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Cattedratico
di letteratura italiana, Ferruccio Ulivi si rivelò raffinato narratore in
età già matura. I suoi romanzi e racconti, di alto profilo morale e
stilistico, ritraggono scrittori, santi, personaggi biblici di fronte al
Mistero.
In
una delle sue chiaroveggenti pagine autobiografiche, il filosofo cattolico
Jean Guitton (1901-1999), inesausto ricercatore della Verità ben oltre il
traguardo dei novant’anni, ci propone una singolare riflessione: quanto
più equilibrata, saggia, in sintesi felice risulterebbe la vita umana se
l’esperienza, anziché essere un sofferto e talora inutile patrimonio
della vecchiaia, ci fosse messa a disposizione, per grazia divina, fin
dalla giovinezza. Ferruccio Ulivi, critico e saggista, studioso di storia
dell’arte, professore di lingua e letteratura italiana in vari atenei,
giunto alla soglia dei sessantacinque anni, ha compiuto un
"prodigio" intellettuale che sarebbe piaciuto a Guitton. Ha
messo a frutto l’esperienza, la sapienza, la dottrina accumulate in
decenni di studio e d’insegnamento per alimentare una vocazione
letteraria sorretta da un élan vital, da uno spirito di giovinezza
destinato a lambire – come nel caso di Guitton – la sponda della
novantina; per far zampillare una vena narrativa che, a lungo latente, si
è rivelata solo a partire dal 1977, con la pubblicazione dei quattro
racconti confluiti in E le ceneri al vento. Senza peraltro
abbandonare le ricognizioni specialistiche connesse all’impegno
accademico. Ma rendendole complementari, in una sorta di scambio
interattivo, con il nuovo filone in cui, sempre nel solco degli interessi
egemoni per gli autori e i capolavori prediletti, lo strumento soggettivo
dell’immaginazione prevale sulle ragioni oggettive della storia e della
filologia. Ragioni che, tuttavia, vengono sempre rispettate. Anche là
dove si tinge di surreale, di arcano, di soprannaturale, la fantasia di
Ulivi non arriva mai a violentare la logica. Di fronte all’umanamente
incomprensibile, nell’alternativa guittoniana tra l’assurdo e il
mistero, lo scrittore sceglie la seconda soluzione come arduo ma meditato
approdo di fede, lontanissimo dall’irrazionalità del fideismo: ormeggio
al quale lo conduce «un laicismo liberale che si sostanzia dei valori
più alti del cristianesimo» (G. Scarsi).
Un talento dissotterrato
La svolta intervenuta nella vita e nell’attività dell’ultrasessantenne
docente universitario potrebbe essere quindi caratterizzata come una
"metatesi quantitativa": un progressivo trasferimento di
pensieri, progetti, energie dalla sfera del negotium professionale
a quella del libero otium, in un regime – comunque – di
perdurante osmosi tra le due dimensioni. Era come se, a un certo punto,
Ulivi avesse intrapreso un viaggio interiore verso una zona segreta della
sua identità umana e culturale, dov’era custodito un talento narrativo
che, una volta dissotterrato, non si sarebbe più potuto riseppellire ma
avrebbe continuato a fruttificare sino all’ultima (o penultima) giornata
terrena.
C’è una forte, simbolica identificazione tra
scrittore e personaggio proprio nel racconto (La tenda) che,
aprendo la tetralogia di E le ceneri al vento, segna l’esordio
ufficiale di Ulivi nel campo della narrativa. Quel gentiluomo scozzese che
dalla sua abitazione di campagna gremita di libri scende in Italia per
dare un volto alla sua corrispondente epistolare, Paolina Leopardi,
sorella del defunto poeta Giacomo, e s’immerge nelle penombre, nelle
ambiguità, negli enigmi dell’ambiente recanatese, è un trasparente alter
ego del narratore che decide d’investire le nozioni maturate
attraverso le letture dei classici in indagini di respiro romanzesco sui
propri auctores e sui loro entourages, inquadrati nelle
rispettive cornici storico-sociali. È, metaforicamente, l’attraversamento
di un valico. Come il giovane avventuriero del secondo racconto delle Ceneri,
anche Ulivi, una volta risalito il ripido versante della
"sierra" artistico-letteraria, si affaccia sul vasto altopiano
della libertà: l’altopiano della creatività senza vincoli o
restrizioni, dell’apertura all’immaginazione, del corpo a corpo con
uomini di lettere fatti rivivere come personaggi insieme ai loro stessi
personaggi, con figure di santi, di eroi ed eroine dell’Antico e del
Nuovo Testamento.
