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REPORTAGE - IL GITANANDA ASHRAM

Un santuario italiano per Ganesh
testo e foto di Alessandra Garusi
  

Nei boschi di Altare, vicino Savona, sorge l’unico monastero hindu d’Italia. Pochi lo sanno, ma è anche uno dei più importanti ashram d’Europa. Qui, in occasione della festa dedicata a Ganesh, si ritrovano ogni anno centinaia di devoti alla Trimurti.
   

Il suono assordante delle campane e dei cimbali, e la vibrazione delle shanka, le conchiglie sacre, risuonano nell’aria. E tutti si accalcano a rendere omaggio a Ganesh, la più popolare forma del divino nel pantheon hindu. Il 27 agosto 2006, una domenica di sole, cadeva il Ganesh Chaturti, un compleanno festeggiato da milioni di persone nel mondo. Ma non siamo a Bombay, nello Stato del Maharashtra, e nemmeno sulle rive del Gange. Siamo ad Altare, in località Pellegrino, poco sopra Savona. Qui sorge uno dei monasteri hindu più importanti d’Europa, l’unico in Italia.

Si chiama Gitananda Ashram. Ed è un luogo dello spirito e della meditazione, dove una comunità di 13 fedeli – tutti italiani, fra i 20 e i 65 anni – vivono a stretto contatto con il maestro, Svami Yogananda Giri (Giri è l’ordine cui appartiene la comunità di Altare). Fu lui, nel 1984, a fondarlo. Lo dedicò al suo maestro, Svami Gitananda Giri, scomparso nel ’97, che tanto nella vita si era speso per la diffusione dello yoga e della cultura hindu. Così quello che in origine era un campeggio, sull’orlo del fallimento vista la lontananza dal mare, diventò un eremitaggio.

Un momento dell'homa, il rito del fuoco.
Un momento dell’homa, il rito del fuoco.

A parte i devoti, pochi sanno che cosa nasconde la strada appena fuori dal casello della Torino-Savona. Porta a un bivio: da lì s’imbocca uno sterrato. Dopo tre chilometri in salita, attraverso un bosco di castagni, la marcia s’interrompe davanti a una cancellata di ferro. Varcata la soglia, sulla destra, fino a qualche anno fa c’era un imponente Ganesh, coloratissimo, con la sua testa d’elefante e le sue quattro braccia. Ora non c’è più. Ne è rimasta solo l’immagine. La statua è crollata, sotto il peso della neve; e adesso si raccolgono i soldi per ricostruirla.

Dal fondo del vialetto arriva il latrato dei cani. Provengono dagli allevamenti di mastini spagnoli e tibetani. L’ashram si mantiene così: grazie a chi lavora fuori (come insegnanti, segretarie, ecc...); e a chi lavora qui occupandosi dell’orto, dei cuccioli, delle api, e chi invece dell’accoglienza. Oltre ai cani, ci sono gatti, pavoni e pappagalli; un tempo c’erano persino dei daini e un merlo parlante. Non è una stranezza. Nei monasteri hindu vivono sempre degli animali. Il rapporto con Madre Natura è considerato importantissimo. E gli animali sono lo specchio in cui gli umani possono ritrovarsi.

Svami Yogananda Giri suona le shanka durante la processione.
Svami Yogananda Giri suona le shanka durante la processione.

Si percorre un vialetto. Nel verde, ci sono molte raffigurazioni di divinità. Alcune finite, altre ancora da decorare. «Questo, per ricordarci che Dio è ovunque; e ovunque posiamo l’occhio, lo vediamo», dice Hamsananda, una delle storiche abitanti del centro: arrivò un anno e mezzo dopo l’apertura, da Verona, ed è ancora qui. Il suo nome in italiano significa «beatitudine, respiro di Dio». Sarà lei la nostra guida durante il Ganesh Chaturti.

