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La mitologia classica
ha sempre fornito ricchezza di materiali immaginifici alla produzione
cinematografica. Forse perché Zeus e compagni sono fin troppo umani. Ma
forse anche perché il loro politeismo è letteralmente incredibile.
"Se Achille si batte con Ettore,
ed Enea con Turno, perché no Ercole con Maciste? Le combinazioni si
moltiplicano all’infinito, e così pure la filmografia. In fondo anche
Napoleone faceva correre le bighe nell’Arena di Milano".
La
destra degli dei è il titolo che Francesco
Germinario, attento studioso di queste materie, ha dato qualche anno fa a
un suo saggio su Alain de Benoist, teorico della destra, ma di una destra
un po’ particolare, praticamente non assimilabile alle destre politiche
del XX secolo. Fiero avversario dell’ebraismo e del cristianesimo, nei
quali vede le radici del totalitarismo (la fede nel Dio unico), de Benoist
ha un penchant (a mio parere abbastanza candido) per gli dèi dell’antico
Olimpo, nei quali ravvisa una forma di pluralismo.
Certo, non sono stinchi di santo, certi loro
comportamenti richiamano più quelli di Paperino che quelli di una
divinità, ma insomma a qualcosa dovevano servire, se, per esempio, i
Melii, nel famoso dialogo con gli Ateniesi narrato da Tucidide, fanno
appello alle leggi divine contro il cinismo e lo spirito di sopraffazione
di Atene. Senza grande risultato per loro, come sappiamo, ma in fondo
nemmeno l’aiuto di Sparta, sul quale la Realpolitik avrebbe fatto
maggiore affidamento, risultò più efficace.
Fra le caratteristiche degli dèi che Dante definì in
modo politicamente scorretto "falsi e bugiardi" ce n’era una
particolarmente interessante: una divinità non poteva disfare quello che
un’altra aveva fatto. Perciò dovevano sempre andare di bolina stretta.
Éra si vendica di Tiresia rendendolo cieco. Zeus, al quale invece Tiresia
è simpatico, non gli può restituire la vista fisica e, a titolo di
compensazione, deve ripiegare su quella specie di seconda vista che è la
capacità di prevedere il futuro. Dono pericoloso, come insegna anche la
storia di Cassandra, perché il potere accetta la previsione solo quando
si conforma ai suoi fini. Come disse Marx in una delle sue frasi più
citate, se i fatti smentiscono l’ideologia "tanto peggio per i
fatti".
Questo è un punto chiave, perché la sua considerazione
aiuta a spiegare non solo l’effetto che la mitologia poteva fare allora,
ma anche perché essa viene rimessa in pista ancor oggi, in contesti tanto
diversi e con alle spalle 2.500 anni di una cultura che è andata in tutt’altre
direzioni. Huizinga, l’autore di Homo ludens e diL’autunno
del Medio Evo, è forse lo studioso contemporaneo che ha analizzato
meglio il ruolo dell’affabulazione, ma anche i teorici del Classicismo
che, sotto il nome di "fantastico", immettevano la mitologia
pagana nell’epica cristiana, giravano sostanzialmente intorno allo
stesso concetto, ossia che la realtà è insopportabile e che, per
renderne accettabile l’esposizione o anche solo la visione, bisogna in
qualche modo nobilitarla. E se questo significa travisare i fatti,
"tanto peggio per i fatti".
L’uomo ha bisogno di eroi, e sia pure. Però, osserva
giustamente Giuseppe Lippi nel saggio che segue, perché Ercole (Eracle) e
non Orlando (Roland), eroe cristiano e ispiratore di un ideale
cavalleresco che era già preso in giro dal Boiardo e dall’Ariosto e
oggi sopravvive solo nell’Opera dei pupi (per altro patrimonio dell’umanità)?
Il lavoro di Lippi verte principalmente sul cinema, dove il genere peplum
(del quale sarebbe temerario dire la stessa cosa) si può anche
spiegare come un espediente per mettere in scena, in anni di censura
bacchettona, giovanotti muscolosi e belle ragazze poco vestite, con la
scusa che erano film in costume e quelli erano i costumi dell’epoca
nella quale erano ambientati. Certo, il Medioevo di Orlando e di Ivanhoe
si sarebbe prestato di meno (questo è un particolare al quale certamente
non pensava il Berchet quando scrisse la Lettera semiseria di
Crisostomo).
Esistono, però, ragioni più profonde. La prima è l’abbondanza
di spunti che la mitologia greco-romana offre. La seconda è che l’esasperato
antropomorfismo degli dèi pagani facilita il passaggio dal divino all’umano
(dal soprannaturale al naturale) e viceversa. Ercole, Achille, Enea et
alii sono di genealogia mista, figli di divinità che hanno amato
comuni mortali (Zeus-Alcmena, Teti-Peleo, Afrodite-Anchise) e protagonisti
di vicende nelle quali si misurano quasi alla pari con personaggi eroici
quanto loro anche se non hanno un pedigree altrettanto nobile. Allora, se
Achille si batte con Ettore, ed Enea con Turno, perché no Ercole con
Maciste? Le combinazioni si moltiplicano all’infinito, e così pure la
filmografia. Certo, Lippi si riferisce a un genere molto basso, ma in
fondo anche Napoleone non si comportava in modo tanto diverso quando –
suscitando l’ironia di Carlo Porta – faceva correre le bighe nell’Arena
di Milano (edificio rigorosamente neoclassico, oltre tutto).
Una terza ragione, anche più importante delle prime
due, è l’insussistenza dei soggetti. Gli dèi dell’Olimpo uscirono di
scena perché nessuno li prendeva più sul serio. Costituivano la
religione ufficiale dell’Impero romano, ma, non est anus tam excors
quae credat ("non c’è una vecchia tanto sciocca da
crederci"). Già prima che arrivasse il cristianesimo, erano fuori
gioco. Le matrone praticavano il culto di Iside, i militari quello di
Mithra, i contadini restavano ligi (come anche prima, del resto) ai loro
numi locali. Si possono mettere in scena senza offendere nessuno né
mettere in moto meccanismi incontrollabili.
Ci sono altre mitologie utilizzabili. Qualcuno ci ha
anche provato, ma le conseguenze non sono state felici. Gli dèi dell’Olimpo,
oltre a non esistere, sono anche innocui. Forse de Benoist non aveva tutti
i torti.
Aldo Giobbio
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