Ogni maturo debutto nell’arte del narrare ha dietro di
sé motivazioni e occasioni peculiari, irripetibili, intrecciate al
percorso esistenziale. Se nel caso di Gesualdo Bufalino la tardiva
rivelazione dipese dalla sua "oscurità" isolana, e in quello di
Andrea Camilleri la professionalità del regista televisivo ha differito l’affermarsi
dello scrittore indipendente, Ferruccio Ulivi doveva fare i conti con la
totalizzante assiduità dei suoi impegni didattici, editoriali,
pubblicistici; in una parola, con le pervasive esigenze della sua già
prestigiosa carriera pubblica.
Ripercorrendo la sua biografia e la sua bibliografia,
comunque, un paio di elementi appaiono indiscutibili. Da un lato, risulta
evidente che il suo senile abbraccio con la Musa della narrativa non era
frutto di un estro estemporaneo o di un velleitario soprassalto, e neppure
di un occasionale, divertito excursus extra moenia (si pensi, per
esempio, alla terza sezione del Principe di Palagonia di Giovanni
Macchia); bensì l’erompere di un’incoercibile necessità espressiva,
di un’ispirazione del tutto connaturata. Dall’altro – e qui ci può
illuminare un’intervista del 1981, un colloquio a mente e cuore aperti
con Claudio Toscani – emerge che le radici del nuovo e più comunicativo
linguaggio affondavano in anni relativamente remoti: in parte visibili,
coincidenti con un gruppo di "operette" o "dialoghi"
editi e inediti; in parte invisibili allo stesso Ulivi, in quanto
annidate, secondo la sua testimonianza, «nel subconscio».
Nitido spartiacque tra il "primo" e il
"secondo" Ulivi resta, ad ogni buon conto, l’edizione
mondadoriana (1977) di E le ceneri al vento. Il cui valore d’incunabolo
rispetto alla successiva produzione letteraria del cattedratico è
attestato anche dalle caratteristiche del terzo e del quarto racconto. Con
Lo spettro, mettendo in scena un anziano Alessandro Manzoni, ancora
tormentato da un’immaginaria ma non proprio implausibile rivelazione
fattagli dalla madre moribonda («Tuo padre, non solo secondo il nome, ma
secondo la natura, è don Pietro [Manzoni]»), Ulivi inaugura uno
scomparto manzoniano che, dal 1991 al ’93, allineerà la trilogia
formata da due romanzi, La straniera e Tempesta di marzo, e
dal racconto La quiete degli scrittori, pregiato tassello della
raccolta L’angelo rosso. Mentre L’antiquario, oltre ad
annunciare una virtuosistica perizia nella "visualizzazione"
verbale dei dati pittorici, introduce di scorcio quel Torquato Tasso
intorno al quale ruoterà, nel 1995, un denso romanzo biografico.

La produzione saggistica
Si potrebbe essere tentati da un paragone con le nozze
di Cana nel Vangelo di Giovanni: le opere narrative di Ferruccio Ulivi
assimilate alle sei giare di "vino buono" (quello derivante dal
miracolo di Gesù) che sopraggiungono alla fine del banchetto. Ma è una
tentazione da respingere. Perché il "vino" da lui servito in
precedenza, lungo il suo fertile itinerario scientifico, non lo si può
considerare – nel registro critico-saggistico – "meno buono"
per il solo fatto di essere commisurato a un pubblico più ristretto,
culturalmente qualificato, di specialisti, colleghi delle discipline
umanistiche e studenti universitari. Di più: questo vino altrettanto
buono, sebbene di gusto diverso, non si è mai esaurito, e Ulivi ha
continuato a mescerlo ai suoi commensali anche durante la militanza in
area narrativa.
A partire dalla monografia del 1946 su Federigo Tozzi,
la produzione saggistica dello studioso toscano rappresenta l’emanazione
diretta del suo percorso professionale, disegnando a poco a poco una mappa
fedele dell’evolversi e ampliarsi delle sue proiezioni culturali, via
via che la carriera si snoda attraverso le tappe prima ministeriali, poi
accademiche (Bari, Perugia, Roma). Ben presto si delineano due corsie
preferenziali, che procedono in parallelo ma non senza frequenti
intersezioni. La prima è quella dell’italianistica a tutto campo, con
approfondimenti su periodi, tematiche e autori particolarmente congeniali;
la seconda attraversa, sulla base di un metodo interdisciplinare che
risente della lezione di Roberto Longhi, il territorio tanto fascinoso
quanto poco frequentato dei rapporti fra lettere e arti.
