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Recensioni.Il libro del mese.

   
Se il caro Leopardi non muore ma fugge

di Roberto Carnero


   Letture n.634 febbraio 2007 - Home Page

Alessandro Zaccuri,
Il signor figlio,
Mondadori, 2007, pagg. 337, euro 17,00.
  

«Meglio è tacere una storia, che narrarla ingombrata di fole». Così Monaldo Leopardi, padre del celeberrimo poeta Giacomo, scriveva a mo’ di prefazione di un suo scritto giovanile. Con tutta evidenza Alessandro Zaccuri – «un giornalista che ogni tanto traffica con la letteratura», per usare le parole con cui un suo personaggio si riferisce a se stesso – ha deciso di contravvenire il precetto di Monaldo. Perché Il signor figlio è un romanzo che intreccia abilmente realtà e finzione, verità storica e invenzione.

La trovata da cui parte la trama è sensazionale: Leopardi non sarebbe morto nel 1837 a Napoli, bensì, facendo crederlo, avrebbe deciso di ricostruirsi una nuova vita oltre Manica, assumendo l’identità di un certo conte Rossi. Ma a Londra il poeta non vuole Copertina del volume.recidere del tutto i suoi contatti con la famiglia, e soprattutto con l’amato-odiato padre: a lui, infatti, fingendosi un erudito inglese, invierà alcune missive, scritte in un improbabile italiano arcaico e libresco, giocandogli, alla fine, una crudele beffa. Gli chiede infatti notizie sui reperti archeologici dell’antico Egitto, ben sapendo che nel palazzo di casa Leopardi a Recanati sono conservate alcune pietre, testimonianza di lontani culti pagani certamente in contrasto con il cattolicesimo tanto professato da Monaldo.

Intanto, per alleviare le precarie condizioni economiche del conte Rossi, c’è chi gli procura un giovane desideroso di apprendere l’italiano. Si tratta di John Lockwood Kipling, futuro padre dello scrittore Joseph Rudyard, che in realtà, dopo alcune incomprensioni iniziali dovute al carattere originale e un po’ strambo del nobile italiano, beneficerà, più che di lezioni sulla lingua del sì, dell’inaspettata conoscenza, da parte del sedicente conte Rossi, degli idiomi orientali (in particolare dell’indostano, visto che Kipling partirà di lì a poco per Bombay). E un giorno, in soffitta, vedrà un poderoso macchinario costituito da un complicato marchingegno fatto di fili e fogli scritti, «macchina e pensiero nello stesso tempo, ingranaggio e intuizione, sapienza ed equilibrio»: rappresentazione plastica e materiale di quello che sarà lo Zibaldone, sorta di "ipertesto" ante litteram, opera che segue la percezione, da parte di Leopardi, dell’impossibilità di dire con la poesia tutto ciò che gli stava a cuore. Ma che, nel romanzo (con l’esito che le toccherà), forse simboleggia anche l’impossibilità, per un’opera letteraria, di tenere insieme tutto in maniera coerente, cioè di riassumere in sé il mondo, l’esistente, i pensieri, le riflessioni, gli ideali.

A questa vicenda principale (a cui è dedicato lo spazio maggiore), se ne intrecciano altre due: quella del rapporto complesso e misterioso tra Lockwood e Rudyard Kipling e, ancora, quella della relazione tra il compositore Olivier Messiaen e la madre. Due genitori entrambi artisti: disegnatore e scultore il vecchio Kipling e poetessa la signora Messiaen. Artisti, dunque, che hanno avuto in comune – come del resto era accaduto anche a Monaldo Leopardi, a sua volta scrittore ed erudito – il destino di essere superati, sul piano espressivo, da figli che saranno ben più famosi di loro. La stessa cosa che è successa a Stephen King con il padre, autore di racconti e romanzi di suspense respinti però dagli editori.

