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PIERO CHIARA |
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di Mauro Novelli |
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A vent’anni dalla morte sono ormai maturi i tempi per rendere a Chiara ciò che veramente fu suo: una straordinaria abilità nel narrare – spesso in chiave grottesca – il quotidiano della provincia italiana ai tempi del fascismo. Vent’anni fa, quando scomparve, Piero Chiara poteva ben dirsi uno scrittore all’apice del successo. Nel quarto di secolo precedente, aveva visto le proprie vendite passare dalle 5.000 copie del Piatto piange alle oltre 400.000 degli ultimi romanzi, tradotti in decine di Paesi e trasposti in film e sceneggiati. Tutt’altra parabola seguivano nel frattempo i consensi della critica, scemati a partire dagli anni Settanta, in sintonia con una dinamica pressoché obbligata nel sistema letterario attuale, nel quale successo e fama paiono condannati a una rissa perenne. Sarebbe davvero ingeneroso, tuttavia, sbrigarsela confinando la narrativa di Chiara nel recinto dell’intrattenimento, come vorrebbero quanti vedono nel "divertimento" una categoria del tutto estranea all’alta letteratura, a meno che riguardi ricercate jongleries, per un pubblico smaliziato e accorto. Un pubblico, questo, del quale Chiara (come dichiarò più volte) avrebbe tranquillamente fatto a meno, pur di riscuotere consensi presso il lettore comune, che volentieri gli tributava l’affettuosa considerazione che si deve a un artigiano sagace e affidabile. Con tutto ciò, allo scrittore luinese non venne mai a mancare la franca stima di intellettuali del calibro di Carlo Bo, Luigi Baldacci, Mario Pomilio; condivisa da letterati venerandi, come Camillo Sbarbaro, Marino Moretti, Giovanni Comisso, Carlo Betocchi, Giuseppe Prezzolini, che ne ammiravano le doti di narratore di costume, e in particolare l’efficacia con cui seppe ritrarre abitudini e mentalità di un periodo che avevano conosciuto bene: il Ventennio fascista, colto dalla prospettiva di un paese di lago, ai margini della penisola. Sulla scacchiera della provincia, va subito detto, Chiara dispone soltanto pedoni, che muove con millimetrica precisione, nella convinzione che le vite degli uomini non illustri garantiscano al narratore combinazioni di inarrivabile varietà e interesse. Non soltanto da vicino – come è noto – nessuno è normale, ma tutti custodiscono il loro bravo segreto. In effetti, nelle opere di Chiara si stenterebbe a scovare un personaggio irreprensibile. Il tema di fondo è lo scandalo, l’umiliazione del perbenismo, sistematicamente incenerito alla fiamma delle frustrazioni e degli istinti, come già lascia intuire il memorabile attacco del Piatto piange: «Si giocava d’azzardo in quegli anni, come si era sempre giocato, con accanimento e passione; perché non c’era, né c’era mai stato a Luino altro modo per sfogare senza pericolo l’avidità di danaro, il dispetto verso gli altri e, per i giovani, l’esuberanza dell’età e la voglia di vivere. Nei paesi la vita è sotto la cenere». Si tratterà allora di rimestare le braci con instancabile e sorniona premura, a costo di qualche piccola ustione. L’inclinazione al grottesco, che balena un po’ dappertutto, non rimuove dalle storie di Chiara il retrogusto amaro. Sono questi ingredienti – su cui si dovrà tornare – a rendere unico il sapore della sua Luino, che a conti fatti è riuscita a imprimersi nella memoria collettiva senza concessioni né al populismo, né alla nostalgia lacrimevole, né all’idillio di maniera.