Come italianista, Ulivi non disdegna di rivolgere il suo
sguardo penetrante, fin dall’inizio assistito da una prosa adamantina,
verso aree marginali dei secoli XVIII-XIX, come testimoniano il saggio sul
Settecento neoclassico e la curatela delle antologie dedicate alla Lirica
italiana dell’Ottocento, ai Poeti minori dell’Ottocento, ai
Poeti della Scuola romana dell’Ottocento. Ma è soprattutto verso
alcune figure eminenti della nostra storia letteraria che si dirigono le
sue più documentate, appassionate indagini. Nell’Orsa Minore degli auctores
di costante riferimento, la stella polare è, senza dubbio, Alessandro
Manzoni. Dal Manzoni lirico del 1950 fino al saggio Dagherrotipo
manzoniano, riapparso nel 2002, si succedono centinaia di pagine
convergenti sul Gran Lombardo. Da specifiche prospettive attinenti alla
poetica e alla tecnica compositiva del capolavoro, al "sentimento del
tempo", ai paesaggi e ai personaggi (questi ultimi analizzati anche
in Figure e protagonisti dei "Promessi sposi") il raggio
visuale si allarga a più ampie planimetrie critiche in un paio di volumi
degli anni ’60/’70, incentrati sui rapporti del Manzoni con il
Romanticismo e sull’incrociarsi di storia e Provvidenza nella sua Weltanschauung.
Duplice il coronamento di queste fatiche manzoniane: nel 1977 l’allestimento
di un’edizione commentata dei Promessi sposi; nel 1986 la
pubblicazione di una biografia in cui si sedimentano le "affinità
elettive", giustamente evidenziate da Giovanna Scarsi, «fra lo
scrittore del rigore morale e lo studioso dallo stile di vita e di
scrittura austero».
Come astri della medesima costellazione vanno poi citati
il Petrarca, il Boiardo, Gabriele d’Annunzio (rivisitato anche in una
brillante chiave biografica) e, a un superiore livello nella gerarchia del
"gusto", Torquato Tasso, accompagnato con amorosa traiettoria
dal saggio sul suo "manierismo", del 1966, fino ai due
contemporanei eventi editoriali del 1995: la cura integrale (con Marta
Savini) delle Opere e la biografia romanzata che reca per
sottotitolo L’anima e l’avventura. Si può dire, infine, che l’esegesi
dantesca rappresenti, nello spartito critico-filologico del professor
Ulivi, una sorta di "basso continuo". Ulteriormente aggiornata,
l’analisi dei rapporti fra la Commedia e le arti visive – in un’ottica
che per erudizione e acume oltrepassa gli esiti conseguiti da Goethe,
Auerbach, Sapegno, Panofsky – conferisce un’impronta di assoluta
eccellenza persino al quasi postumo La poesia e
la mirabile visione.
E in effetti era già al centro, Dante, di un pilastro
portante dell’edificio che Ulivi, concretizzando l’equivalenza
oraziana ut pictura poesis (già adottata fin dal titolo, Poesia
come pittura, in un volume del 1969), ha costruito nel 1978 intorno
alla tematica "sinestetica" dell’intreccio fra pittura,
scultura, musica e letteratura, in primis poesia: Il visibile
parlare. Analogo carattere di ermeneutica incrociata fra arti e
lettere presenta il successivo La parola pittorica (1990), che dall’interpretazione
figurativa della Commedia procede, passando per il Rinascimento,
verso personalità di artisti del Novecento.
Complementare a questa ricerca di specularità
artistico-letteraria è l’aggirarsi di Ulivi nell’hortus conclusus degli
Scrittori d’arte: tale il titolo del corposo repertorio
approntato nel 1995, con il quale si è chiuso un anello apertosi nel
lontano 1953, quando vide la luce una prima Galleria di scrittori d’arte.
Convocati da Ulivi, sfilano con brani scelti d’indole estetica geni del
calibro di Leonardo e Michelangelo, pittori-biografi come Vasari, scultori
come Canova, architetti come Palladio e, addentrandosi nel ’900,
pittori-scrittori come De Chirico, scrittori-pittori come Soffici, critici
militanti come Cecchi, Calvesi, Sgarbi e, impareggiabile corifeo, Roberto
Longhi.