La puja (il rituale di adorazione) inizia, poco dopo le 11, dentro il Tempio dedicato alla Madre divina che ha la forma di un corpo sdraiato al cui centro, nella zona del cuore, si assemblano i fedeli. Mentre solo il pandit, cioè il sacerdote, e gli iniziati possono oltrepassare una tenda colorata. È il sancta sanctorum, dove dimora la divina. Lì, su grandi vassoi, verranno portate le offerte: fiori, frutta, incensi. Da lì usciranno i cibi sacri, le polveri da mettere sulla fronte, cioè la polvere grigia per la purificazione e la polvere rossa che rappresenta il potere creativo, il potere della Madre. E, sempre da lì, uscirà il fuoco.

Alcune raffigurazioni di divinità hindu all'interno dell'ashram.
Alcune raffigurazioni di divinità hindu all’interno dell’ashram.

In uno spazio all’aperto, mentre la gente continua ad arrivare, comincia poi l’homa, il rito del fuoco, davanti a una raffigurazione in pietra della divinità che viene lavata, cosparsa di latte, decorata con pasta di sandalo e curcuma, vestita con stoffe luccicanti e mala (ghirlande di fiori) rosse. Accanto sono poste le offerte dei fedeli. Tutto ciò avviene sotto gli occhi del pandit. «Si chiama Kaushik Joshi, arriva dalla Gran Bretagna. È un uomo sposato, che fa questo di lavoro ed è pagato di volta in volta dalla comunità o dalla famiglia ospitante», spiega Hamsananda. «Dunque, non è una figura spirituale, ma un tecnico del rito».

Il pandit parla in sanscrito, Hamsananda traduce in italiano; l’assemblea segue attenta lo svolgersi del rito. Mentre i rappresentanti delle varie comunità straniere – uno di Biella, uno di Torino, uno di Genova, ecc. – e un italiano siedono in cerchio e mettono le oblazioni nel fuoco. La cerimonia è lunga, complessa.

Danze durante il Ganesh Chaturti.
Danze durante il Ganesh Chaturti.

A questo punto, la statua di Ganesh, adorna di tutti i suoi simboli, viene posta su un baldacchino e portata in processione lungo i viottoli dell’ashram, mentre il suono delle percussioni e i canti scandiscono le varie tappe. Le donne camminano piano nei loro sari colorati, e così fanno i monaci. Solo i bambini, numerosissimi, scorrazzano sgusciando sotto le gambe degli adulti. Di fronte a ogni statua di Ganesh che s’incontra, l’enorme flusso di gente si ferma. La statua viene sollevata ritmicamente dai portatori, e a gran voce s’invoca la divinità.

In un crescendo, la cerimonia si conclude davanti a un’altra raffigurazione di Ganesh: centinaia di noci di cocco vengono spaccate dai devoti con un colpo deciso su una pietra sacra. Il cocco è uno dei simboli della divinità. Romperlo significa "rompere" il proprio ego. È un gesto di buon auspicio.

La statua di Ganesh adorna di tutti i suoi simboli viene portata in processione nell'ashram.
La statua di Ganesh adorna di tutti i suoi simboli
viene portata in processione nell’ashram

Accaldata, esausta, e a tratti commossa, la folla si dirige verso il prato già utilizzato per il rito del fuoco, dove verrà servito un pranzo tipicamente indiano dagli intensi aromi e dal sapore pungente: il riso accompagna la sambar – un piatto a base di cipolle, melanzane, fagioli e spezie –, i vadai, cioè lenticchie nere cucinate con il peperoncino; un’infinità di dolci fra cui il kesari, molto gradito a Ganesh, e il laddu, fatto di latte e farina di tapioca.

Che cosa sia il Ganesh Chaturti per uno srilankese della diaspora si percepisce proprio durante il pasto. È una straordinaria occasione per ritrovarsi in una famiglia sempre molto allargata. Ecco allora che arrivano i cugini da Londra, un fratello da Parigi, qualcun altro dall’Irlanda. Tutta l’Europa è rappresentata. «In qualche raro caso», dice ancora Hamsananda, «la puja si fa nella propria casa, che si riempie di parenti».