Dalla lirica all’azzardo Il Chiara più celebre ha poco a che spartire col Chiara degli esordi, in particolare con le atmosfere vicine all’ermetismo (ma anche a Cardarelli) che si respirano nelle ventisei poesie di Incantavi, raccolta tirata nei Grigioni il 25 aprile 1945. Lo scrittore luinese era allora internato da oltre un anno nella Confederazione Elvetica, dove era giunto per sfuggire a un mandato di cattura repubblichino. Un periodo movimentato, trasposto nei versi e più tardi in Itinerario svizzero (1950), nove prose a dominante lirica, intrise di emozioni, in cui sfilano figure e paesaggi incontrati nei giorni d’esilio: l’unico motivo per il quale Chiara, trent’anni più tardi, si induceva a riconoscere per sua quest’opera. Viceversa, scorrendo i trenta pezzi raccolti in Dolore del tempo (1959) è facile intravedere le avvisaglie di una nuova stagione narrativa, nella quale peraltro spariranno gli elzeviri coloristici e le memorie familiari che punteggiano la filigrana del lavoro in questione, dove acquista un rilievo fondamentale il profilo paterno. Proprio in omaggio al doganiere siciliano Eugenio Chiara, allora ben vivo per quanto ultranovantenne, nella primavera del 1961 il figlio volle compiere un lungo viaggio che lo riportò nel remoto borgo delle Madonie, Resuttano, tante volte visitato nelle estati dell’infanzia. Dagli appunti presi nell’occasione scaturì un lungo reportage, frammisto ai ricordi, pubblicato da Vallecchi nel 1965 sotto il titolo Con la faccia per terra. Dal padre, lo scrittore aveva mutuato anche una eccezionale bravura nel racconto orale, che sfoggiava volentieri nelle riunioni conviviali, sollecitato dagli amici a rievocare i mille episodi vissuti nel corso di una gioventù spregiudicata, spesa senza troppi riguardi nelle cerchie più svariate. In una di quelle serate, alla fine del 1957, tra gli ascoltatori figurava Vittorio Sereni (coetaneo e amico di Chiara, come lui nato a Luino), che lo invitò a mettere per iscritto le affabulazioni dalle quali era rimasto stregato. Ne scaturirono due racconti in forma di lettera, pubblicati sulla rivista Il Caffè nel 1958 e nel 1959. Fu questo il primo nucleo del Piatto piange, il primo romanzo di Chiara, stampato dalla Mondadori nella primavera del 1962. Un simile titolo si deve all’importanza conferita al tema del gioco d’azzardo: il libro si apre sulle nottate consumate negli anni Trenta al tavolo del poker, nei sotterranei di un albergo affacciato sul lago. Di qui si sviluppano altre, irresistibili storie che attraversano più o meno di nascosto una Luino che nottetempo sembra dormire con un occhio solo, e di giorno recitare una commedia in cui nessuno crede fino in fondo. In tale contesto, la diffusa passione per le carte e il biliardo appare accesa innanzitutto dalla ricerca di un’opportunità che la vita sociale offre di rado: quella di presentarsi a una sfida con eguali probabilità di successo, fidando esclusivamente nelle proprie capacità. Proprio le carte, del resto, hanno offerto a Giancarlo Vigorelli (anch’egli lombardo e nato nel 1913: «classe di ferro battuto», come amava dire) un’immagine quanto mai adatta a spiegare il clima di familiarità che sorprende il lettore, nel passare dall’una all’altra opera dello scrittore luinese: «Sbaglierebbe chi ne deducesse che il Chiara è scrittore di un unico libro [...]: no, non cambia mai le sue carte, ma il mazzo sa mescolarlo bene, conduce a sorpresa la partita, gioca con bravura anche se non ha sempre in mano il settebello, e soprattutto non si abbandona, come oggi fanno quasi tutti, allo sterile piacere del gioco solitario».