Maestro nella strutturazione di antologie distillate
dalla spremitura di estese, iridescenti letture e schedature, nel 1994
Ulivi ha innalzato, con la collaborazione di Marta Savini, un vero e
proprio monumento alla tradizione letteraria d’ispirazione cristiana: Poesia
religiosa italiana dalle origini al ’900, nientemeno che 144
"vetrine" dedicate ad altrettanti poeti, da Aurelio Ambrogio a
Eugenio Mazzarella, per rendere conto, come ha segnalato I. A. Chiusano,
del «luminoso, vivificante connubio tra fede (o fede cercata) e poesia
(poesia trovata)».

Notti oscure dell’anima
In modo abbastanza sorprendente, Le mani pure (1979),
il primo romanzo nell’arco della "seconda stagione" di Ulivi,
quella appunto della sua giovanile senectus creativa, elegge a
protagonista una problematica figura dell’antica storia romana, quel
Marco Giunio Bruto, figlio adottivo di Cesare e capo della congiura
anticesariana, che a Dante ispirò un’inappellabile condanna alla
Giudecca dei traditori e a Shakespeare il ritratto di un freddo
calcolatore. Estraneo a entrambi questi cliché, Ulivi scandaglia con
lucida partecipazione umana la tormentata coscienza di Bruto. Il diagramma
del suo incontro-scontro con la figura e con il retaggio di Cesare si
sviluppa, tra le idi di marzo e la battaglia di Filippi, su due livelli:
il confronto psicologico, venato di reciproca attrazione e repulsione,
slitta simbolicamente verso il piano politico della contrapposizione fra
il potere monarchico e l’ideale repubblicano. Bruto finisce col
suicidarsi perché soccombe – osservava nel risvolto di copertina Mario
Luzi – all’«angoscioso vorticare di ogni dubbio».
Il romanzo successivo, Le mura del cielo (1981),
sancisce la definitiva consacrazione di colui che Spagnoletti ha definito «narratore
nell’ordine dell’anima». Volgendosi a Francesco d’Assisi, alla sua
avventura umana e sovrumana, Ulivi entra nella dimensione del sacro; ma
senza scivolare nelle insidie dell’agiografia, nemica della narrativa. «La
vicenda storica» ha puntualizzato un critico d’eccezione, il gesuita
Ferdinando Castelli, «serve da base per avventurarsi alla ricerca dell’anima
profonda del protagonista: dei suoi tormenti interiori, della sua passione
di fondo, del suo itinerario di fuoco. Dunque, non biografia romanzata,
tanto meno racconto "edificante" sulla scia dei Fioretti;
ma [...] sforzo di cogliere il segreto di una lotta misteriosa e
drammatica». Francesco combatte con Dio, che lo bracca senza tregua, per
conquistarLo, e lasciarsi conquistare, al supremo livello della santità,
della follia evangelica, della spoliazione e donazione totali. Lottando
con l’Invisibile, il Poverello insegue la verità, il modello dell’amore
di Cristo e una radicale libertà interiore che gli permetta, infine, di
scalare le mura del cielo. E ancora oggi il suo umile eroismo c’insegna
che ognuno di noi, se vuole sollevarsi da terra, non può esimersi dal
combattimento spirituale.
L’aura di una quête tra religiosa e
cavalleresca pervade anche sei racconti concatenati, dalla Spagna del ’500
alla Scandinavia del ’900, in una sorta di "romanzo" e riuniti
nel 1983 sotto il titolo del testo d’apertura, il più emblematico,
quasi un apologo metafisico: La notte di Toledo. Nel buio di una
notte come fuori del tempo e dello spazio, un ebreo spagnolo s’interroga
sulla direzione da imprimere alla propria vita. Lo sbocco della crisi è
impervio e tuttavia limpido: solo decifrando gli impalpabili segni divini
celati nell’abisso della coscienza, l’uomo può pervenire all’incontro
con "l’Unico". Si dissolveranno allora le tenebre dell’anima,
l’angoscia della solitudine, l’incubo dell’inappartenenza, la
minaccia del nulla. Ma spetta al libero arbitrio di ciascuno decidere in
quale momento far nascere l’alba della speranza. Al servizio di questa
tesi Ulivi mobilita una scrittura avvolgente, uno «stile oscillante fra
reale e surreale», o meglio «evocativo-surreale» (C. Di Biase).