Un momento dell'homa.
Un momento dell’homa.

La maggioranza della gente, però, preferisce recarsi al tempio. Talvolta passano anni, prima che capiti un’altra possibilità. E allora si approfitta della presenza del pandit per inserire, durante la puja, delle cerimonie private (samskara, o sacramenti). Ad esempio: l’imposizione del nome, detto namakarama;o la prima rasatura (mundana), che simboleggia la purificazione dal karma delle vite precedenti.

«Il fatto stesso che qui vengano dei pandit indiani a officiare questi riti, la dice lunga sull’ortodossia, sulla stretta aderenza alla tradizione del Gitananda Ashram», interviene ancora Hamsananda. «Qui nulla sa di New Age, di quella cultura slavata dell’India che penetra in Europa e confonde le idee perché i nomi usati sono gli stessi: lo yoga non è una ginnastica, come lo si conosce in Occidente, ma è un insieme di tecniche per raggiungere lo stato meditativo e, dunque, Dio». Detto questo, la cancellata rossa del centro resta sempre aperta a tutti, specie durante il Ganesh Chaturti. Credenti e non credenti, hindu e fedeli di altre religioni, persone in ricerca, giovani che magari sono stati una sola volta in vacanza a Goa e già si professano grandi appassionati di Ganesh.

Viene passato un piatto col fuoco fra i fedeli.
Viene passato un piatto col fuoco fra i fedeli. Rappresenta la luce
 che illumina la divinità. Mettendo le mani su di esso,
si invoca che la conoscenza entri dentro di noi.

Nella fiumana di gente che riempie i vialetti dell’ashram, prevalgono le donne elegantissime nei loro sari tradizionali, con i fiori fra i capelli. Dietro, all’ombra delle piante, molti uomini sui 30-40 anni con baffi e occhi scuri. In questa massa enorme, i 13 monaci italiani – tutti vestiti rigorosamente d’arancione, il colore della rinuncia alla via del mondo – quasi si perdono. Come si perdono gli induisti italiani. Saranno uno a dieci, come rapporto: cioè un’ottantina sulle 800-900 persone presenti.

Ciò non deve stupire. Quello indiano è un mondo complesso, che si conosce pian piano; e l’induismo, di per sé, non fa proselitismo. «Di conseguenza, non incoraggiamo mai nessuno a convertirsi», assicura Hamsananda. «Chi si professa induista, oggi, sono almeno 20 anni che sta assimilando questa cultura».

Uno dei rappresentanti delle comunità straniere in Italia, raccolto in preghiera.
Uno dei rappresentanti delle comunità straniere in Italia,
raccolto in preghiera.

Statistiche sugli italiani di religione hindu, comunque, non ce ne sono. Mentre si sa che sui poco più di tre milioni di immigrati presenti in Italia alla fine del 2005 – secondo le anticipazioni del Dossier Caritas/Migrantes 2006 – gli hindu rappresentano il 2,4 per cento. La regione dov’è più alta la concentrazione di fedeli alla Trimurti (Brahma, Shiva e Vishnu) è la Sicilia, dove la percentuale sale al 5,4 per cento.

Questi dati assumono un significato ancor più rilevante se rapportati a quelli europei: su un totale di 23 milioni e 400 mila stranieri residenti nel vecchio continente, infatti, solo l’1,3 per cento, circa 298 mila persone, sono induisti. Di questi, ben il 17,1 per cento vive e lavora in Italia.

Un altro momento dell’homa, il rito del fuoco.
Un altro momento dell’homa, il rito del fuoco: i rappresentanti
delle varie comunità hindu straniere presenti, insieme a un italiano
dell’ashram, siedono in cerchio e accompagnano le invocazioni
con un gesto di offerta al fuoco, in questo caso burro sacrificale e grani.