Pretesi inetti Se tutte le opere di Chiara nascono sull’abbrivio di uno spunto autobiografico, è pur vero che nei romanzi che vanno da La spartizione (1964) a Il pretore di Cuvio (1973) lo scrittore luinese preferì evitare di mettersi in scena direttamente, delineando invece molte figure di giovani senza famiglia, più o meno sfaccendati, nei quali è facile ravvisare le medesime caratteristiche che si assegna nei romanzi in cui agisce come protagonista, vale a dire nella serie pubblicata tra il 1976 e il 1981, costituita da La stanza del Vescovo, Il cappotto di astrakan, Una spina nel cuore, Vedrò Singapore?. D’altronde Chiara aveva preso a narrare di sé già in molti racconti composti negli anni Sessanta e riuniti nell’Uovo al cianuro (1969), «quasi come capitoli di un lungo e incompiuto romanzo», stando alla "Nota" finale. Non è solo questione di progressione cronologica, per cui si va da una storia risalente ai tempi del collegio sino a vicende situate nel secondo dopoguerra. Il punto è che piccoli capolavori come Sulle onde del Lago Maggiore, Il fungo trifola o Un turco tra noi – che suggerivano a Sereni in una lettera all’autore paragoni coraggiosi («niente di male se pensi a Maupassant o a Cechov») – si reggono sull’identica strategia delle opere maggiori, ovvero sulla messa in scena di un eroe maldestro, inetto e alle volte stordito, che tuttavia riesce regolarmente a raggiungere i suoi scopi, facendo di mediocrità virtù. Succede in mille occasioni: ad esempio in Una spina nel cuore, quando si accosta a Teresita, ricevendone tanto le grazie intime quanto informazioni preziose, carpite quando la ragazza «aveva finito col giudicarmi un ingenuo se non proprio un tonto». Sfruttando l’indifferenza e il disdegno che le circondano, facendosi benvolere in quanto palesemente innocue, le controfigure di Chiara sfruttano a dovere le loro doti nascoste, a cominciare dalla curiosità e dalla discrezione: da intendersi, quest’ultima, come capacità di calcolare in che modo, quando e dove agire, non in base a una regola predeterminata ma a seconda delle circostanze, perché – come ammoniva Francesco Guicciardini – le cose del mondo «quasi tutte hanno distinzione e eccezione».
Nulla è come sembra Dell’infinita varietà dei caratteri umani è ben consapevole anche il narratore, che maneggia i casi dei personaggi con cautela, comprensione e ironia, proiettandoli volentieri in una dimensione d’incertezza, tramite il ricorso a formule prudenziali: si dice, correva voce, venne riferito... Il lettore di Chiara si trova circondato sin da subito da una giostra di voci, un ronzio di sottofondo che ne fomenta la curiosità. «Da dove era venuto con quella faccia severa, con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine alla riservatezza?». La scarica di domande posta all’inizio della Spartizione dà una misura dell’ostinazione con cui dappertutto il narratore e i comprimari si industriano non tanto a levare, quanto a ridefinire continuamente le maschere dietro le quali ciascuno recita sul palco della vita: perché in Chiara non vi è identità al di fuori di quella che si cristallizza nell’opinione comune, salvo squagliarsi all’istante di fronte a clamorosi fuori programma, atti a rivelare la vera natura di chi vanti nobiltà, ricchezze, potere o anche soltanto un sussiego borghesuccio. A uno sguardo d’assieme, si profila un vero e proprio furore demistificante, che non risparmia l’ambito politico, come si comprende bene dal finale di un racconto travolgente quale Il povero Turati, nel momento in cui il gerarca viene centrato da un’anguria, nella quale si concentra l’astio dell’autore per la tronfia ufficialità fascista. Si aggiunga che sotto le apparenze più rispettabili possono sempre acquattarsi calcoli feroci e biechi istinti, come quelli che coltiva il figuro cui allude il citato attacco della Spartizione, ovvero il Primo Archivista Emerenziano Paronzini da Cantévria, che finirà con lo sconvolgere la vita delle tre sorelle Tettamanzi, prima di perire miseramente, vittima dei suoi eccessi sessuali, che per una serie di equivoci lo fanno passare per un martire del fascismo. L’impasto di calunnie e verità che fa da lievito agli intrecci di Chiara (opportunamente cosparsi di lettere anonime) non si scioglie neppure nei gialli, dai quali la verità in fin dei conti non emerge mai con nettezza. E così, I giovedì della signora Giulia può chiudersi con una doppia assoluzione per insufficienza di prove, che lascia liberi i principali sospettati dell’assassinio dell’irrequieta dama, abili nell’accusarsi l’un l’altro con prove di pari valore; mentre nel finale dei Saluti notturni dal Passo della Cisa il probabile assassino urla alla moglie: «Ti ho messo davanti tutte le verità possibili. Scegli quella che ti va meglio». Un’opportunità, questa, che Chiara offre volentieri al lettore, come dimostrano le ambigue morti che incupiscono la seconda parte della Stanza del Vescovo, l’opera che più ha contribuito a conferire all’autore l’etichetta di «mago del lago» (Zavattini) con la quale oggi è universalmente noto. Negli ultimi romanzi, del resto, il nocciolo di mistero da cui nascono tutte le storie di Chiara si sviluppa sovente in direzione del noir, favorito dagli scenari autunnali, siano i boulevards parigini del Cappotto di astrakan, i consueti scorci lacuali e valligiani di Una spina nel cuore, o le inquietanti nebbie friulane su cui si apre Vedrò Singapore?.
