelle chiese» (1 Corinzi 14, 34-35) e la relativa applicazione più generale riguardo alla presenza femminile nelle comunità cristiane («escluse e addomesticate»), col rilievo che acquistano le vedove.

Murphy-O’Connor introduce una distinzione tra la fase strettamente paolina e quella post-paolina, attestata dalle Lettere a Timoteo e Tito. Interessante è il puntuale contrappunto che la Militello conduce su tutti i soggetti proposti dal professore domenicano, assegnando un’interessante ermeneutica a un passo arduo e complesso com’è 1 Corinzi 11, 3-16, ripreso in finale anche da un’ulteriore analisi di Maria Luisa Rigato.

Sta di fatto che il rapporto donne e Bibbia è una componente vivace del dibattito teologico degli ultimi decenni. A fare il punto su questa vicenda, che ha registrato esiti interessanti accanto a eccessi evidenti, tipici di ogni reazione a una codificazione esegetica consolidata nei secoli, si dedica da tempo un’altra teologa che insegna Storia del cristianesimo all’Università di Napoli, Adriana Valerio. Il volume, che ora ha confezionato con una dozzina di altre studiose e studiosi in prospettiva interconfessionale e Copertina del volume: Donne e Bibbia.internazionale, s’intitola appunto Donne e Bibbia (Dehoniane, 2006, pagg. 399, euro 35,00) e si apre con una suggestiva galleria di modelli interpretativi femminili della Bibbia, a partire dalle origini cristiane passando attraverso la mistica medievale, l’umanesimo, il protestantesimo, il giudaismo, per approdare alla famosa ottocentesca Woman’s Bible. Da quisi procede isolando alcune figure femminili bibliche (ad esempio, le discepole di Gesù oppure il simbolismo della donna nell’apocalittica) per proporre in finale una sezione di ermeneutica che noi avremmo allegato alla prima parte del libro, già orientata in questa direzione, della quale avrebbe potuto costituire l’ultima tappa.

Quando, però, si parla di donne bibliche, all’interno della folla di figure che emergono dalle pagine sacre – famose come Sara, Debora o Ester, rilevanti ma sconosciute ai più come Hulda la profetessa o ignote a molti come accade a tante donne degli Atti degli apostoli – una posizione di preminenza è occupata da Maria, la madre di Gesù. Il personaggio ha acquistato un predominio soprattutto nella tradizione cristiana al punto da aver generato una branca della teologia, la mariologia. Un esperto di questo settore, Stefano De Fiores, ha così approntato un dizionario tutto consacrato a Maria, con più di 50Copertina del volume: Maria. Nuovissimo Dizionario. voci che talora assumono il taglio di mini-monografie, Maria. Nuovissimo Dizionario (Dehoniane, 2006, 2 voll. pagg. 1.937, euro 65,00).

Liturgia, devozione, spiritualità, sociologia, iconografia, oltre ovviamente a esegesi e teologia, sono coinvolte in questo dittico di tomi che, accanto ai soggetti mariani classici, ne introducono molti inediti, come accade per le voci riservate ai giovani, all’impegno sociale, al "monte sublime", una curiosa simbologia mariana coniata soprattutto da Gregorio Magno, al paradigma antropologico, alla "Donna mediterranea" e così via.

Donna d’Oriente

In finale sconfiniamo dall’orizzonte biblico e teologico e proponiamo un ritratto femminile storico molto curioso proposto da un accuratissimo studio del bizantinista Paolo Cesaretti (L’impero perduto, Mondadori, 2006, pagg. 381, euro 19,00).

Copertina del volume: L’impero perduto.Si tratta di una donna "bifronte" anche nel nome: Agnès, figlia di Luigi VII di Francia, divenuta poi sposa bambina (aveva nove anni ed era ancora «diafana e cristallina») del futuro imperatore di Bisanzio, Alessio Comneno, anch’egli ragazzo, trasformandosi così in Anna. Leggere questa biografia, dai mille colpi di scena – perderà in pochi anni padre e suocero, sarà per due volte vedova, sposando l’assassino sessantacinquenne del primo marito, assisterà al declino di Costantinopoli, conquistata nella Quarta Crociata (1204) e così via – è però come entrare nell’intero panorama di una civiltà, quella bizantina, alla quale l’occidentale Agnès si legherà indissolubilmente fino a trasformarsi in Anna, fedele all’Ortodossia anche quando i confratelli cristiani latini delle sue origini dilagheranno nella capitale gloriosa d’Oriente.

Gianfranco Ravasi

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