Alessandro Zaccuri,
Il signor figlio,
Mondadori, 2007, pagg. 337, euro 17,00.
«Meglio
è tacere una storia, che narrarla ingombrata di fole». Così Monaldo
Leopardi, padre del celeberrimo poeta Giacomo, scriveva a mo’ di
prefazione di un suo scritto giovanile. Con tutta evidenza Alessandro
Zaccuri – «un giornalista che ogni tanto traffica con la letteratura»,
per usare le parole con cui un suo personaggio si riferisce a se stesso
– ha deciso di contravvenire il precetto di Monaldo. Perché Il
signor figlio è un romanzo che intreccia abilmente realtà e
finzione, verità storica e invenzione.
La trovata da cui parte la trama è sensazionale:
Leopardi non sarebbe morto nel 1837 a Napoli, bensì, facendo crederlo,
avrebbe deciso di ricostruirsi una nuova vita oltre Manica, assumendo l’identità
di un certo conte Rossi. Ma a Londra il poeta non vuole
recidere
del tutto i suoi contatti con la famiglia, e soprattutto con l’amato-odiato
padre: a lui, infatti, fingendosi un erudito inglese, invierà alcune
missive, scritte in un improbabile italiano arcaico e libresco,
giocandogli, alla fine, una crudele beffa. Gli chiede infatti notizie
sui reperti archeologici dell’antico Egitto, ben sapendo che nel
palazzo di casa Leopardi a Recanati sono conservate alcune pietre,
testimonianza di lontani culti pagani certamente in contrasto con il
cattolicesimo tanto professato da Monaldo.
Intanto, per alleviare le precarie condizioni
economiche del conte Rossi, c’è chi gli procura un giovane desideroso
di apprendere l’italiano. Si tratta di John Lockwood Kipling, futuro
padre dello scrittore Joseph Rudyard, che in realtà, dopo alcune
incomprensioni iniziali dovute al carattere originale e un po’ strambo
del nobile italiano, beneficerà, più che di lezioni sulla lingua del
sì, dell’inaspettata conoscenza, da parte del sedicente conte Rossi,
degli idiomi orientali (in particolare dell’indostano, visto che
Kipling partirà di lì a poco per Bombay). E un giorno, in soffitta,
vedrà un poderoso macchinario costituito da un complicato marchingegno
fatto di fili e fogli scritti, «macchina e pensiero nello stesso tempo,
ingranaggio e intuizione, sapienza ed equilibrio»: rappresentazione
plastica e materiale di quello che sarà lo Zibaldone, sorta di
"ipertesto" ante litteram, opera che segue la
percezione, da parte di Leopardi, dell’impossibilità di dire con la
poesia tutto ciò che gli stava a cuore. Ma che, nel romanzo (con l’esito
che le toccherà), forse simboleggia anche l’impossibilità, per un’opera
letteraria, di tenere insieme tutto in maniera coerente, cioè di
riassumere in sé il mondo, l’esistente, i pensieri, le riflessioni,
gli ideali.
A questa vicenda principale (a cui è dedicato lo
spazio maggiore), se ne intrecciano altre due: quella del rapporto
complesso e misterioso tra Lockwood e Rudyard Kipling e, ancora, quella
della relazione tra il compositore Olivier Messiaen e la madre. Due
genitori entrambi artisti: disegnatore e scultore il vecchio Kipling e
poetessa la signora Messiaen. Artisti, dunque, che hanno avuto in comune
– come del resto era accaduto anche a Monaldo Leopardi, a sua volta
scrittore ed erudito – il destino di essere superati, sul piano
espressivo, da figli che saranno ben più famosi di loro. La stessa cosa
che è successa a Stephen King con il padre, autore di racconti e
romanzi di suspense respinti però dagli editori.
Ma se la storia di Stephen King occupa solo le due
paginette iniziali del libro di Zaccuri, quasi un piccolo "cameo",
gli accadimenti occorsi agli altri personaggi si intersecano tra loro in
maniera originale e inaspettata, dando luogo a un plot intrigante
e avvincente, con un epilogo inaspettato.
