ATTUALITÀ
- LE COMUNITÀ DI FAMIGLIE Vita
comune: la profezia va in
città
di Vittoria Prisciandaro
Si chiamano
"comunità di famiglie" e sono nuove esperienze di vita
solidale, una quarantina in tutt’Italia, nate da gruppi di laici
cristiani che hanno preso sul serio il racconto degli Atti degli
Apostoli. Così l’utopia è divenuta il segno che «un’altra
famiglia è possibile».
Dove
oggi si rincorrono i bambini, fino a qualche decina di anni fa
ruminavano placide una ventina di mucche e razzolavano le galline. Nella
vecchia torre medievale di avvistamento, sotto un soffitto di travi a
vista, ora si prega e si legge Vita comune del teologo e martire
Dietrich Bonhoeffer. A Castel San Pietro Terme, località Liano, in una
vecchia casa colonica sulle colline tra Bologna e Imola, da tre anni è
nata la Tenda di Abraham. Nell’edificio – proprietà di un’Opera
pia, ceduto in comodato gratuito in cambio dei lavori di
ristrutturazione – ha preso dimora una comunità di famiglie: Giulio e
Francesca, Paola e Luciano, Luisa e Michele, undici figli, più quelli
che arrivano in affido e gli eventuali ospiti che risiedono nei due
appartamenti destinati all’accoglienza.
La Torre dei Campani, questo il nome della casa, è diventata punto
di approdo per coppie che sin dall’inizio delle loro storie sono state
accompagnate dal desiderio di una vita condivisa. Ognuna aveva cercato
una strada nel suo ambiente: Genova, Imola, San Lazzaro. Poi, grazie
alla comunità di famiglie Marantha che li mette in contatto, nasce l’idea
di fare insieme un primo percorso di discernimento.

Vita quotidiana nel cortile della
Comunità di Villapizzone.
Nel 2000 si arriva alla fondazione dell’associazione di
volontariato. Tre anni per cercare casa e fondi e nel 2003 si parte con
l’esperienza di vita comune: «La fede è come un fuoco. Se non si
comunica si spegne, si alimenta se si condivide. E le occasioni di
condivisione in una comunità sono superiori a quelle di chi è inserito
nella vita di parrocchia», dice Giulio Dall’Orso, presidente della Tenda,
che tra l’altro ha dato vita a un coordinamento di 22 associazioni che
lavorano sul territorio.
La casa è strutturata in modo che ogni famiglia abbia un suo
appartamento. Un terzo delle superfici è destinato agli spazi comuni:
cantina, lavanderia, biblioteca, sala riunioni, cucina, salone, spazio
giochi e cappella. Sono quattro le parole che fondano la comunità:
condivisione, preghiera, sobrietà e accoglienza. In concreto, tra le
altre cose, i redditi di tutti confluiscono in una cassa comune dove
ciascuno attinge secondo necessità; ogni giorno c’è uno spazio per
la preghiera comune e durante il mese è previsto un momento di
riconciliazione. «Ogni persona ha conservato il suo lavoro originario,
cercando un equilibrio tra le entrate economiche e una maggiore presenza
in casa», racconta Luisa. Le difficoltà maggiori, dice, non sono
legate alla cassa comune, come potrebbe pensare un osservatore esterno,
quanto «alle relazioni interpersonali. Ma l’importante è darsi degli
strumenti per parlarne. Per questo abbiamo uno psicologo che ci segue e
padre Paolo Bizzeti, che ci aiuta nel cammino spirituale».
L’esperienza
della Tenda è soltanto una tra le decine che in questi anni sono
nate nel nostro Paese: Sichem, la Casa della Tenerezza, La
Collina, e tante altre ancora. Di fatto non esiste una rete
strutturata e talvolta i contatti tra queste realtà sono del tutto
amicali e informali. Esperienze diverse, e comunque in espansione, sono
quelle dei "condomini solidali", dove, senza un’ispirazione
religiosa di fondo, alcune famiglie scelgono di vivere in una struttura
comune, per ripartire le spese e i tempi di gestione della vita
familiare. Sull’argomento esiste pochissima bibliografia. Qualche
articolo e un volumetto della San Paolo del 2003, Le comunità di
famiglie. Una risorsa da scoprire, a cura di Sara Omacini, che
censisce circa una quarantina di realtà, per lo più presenti al Nord e
al Centro.