Dalle città e dai villaggi dello Sri Lanka, del Sud dell’India, delle Isole Mauritius, ad Altare nella Riviera di Ponente, in Liguria: la destinazione è sempre la stessa, le provenienze sono spesso diverse, ma tutte asiatiche. Chi l’avrebbe mai detto? Da una dozzina d’anni, il tempio annesso al monastero dei Giri è diventato luogo di culto d’elezione per moltissimi immigrati di religione hindu.

Si tratta di persone radicatissime in Italia. Che qui hanno un lavoro, dei figli, magari anche nati nel nostro Paese. Sono così ben inseriti nell’ambiente ospitante – che sia Roma, la Val Trompia (Brescia), oppure Palermo – che ne hanno addirittura assimilato l’accento, le abitudini. Un esempio: gli srilankesi che stanno a Napoli, giurano qui, sono estroversi, quanto i partenopei.

: Ancora un momento dell'homa.
: Ancora un momento dell’homa.

«Alcuni sentono davvero questo tempio come il loro», dice Hamsananda. «Quando arrivano per le grandi celebrazioni, come il Ganesh Chaturti o il Dipavali – il Natale indiano, quando le colline qui intorno si rischiarano col fuoco di migliaia di lumini – portano sempre il riso, l’olio per accendere le lampade, ecc. C’è anche chi, da anni, viene molte ore prima per cucinare».

Dal 1999, i cuochi al Ganesh Chaturti sono gli stessi. «Scriva: le famiglie Karthiegesv, Theivam e Valli», dice un uomo giovane fra 35 e i 40 che, ridendo, rifiuta di dare le sue generalità e continua a dirigere imperterrito il traffico attorno ai fornelli. Sono in 12 fra capifamiglia, mogli, figli, cugini. Partono da Biella, verso le 3 del mattino, e suonano il campanello dell’ashram alle 5. Subito dopo entrano in cucina: mettono su l’acqua, e iniziano a tagliare le verdure. «L’ideale è essere in 4-5, capaci e veloci. Vede? Ora c’è troppa gente. Tutti si sono infilati qua dentro, con la scusa di chiedere se c’era bisogno».

La cerimonia si conclude con la rottura delle noci di cocco davanti alla statua di Ganesh.
La cerimonia si conclude con la rottura delle noci di cocco
davanti alla statua di Ganesh.

Sul tavolo di sinistra, c’è una montagna di riso basmati. Fuma ancora. Ne cucineranno 60 chili in tutto, sei per volta; dunque il pentolone sarà sempre sul fuoco. Anche gli altri fuochi sono occupati: qui da un ennesimo sambar; là da una zuppa di zucca (la pusani kari). Sul terrazzino, un altro piatto si sta raffreddando. Ma nessuno può assaggiare niente finché il cibo non verrà portato al tempio, e da lì uscirà consacrato. Quindi si va a occhio, sia per il sale che per le spezie e il peperoncino.

«L’anno scorso, non ho avuto il tempo di partecipare né alla puja né all’homa. Sono stato sempre in cucina», commenta laconico il cuoco. «Stavolta? Speriamo di farcela...». Ma il pranzo, cui seguono canti e danze, è davvero parte integrante della cerimonia. «Che siano loro, gli immigrati, a volersene occupare è un segnale di forte integrazione», conclude Hamsananda. «E anche un modo per esprimere l’enorme gratitudine».

Donna hindu in preghiera.
Donna hindu in preghiera.

Un’anziana donna indiana, con i capelli raccolti dietro la nuca, gli occhiali da vista e un sari color rosa, ferma Uma («madre divina») – che si è convertita alla religione dei Veda più di venti anni fa – e le dice, nel suo stentato italiano: «Erano anni che non partecipavo a un Ganesh Chaturti. Ma abito a Genova, non guido. Stavolta sono riuscita a trovare un posto su un pulmino... Non so come ringraziarvi».

Alessandra Garusi

Jesus n. 10 ottobre 2006 - Home Page




 



 


   


   

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