Un’opera, questo romanzo di Zaccuri, di cui
Ferruccio Parazzoli non manca di notare la singolarità all’interno
del panorama della narrativa italiana recente: un gioco di specchi in
cui i ritratti dei personaggi si alternano e si sovrappongono e in cui,
paradossalmente, sembra che sia possibile avvicinarsi a un’immagine
della verità soltanto attraverso il falso e l’inventato. Forse
perché – come diceva Nietzsche – falsificandola è possibile
arricchire una realtà altrimenti di per sé troppo povera. Letteratura
come gioco intellettuale, dunque, come ritiene Sergio Tosatto, che ha
riscontrato nel libro, dotato di una scrittura sempre controllata e
compatta, una certa freddezza di approccio alla materia del racconto da
parte dell’autore. Anche secondo Parazzoli non scatta l’immedesimazione
emotiva del lettore con i personaggi che si trova di fronte: lo
scrittore si affaccia sull’abisso e ne riceve un soffio di aria
gelida. E il fascino del libro, semmai, starà in questa attrazione del
vuoto.
Zaccuri ammette la componente intellettuale e la
scelta consapevole di una strategia narrativa che non punta tanto sulla
volontà di suscitare emozioni nel lettore, quanto sul tentativo di
sfidarlo alla decriptazione dei significati e dei riferimenti, storici e
letterari, nascosti nel testo. Un gioco intellettuale che però –
puntualizza Zaccuri – si sposa a una costante attenzione alla
dimensione corporea, oltre a coprire la drammaticità di un tema
complesso e profondo: quello del rapporto tra genitori (in particolare i
padri) e figli.
Molta letteratura ha raccontato il caso classico del
figlio schiacciato dalla figura del genitore; meno, invece, la
situazione opposta: quella, cioè, dei figli che con il loro successo
cancellano, per così dire, la figura paterna. Ovviamente la scelta dei
tre casi presentati nel libro è soggettiva e arbitraria, anche se
ciascuno di loro incarna un diverso prototipo paterno. Monaldo è il
padre "vetero-testamentario": innominabile, inappellabile,
inconoscibile. Il padre di Kipling è invece un genitore inizialmente
assai devoto al figlio, che però, a un certo punto, abbandonerà
inspiegabilmente. Infine la madre di Messiaen rappresenta l’immagine
dello spirito, di una componente quasi mistico-teologica che porta nella
storia una visione fuori dalla storia.
Il signor figlio è un libro
la cui idea, come spiega l’autore, era nata inizialmente nei termini
di una raccolta di saggi, per poi virare invece verso una struttura
narrativa. Il che ha consentito una trattazione del tema meno
didascalica e assertiva, lasciando spazio a suggestioni meno palpabili e
anche a una dimensione – come afferma Marina Verzoletto – di
costruzione musicale, una sorta di "doppia e tripla fuga". O
forse c’è anche – azzarda Zaccuri – la trama della sestina, con l’alternato
avanzare e retrocedere dei soggetti.
Un’opera, ad ogni modo, capace – sostiene Antonio
Rizzolo – di suscitare nel lettore la curiosità e il desiderio di
andare ad approfondire gli argomenti toccati. Soprattutto perché chi
legge si sente in qualche modo sfidato a capire cosa di autentico e cosa
di falso ci sia nella trama di dati, fatti, circostanze e incontri tra i
personaggi delineata dall’autore.
Zaccuri afferma però che le cose inventate sono una
percentuale minima, sicuramente meno di quante possano sembrare, a
parte, ovviamente, l’abbrivio iniziale della "seconda vita
inglese" di Leopardi. Per il resto, molto è vero o quanto meno
verosimile. D’altra parte la riuscita di un’operazione narrativa di
questo tipo si regge proprio sulla coerenza interna delle sue parti. E
di questa qualità Il signor figlio è decisamente provvisto.
Roberto Carnero