Dai buffi al grottesco Per creare un racconto, basta a Chiara uno spunto minimo, sia un nome adocchiato sul giornale, un incontro casuale, un luogo rivisto: da qui si dipana il gomitolo della memoria, in genere per tornare ad avventure vissute o sentite narrare in anni lontani. Scintilla d’avvio è spesso la classica irruzione di un estraneo in un ambiente familiare al narratore, situato per lo più nel borgo natio, sebbene la "Nota" posta in coda al Piatto piange avverta come Luino non vada cercata «sulle carte geografiche o nell’elenco dei Comuni d’Italia, ma in quell’altra ideale geografia dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita». Nella provincia di Chiara si riconosce una condizione umana che accomunava gran parte dell’Italia d’allora; e nelle sue comparse predilette – in primis preti, beghine, esercenti, impiegati – archetipi atti a esemplificare attraverso il contatto con giocatori, perditempo, impostori, gagà e spostati d’ogni tipo, le pulsioni clandestine che animano una comunità tranquilla solo in superficie. Come la critica ha più volte notato, gli ingranaggi narrativi dello scrittore luinese in genere prendono avvio da un ritratto. I personaggi sono caratterizzati secondo una strategia metonimica: viene cioè messa in luce un’affinità o una discrepanza tra l’aspetto fisico e la loro personalità, come (lasciando stare il pregiudizio comune) avveniva normalmente già in Balzac, ma anche nei trattati di fisiognomica criminale di Cesare Lombroso. Il luinese ama inoltre suggerire un rapporto fra i tratti attribuiti alle creature che inventa e il loro nome, nel quale sovente si cela il destino che li attende (nomen omen); al tempo stesso, però, gli appellativi debbono risultare sempre verosimili. Ed ecco sfilare Mansueto Tettamanzi, Augusto Vanghetta, Prezioso Bonalumi, don Natale Biancamano insieme a Diomira Gambalero... In questo modo, i nomi finiscono col costituire un precipitato della vita medesima: poiché Chiara narra appunto quanto essa possa risultare bizzarra anche a soffermarsi sulle persone in apparenza più comuni. Come nel caso di Aldo Palazzeschi, abbiamo insomma a che fare con un narratore di "buffi". Il rilievo va tuttavia completato rimarcando un’evidente inclinazione al grottesco, che avvicina Chiara a un secolare filone della narrativa lombarda, capitanato in ultimo da Carlo Emilio Gadda. Sotto il segno della deformazione si iscrive ad esempio l’intera parabola del Balordo, gigantesco e placido maestro di scuola; così come quella del pretore di Cuvio, laido e iroso gobbetto. In questi paraggi si potrebbe far ricadere anche la rappresentazione delle dinamiche del fascismo in provincia, costantemente colto sul versante del farsesco, senza che perciò diminuisca la credibilità della ricostruzione d’ambiente.
Senza dubbio, Chiara è stato scrittore sensuale come pochi altri del suo tempo: per evitare malintesi vale comunque la pena di specificare che il rilievo coinvolge tutte le sfere sensoriali, alle quali riservò attenzioni inconsuete. Un racconto mirabile come Ti sento, Giuditta, intessuto sulle emozioni sprigionate dagli odori recati dal vento sulle sponde del lago, basta a ricordare quell’amore per il dettaglio, quel lucidissimo spirito di osservazione che resta tra le principali ragioni del fascino esercitato dalle pagine di Chiara su milioni di lettori.
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