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Editoriale.

  
È "buona la prima"
per gli dèi dell’Olimpo

di Aldo Giobbio
  


   Letture n.634 febbraio 2007 - Home Page

La mitologia classica ha sempre fornito ricchezza di materiali immaginifici alla produzione cinematografica. Forse perché Zeus e compagni sono fin troppo umani. Ma forse anche perché il loro politeismo è letteralmente incredibile.
   

"Se Achille si batte con Ettore, ed Enea con Turno, perché no Ercole con Maciste? Le combinazioni si moltiplicano all’infinito, e così pure la filmografia. In fondo anche Napoleone faceva correre le bighe nell’Arena di Milano".
  

La destra degli dei è il titolo che Francesco Germinario, attento studioso di queste materie, ha dato qualche anno fa a un suo saggio su Alain de Benoist, teorico della destra, ma di una destra un po’ particolare, praticamente non assimilabile alle destre politiche del XX secolo. Fiero avversario dell’ebraismo e del cristianesimo, nei quali vede le radici del totalitarismo (la fede nel Dio unico), de Benoist ha un penchant (a mio parere abbastanza candido) per gli dèi dell’antico Olimpo, nei quali ravvisa una forma di pluralismo.

Certo, non sono stinchi di santo, certi loro comportamenti richiamano più quelli di Paperino che quelli di una divinità, ma insomma a qualcosa dovevano servire, se, per esempio, i Melii, nel famoso dialogo con gli Ateniesi narrato da Tucidide, fanno appello alle leggi divine contro il cinismo e lo spirito di sopraffazione di Atene. Senza grande risultato per loro, come sappiamo, ma in fondo nemmeno l’aiuto di Sparta, sul quale la Realpolitik avrebbe fatto maggiore affidamento, risultò più efficace.

Fra le caratteristiche degli dèi che Dante definì in modo politicamente scorretto "falsi e bugiardi" ce n’era una particolarmente interessante: una divinità non poteva disfare quello che un’altra aveva fatto. Perciò dovevano sempre andare di bolina stretta. Éra si vendica di Tiresia rendendolo cieco. Zeus, al quale invece Tiresia è simpatico, non gli può restituire la vista fisica e, a titolo di compensazione, deve ripiegare su quella specie di seconda vista che è la capacità di prevedere il futuro. Dono pericoloso, come insegna anche la storia di Cassandra, perché il potere accetta la previsione solo quando si conforma ai suoi fini. Come disse Marx in una delle sue frasi più citate, se i fatti smentiscono l’ideologia "tanto peggio per i fatti".

Questo è un punto chiave, perché la sua considerazione aiuta a spiegare non solo l’effetto che la mitologia poteva fare allora, ma anche perché essa viene rimessa in pista ancor oggi, in contesti tanto diversi e con alle spalle 2.500 anni di una cultura che è andata in tutt’altre direzioni. Huizinga, l’autore di Homo ludens e diL’autunno del Medio Evo, è forse lo studioso contemporaneo che ha analizzato meglio il ruolo dell’affabulazione, ma anche i teorici del Classicismo che, sotto il nome di "fantastico", immettevano la mitologia pagana nell’epica cristiana, giravano sostanzialmente intorno allo stesso concetto, ossia che la realtà è insopportabile e che, per renderne accettabile l’esposizione o anche solo la visione, bisogna in qualche modo nobilitarla. E se questo significa travisare i fatti, "tanto peggio per i fatti".

L’uomo ha bisogno di eroi, e sia pure. Però, osserva giustamente Giuseppe Lippi nel saggio che segue, perché Ercole (Eracle) e non Orlando (Roland), eroe cristiano e ispiratore di un ideale cavalleresco che era già preso in giro dal Boiardo e dall’Ariosto e oggi sopravvive solo nell’Opera dei pupi (per altro patrimonio dell’umanità)? Il lavoro di Lippi verte principalmente sul cinema, dove il genere peplum (del quale sarebbe temerario dire la stessa cosa) si può anche spiegare come un espediente per mettere in scena, in anni di censura bacchettona, giovanotti muscolosi e belle ragazze poco vestite, con la scusa che erano film in costume e quelli erano i costumi dell’epoca nella quale erano ambientati. Certo, il Medioevo di Orlando e di Ivanhoe si sarebbe prestato di meno (questo è un particolare al quale certamente non pensava il Berchet quando scrisse la Lettera semiseria di Crisostomo).

Esistono, però, ragioni più profonde. La prima è l’abbondanza di spunti che la mitologia greco-romana offre. La seconda è che l’esasperato antropomorfismo degli dèi pagani facilita il passaggio dal divino all’umano (dal soprannaturale al naturale) e viceversa. Ercole, Achille, Enea et alii sono di genealogia mista, figli di divinità che hanno amato comuni mortali (Zeus-Alcmena, Teti-Peleo, Afrodite-Anchise) e protagonisti di vicende nelle quali si misurano quasi alla pari con personaggi eroici quanto loro anche se non hanno un pedigree altrettanto nobile. Allora, se Achille si batte con Ettore, ed Enea con Turno, perché no Ercole con Maciste? Le combinazioni si moltiplicano all’infinito, e così pure la filmografia. Certo, Lippi si riferisce a un genere molto basso, ma in fondo anche Napoleone non si comportava in modo tanto diverso quando – suscitando l’ironia di Carlo Porta – faceva correre le bighe nell’Arena di Milano (edificio rigorosamente neoclassico, oltre tutto).

Una terza ragione, anche più importante delle prime due, è l’insussistenza dei soggetti. Gli dèi dell’Olimpo uscirono di scena perché nessuno li prendeva più sul serio. Costituivano la religione ufficiale dell’Impero romano, ma, non est anus tam excors quae credat ("non c’è una vecchia tanto sciocca da crederci"). Già prima che arrivasse il cristianesimo, erano fuori gioco. Le matrone praticavano il culto di Iside, i militari quello di Mithra, i contadini restavano ligi (come anche prima, del resto) ai loro numi locali. Si possono mettere in scena senza offendere nessuno né mettere in moto meccanismi incontrollabili.

Ci sono altre mitologie utilizzabili. Qualcuno ci ha anche provato, ma le conseguenze non sono state felici. Gli dèi dell’Olimpo, oltre a non esistere, sono anche innocui. Forse de Benoist non aveva tutti i torti.

Aldo Giobbio

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