Un momento di relax e divertimento sulla
neve
per alcuni bambini della comunità Maranà-tha.
Nell’introduzione, il gesuita Silvano Fausti, che è stato tra i
fondatori di Villa Pizzone, una delle prime realtà di questo tipo in
Italia, paragona ciò che stanno tentando di fare le comunità di
famiglie «a quanto fecero le comunità monastiche nel periodo della
fine dell’impero romano. Potevano sembrare realtà marginali; eppure
hanno elaborato e diffuso una nuova cultura, che ha inciso profondamente
nella formazione dell’Europa. Oggi, quasi in silenzio e senza far
notizia», scrive Fausti, «sorgono ovunque movimenti di comunità di
famiglie. Crescono a macchia d’olio e, pur con caratteristiche
diverse, rispondono al bisogno di "umanità" che tutti
avvertono».
In generale queste realtà scorrono spesso sottotraccia, più
conosciute per i servizi che fanno – affido, accoglienza di persone
marginali, riciclo di materiali usati, promozione di campagne per un
consumo responsabile – che analizzate per il modello di vita diverso,
se non alternativo, che propongono. Alternativo a una realtà, quella
della coppia mononucleare, costretta sempre più a fare i conti con
carenza di tempo e di soldi.
Insomma, al di là della retorica sulla famiglia spesso propinata in
maniera strumentale, che mai per esempio si interroga sul fatto che la
maggior parte delle violenze avviene proprio tra le quattro mura di
casa, oggi una "normale" coppia con figli rischia, a causa dei
ritmi frenetici della nostra società, di rinchiudersi sempre più in se
stessa e di considerare l’attenzione all’altro, a chi è al di
fuori, specie se in difficoltà, un lusso che non ci si può permettere.
Per non parlare di cosa accade quando ci si trova dinanzi ad alcune
emergenze, che talvolta finiscono per disgregare equilibri già precari:
difficoltà di bilanci, la nascita di un figlio malato, la perdita di
lavoro di uno dei due coniugi, la cura degli anziani; situazioni in cui
la famiglia, se non ha una rete di supporto parentale o amicale, diventa
a "rischio". «Oggi una famiglia da sola può fare molto poco,
con questa vita parcellizzata cui siamo costretti», dice il gesuita
Paolo Bizzeti, che segue la Tenda di Abraham e cura anche le
comunità Maranàtha e il Mulino di Casole.

Un gruppo di studio sul prato della
Comunità di Villapizzone.
Il desiderio di una vita condivisa, fraterna, quotidiana, non
limitata a un paio di riunioni settimanali in parrocchia; l’aspirazione
a praticare la comunione dei beni anche come antidoto all’egoismo
familiare; l’apertura al povero, l’accoglienza a chi è in
difficoltà; la voglia di avere dei momenti di preghiera insieme: sono
queste le caratteristiche che, secondo il gesuita, indicano i segni di
una vocazione che certamente «non è di tutti», ma è segno per tutti.
«Queste comunità», dice Bizzeti, «dal punto di vista teologico sono
lo sbocco inevitabile del percorso del Vangelo negli Atti degli Apostoli
perché spazzano via tanti alibi e ci dicono che quelle pagine della
Scrittura non sono un quadretto utopico, ma che è possibile vivere
insieme, praticare la comunione dei beni, aiutarsi per una vita di fede
e di accoglienza».
Evidentemente
non si tratta di realtà idilliache: «Esistono difficoltà per entrare,
per rimanere e per uscire», dice Bizzeti. La scelta di un modello di
vita alternativo comporta spesso incomprensioni con le famiglie di
origine, allontanamento dalla zona in cui si è cresciuti e quindi dalla
comunità di appartenenza; e poi, una volta iniziato il percorso, c’è
tutta la fatica dell’accettare la diversità dell’altro, che
significa diversità nell’educazione dei figli, nel modo di usare i
soldi e, perché no, anche nella scelta delle vacanze.
«Nella vita di coppia il legame affettivo e sessuale è un grosso
connettivo», spiega Bizzeti. «In comunità, invece, bisogna andare
molto più alla radice per cercare ciò che unisce e quello che
oggettivamente è differente e spesso è motivo di scontro». E infine
ci sono difficoltà anche nell’uscire dalla comunità, perché
talvolta è necessaria una rottura: «Capita quando la comunità diventa
un luogo dove ci si rifugia e la vita di coppia viene penalizzata».

Due bambini della comunità Maranàtha.
Proprio
su questo punto insiste don Sergio Nicolli, dell’Ufficio famiglie
della Cei: «In queste comunità allargate bisogna sempre ricordare che
la famiglia è prioritaria e la vita di comunità più ampia è a
servizio delle famiglie, non viceversa». Altro rischio, dice Nicolli,
è che manchi quell’elasticità indispensabile per un’equilibrata
crescita dei figli: «A volte i figli impongono dei ritmi che richiedono
dei grossi cambiamenti nella gestione della vita familiare. È
importante che l’appartenenza alla comunità non costituisca un
impedimento alla comunione interna».
In positivo, secondo Nicolli, queste comunità testimoniano che la
famiglia non è autosufficiente, ma è una piccola Chiesa che deve
aprirsi a orizzonti più ampi. «Anche per fare accoglienza, la coppia
va sostenuta da una rete stabile. Normalmente si tratta della comunità
cristiana e di quella civile, ma in questi casi si sottolinea che la
famiglia vive pienamente la sua missione in relazione con le altre
famiglie». Realtà che testimoniano che se isolati non si sta bene,
insieme, coppie in comunità, si vive ancora meglio.
Vittoria Prisciandaro
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