«Tradire per amare»: presentando Trenta denari (1986),
il romanzo che Ulivi ha scolpito meditando sulla controversa figura di
Giuda e sul suo complesso rapporto con Gesù, un finissimo lettore come
Geno Pampaloni non esitava a sottolineare l’audace, paradossale «intuizione
poetica del romanziere» nel ritrarre il traditore per antonomasia. Il
bacio con cui l’Iscariota compie l’odiosa missione segreta affidatagli
dal Sinedrio diventa, in questa prospettiva, la «fatale, irrimediabile
rivelazione del suo amore» per il Cristo, impenetrabile depositario del
mistero messianico. E alla «maledetta felicità del tradimento» si
accompagna la disperata ammissione di un completo fallimento, la visione
della propria vita naufragata in un «mare morto di peccati». Vangelo
"apocrifo" brulicante di personaggi "canonici"
rimodellati con sensibilità moderna (Pietro, Giovanni e gli altri
apostoli, Maria madre di Gesù, la Maddalena, Giuseppe d’Arimatea…), Trenta
denari affronta di petto i più elevati temi teologici ed etici,
ponendo al centro la libertà dell’uomo nei confronti del proprio
destino. Ma le maggiori suggestioni narrative scaturiscono da «un’osservazione
millimetrica e affilata del quotidiano» (G. Amoroso).
Di una felice ricerca d’ispirazione letteraria nei
silenzi non meno che nelle parole della Sacra Scrittura, in quelle sue
falde sotterranee dove può penetrare solo la sonda dell’immaginazione
arroventata dalla fede, sono documento anche le Storie bibliche d’amore
e di morte, edite nel 1990: nove racconti che sulla trama essenziale
dei passi scritturali di riferimento innestano elementi di suspense,
introspezioni psicologiche, pennellate paesaggistiche, privilegiando
figure femminili quali Giuditta, Esther, Dalila, Betsabea, Salomè, Maria
di Magdala. Volti di donne archetipiche, certamente. Ma in pari tempo,
secondo la cifra distintiva di tutte le rivisitazioni o reinvenzioni
uliviane, «volti reali, quotidiani, carnali, striati dal riso e dalle
lacrime, dall’amore e dall’odio», come annota, nella sua autorevole
presentazione del libro, Gianfranco Ravasi.
Fa in un certo senso da contrappunto alle Storie
bibliche un romanzo "laico" apparso nello stesso anno e
contrassegnato da un titolo di enigmatica concisione: L’anello.
Del tutto eccentrica rispetto ai due filoni (storico-letterario e
storico-biblico) dominanti nella narrativa di Ulivi, la vicenda si dirama
da una cornice sovietica, databile al 1950, per inscenare, a ondate di flashback,
episodi svoltisi durante il secondo conflitto mondiale, sul fronte russo e
poi soprattutto nelle ambigue pieghe dello spionaggio internazionale in
varie città occidentali. Ne è interprete un alto funzionario ed ex
agente dei servizi segreti, ligio all’ortodossia bolscevica ma non
allineato sino al punto di sterilizzare i sentimenti e soffocare gl’interrogativi
sul senso della vita. Prima della sua morte, uno studioso italiano viene
da lui pregato di rintracciare in America l’ultima donna amata per
consegnarle un anello, testimonianza del suo ricordo. La missione non
avrà esito. Ma nell’animo dell’interlocutore la malinconica umanità
di quel servitore di un regime sanguinario si staglierà al di sopra di
ogni furore ideologico, di ogni orrore perpetrato dal moloch comunista.

Tra Manzoni e san Giuseppe
Come già anticipato, il triennio 1991-1993 vede una
rigogliosa fioritura di testi narrativi nel giardino manzoniano di Ulivi.
Sbocciano due romanzi, La straniera e Tempesta di marzo,
intervallati da La quiete degli scrittori, racconto-dialogo (don
Lisander a colloquio con un "reverendo") della raccolta L’angelo
rosso, dove ricorre di frequente – lungo un asse storico disteso da
Boezio al Novecento – un modulo dialogico di sapore leopardiano.