Ma se la storia di Stephen King occupa solo le due paginette iniziali del libro di Zaccuri, quasi un piccolo "cameo", gli accadimenti occorsi agli altri personaggi si intersecano tra loro in maniera originale e inaspettata, dando luogo a un plot intrigante e avvincente, con un epilogo inaspettato.

Un’opera, questo romanzo di Zaccuri, di cui Ferruccio Parazzoli non manca di notare la singolarità all’interno del panorama della narrativa italiana recente: un gioco di specchi in cui i ritratti dei personaggi si alternano e si sovrappongono e in cui, paradossalmente, sembra che sia possibile avvicinarsi a un’immagine della verità soltanto attraverso il falso e l’inventato. Forse perché – come diceva Nietzsche – falsificandola è possibile arricchire una realtà altrimenti di per sé troppo povera. Letteratura come gioco intellettuale, dunque, come ritiene Sergio Tosatto, che ha riscontrato nel libro, dotato di una scrittura sempre controllata e compatta, una certa freddezza di approccio alla materia del racconto da parte dell’autore. Anche secondo Parazzoli non scatta l’immedesimazione emotiva del lettore con i personaggi che si trova di fronte: lo scrittore si affaccia sull’abisso e ne riceve un soffio di aria gelida. E il fascino del libro, semmai, starà in questa attrazione del vuoto.

Zaccuri ammette la componente intellettuale e la scelta consapevole di una strategia narrativa che non punta tanto sulla volontà di suscitare emozioni nel lettore, quanto sul tentativo di sfidarlo alla decriptazione dei significati e dei riferimenti, storici e letterari, nascosti nel testo. Un gioco intellettuale che però – puntualizza Zaccuri – si sposa a una costante attenzione alla dimensione corporea, oltre a coprire la drammaticità di un tema complesso e profondo: quello del rapporto tra genitori (in particolare i padri) e figli.

Molta letteratura ha raccontato il caso classico del figlio schiacciato dalla figura del genitore; meno, invece, la situazione opposta: quella, cioè, dei figli che con il loro successo cancellano, per così dire, la figura paterna. Ovviamente la scelta dei tre casi presentati nel libro è soggettiva e arbitraria, anche se ciascuno di loro incarna un diverso prototipo paterno. Monaldo è il padre "vetero-testamentario": innominabile, inappellabile, inconoscibile. Il padre di Kipling è invece un genitore inizialmente assai devoto al figlio, che però, a un certo punto, abbandonerà inspiegabilmente. Infine la madre di Messiaen rappresenta l’immagine dello spirito, di una componente quasi mistico-teologica che porta nella storia una visione fuori dalla storia.

Il signor figlio è un libro la cui idea, come spiega l’autore, era nata inizialmente nei termini di una raccolta di saggi, per poi virare invece verso una struttura narrativa. Il che ha consentito una trattazione del tema meno didascalica e assertiva, lasciando spazio a suggestioni meno palpabili e anche a una dimensione – come afferma Marina Verzoletto – di costruzione musicale, una sorta di "doppia e tripla fuga". O forse c’è anche – azzarda Zaccuri – la trama della sestina, con l’alternato avanzare e retrocedere dei soggetti.

Un’opera, ad ogni modo, capace – sostiene Antonio Rizzolo – di suscitare nel lettore la curiosità e il desiderio di andare ad approfondire gli argomenti toccati. Soprattutto perché chi legge si sente in qualche modo sfidato a capire cosa di autentico e cosa di falso ci sia nella trama di dati, fatti, circostanze e incontri tra i personaggi delineata dall’autore.

Zaccuri afferma però che le cose inventate sono una percentuale minima, sicuramente meno di quante possano sembrare, a parte, ovviamente, l’abbrivio iniziale della "seconda vita inglese" di Leopardi. Per il resto, molto è vero o quanto meno verosimile. D’altra parte la riuscita di un’operazione narrativa di questo tipo si regge proprio sulla coerenza interna delle sue parti. E di questa qualità Il signor figlio è decisamente provvisto.

Roberto Carnero

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