Protagonista della Straniera è il giovane poeta
milanese alla ricerca della sua vera vocazione umana e letteraria. A
strapparlo alle sue paralizzanti antinomie, tra cattolicità dell’infanzia
e illuminismo dell’adolescenza, tra frequentazione dei salotti parigini
e isolamento nella tenuta di Brusuglio, tra slanci dello spirito e crisi
nervose, tra ambizioni letterarie e progetti coniugali, saranno due donne:
la madre Giulia Beccaria, sagace consigliera, e la sposa, la soave
Henriette Blondel, determinante nel prendere l’iniziativa di una
conversione individuale e, al tempo stesso, di coppia.
Non è invece tanto lo scrittore quanto il suo
capolavoro a occupare il proscenio nel "metaromanzo" Tempesta
di marzo. Balza subito in primo piano, infatti, lo scartafaccio dell’immaginaria
Storia milanese del secolo XVII, fonte fittizia dei Promessi
sposi. E il «romanzo sul romanzo» di Ulivi delinea una
plausibilissima, suggestiva ricostruzione dei tratti "originali"
con cui si sarebbero potuti presentare, allo sguardo del Manzoni intento
alla lettura del manoscritto dell’Anonimo, personaggi ed episodi da lui
"rielaborati" durante la triplice stesura del suo capo d’opera.
Con lineamenti insieme vecchi e nuovi, per così dire pseudo-manzoniani, e
talora persino con un inedito incremento di umanità, si avvicendano sulla
scena, in un «clima visionario» (Chiusano), padre Cristoforo, don
Rodrigo, Lucia, la Monaca di Monza, l’Innominato, il cardinale Federico.
Straordinario, nell’epilogo, l’affondo di Ulivi nella coscienza
turbata del romanziere al cospetto del Seicento e della propria
responsabilità morale: «Riprodurre una società di pazzi, vigliacchi,
ipocriti, fanatici, attestando pur sempre la santità della vita». Fino
all’intuizione risolutiva: «È in quel nodo disperatamente romantico,
il cuore, il nesso di tutto…».
Anche se nell’anno stesso della morte uscì una quinta
silloge di racconti, Il messaggio, contenente testi "sacri e
profani" di notevole caratura (fra cui spiccano Il testimone e
Il richiamo, omogenei alle Storie bibliche, ela struggente love
story dal titolo ammiccante a Van Gogh, I girasoli), l’ultimo
significativo prodotto della creatività sacro-profana di Ulivi resta il
romanzo pubblicato nel 1997, vertice assoluto della sua ascesa al cielo
della grande narrativa: Giuseppe di Nazareth: sogno, amore e solitudine.
Congiungendo esprit de géometrie letterario ed esprit de
finesse mistico, Ulivi si cala nell’anima di Giuseppe, si aggira
nell’ambito della sua quotidianità, scruta la sua storia d’uomo
semplice e giusto, di santo non eroico, dalla giovinezza celibataria alle
nozze con Maria, dalla nascita di Gesù fino allo spegnersi del suo
estremo soffio vitale. Liberamente rispettoso nei confronti dell’esegesi
biblica, il romanziere fa invece strage degli stereotipi popolari sulla
presunta mansuetudine, sulla taciturna pazienza del "vecchio"
padre putativo. L’umiltà del falegname non esclude l’agitarsi in lui
di passioni e sentimenti, non contraddice l’orgoglio legato alla
consapevolezza di discendere dalla stirpe regale di David e di essere
chiamato a una missione provvidenziale. Ma qual è, in concreto, il suo
carisma, il suo destino? Anziché dissolversi, il mistero s’infittisce
nella convivenza, nutrita d’intensi colloqui, con la moglie e il figlio:
una distanza incolmabile lo separa da quei due adorabili
"stranieri". Solo alla fine il suo amore e la sua solitudine
saranno solcati da un raggio di verità.

Vedi alla voce: "solitudine"
Nel riconsiderare sinotticamente i fili del lungo e del
breve narrare di Ulivi, sorge spontaneo un interrogativo: condivideva anch’egli,
nella carne e nello spirito, l’inquieta, a volte angosciosa, a volte
amorosa solitudine dei suoi personaggi (da Bruto a Francesco, da Manzoni a
Tasso, da Giuda a Giuseppe) di fronte agli imperscrutabili disegni di una
Volontà onnipotente che sembra prevaricare sulla libertà della coscienza
umana? Un’impressione di solitudine esistenziale nasceva, in effetti,
andando a incontrare Ulivi nella "cella" del suo studio foderato
di volumi e quadri, nel sancta sanctorum della sua silenziosa
abitazione romana. Ma ben presto l’affabilità del suo eloquio, la
premurosa ospitalità, l’amichevole pacatezza dei gesti facevano
comprendere che, se di solitudine si trattava, era di qualità
essenzialmente intellettuale, finalizzata alla concentrazione sui testi
altrui e all’elaborazione dei propri: in un dialogo incessante con i
viventi e con gli immortali. Feconda solitudine di professore e di
scrittore, dunque. Con una punta, anche, di assorta, aristocratica
solitudine spirituale che imparentava Ulivi, sub specie fidei, al
"giansenista" Manzoni e ai "solitari" di Port-Royal.
Sì, è probabile: se avesse fatto in tempo a scrivere
ancora un libro, Blaise Pascal gli si sarebbe offerto come il soggetto
ideale per un ritratto da dipingere con le parole.
Marco Beck
Bibliografia
critica essenziale
- Giuseppe Amoroso, in Letteratura
italiana contemporanea, diretta da G. Mariani e M.
Petrucciani, Lucarini, 1987, pp. 755-61.
- Ferdinando Castelli, Volti
di Gesù nella letteratura moderna, vol. III, San Paolo,
1995, pp. 717-25; La Civiltà Cattolica, 15/3/2003, pp.
582-91; «Risvegliò il mondo», Edizioni Messaggero,
Padova, 2006, pp. 187-97.
- Carmine Di Biase, Letteratura
religiosa del Novecento, Edizioni scientifiche italiane,
1995, pp. 195-218.
- Giovanna Scarsi, Ferruccio
Ulivi fra storia, letteratura e arte, Studium, 1999.
- Claudio Toscani, La voce e
il testo, Ipl, 1985, pp. 218-35; Il seme e il solco,
Milella, 1994, pp. 156-57.
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| Una
vita per i libri, i libri di una vita
Ferruccio
Ulivi nacque nel Mugello, a Borgo San Lorenzo (Firenze), il 10
settembre 1912. Laureatosi in Giurisprudenza a Firenze nel 1934,
fece il suo apprendistato letterario tra il circolo delle
"Giubbe Rosse", il celebre caffè frequentato da
Montale, Bo, Luzi, Bigongiari, Soffici, e le redazioni di storiche
riviste come Letteratura, diretta da Bonsanti, e Campo
di Marte, pilotata da Pratolini e Gatto. Nel 1941 si trasferì
a Roma, dove ottenne un impiego burocratico-culturale presso il
ministero dell’Educazione nazionale, poi della Pubblica
istruzione, sotto l’egida di G.C. Argan. Nel dopoguerra, mentre
le sue collaborazioni si estendevano a vari periodici fra cui Paragone,
diretto da R. Longhi, intraprese una carriera universitaria
scandita da tre successive cattedre di Letteratura italiana: Bari,
Perugia e (dal 1970) Roma.
Tra
i suoi libri di saggistica si segnalano: Federigo Tozzi (1946,
1962), Il romanticismo di Ippolito Nievo (1947), Il
Manzoni lirico e la poetica del Rinnovamento (1950), Galleria
di scrittori d’arte (1953), Settecento neoclassico (1957),
Il manierismo del Tasso (1966), Poesia come pittura (1969),
Dal Manzoni ai decadenti (1973), Manzoni. Storia e
Provvidenza (1974), Il visibile parlare (1978), Manzoni
(1986), D’Annunzio (1988), La parola pittorica (1990),
La poesia e la mirabile visione (2002).
All’ambito narrativo
appartengono cinque sillogi di racconti: E le ceneri al vento (Mondadori,
1977), La notte di Toledo (Rusconi, 1983), Storie
bibliche d’amore e di morte (Edizioni Paoline, 1990), L’angelo
rosso (Piemme, 1992), Il messaggio (Aragno, 2002); e
otto romanzi: Le mani pure (Rizzoli, 1979), Le mura del
cielo (Rizzoli, 1981), Trenta denari (Rusconi, 1986), L’anello
(Rusconi, 1990), La straniera (Mondadori, 1991), Tempesta
di marzo (Piemme, 1993), Torquato Tasso. L’anima e l’avventura
(Piemme, 1995), Come il tragitto di una stella (San
Paolo, 1997).
Ferruccio Ulivi è spirato a Roma
il 5 novembre 2002.
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