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Il "fenomeno Veneto", con la teoria del "piccolo è bello", si è ingolfato. Resta solo il familismo e la chiusura leghista verso gli stranieri? A guardare le ricerche sociali, no: perché qui gli immigrati si stanno integrando meglio che altrove. E se tanti (anche tra i credenti) hanno paura del nuovo, ce ne sono altrettanti impegnati nell’accoglienza.

 

IL VIANDANTE E IL CAMPANILE
Viaggio in Italia -
VENETO - TRENTINO ALTO ADIGE - FRIULI

Dire Dio nella crisi del Nordest
di Angelo Bertani
  
 

Per decenni è stato considerato «la sacrestia d’Italia»: migliaia di fedeli, di parrocchie, di vocazioni, di missionari. Poi per il Nordest è arrivato il miracolo economico, il rapido arricchimento, una forte secolarizzazione. E ora che il "modello Nordest" è entrato in crisi, la società civile e la Chiesa sono disorientate. Viaggio in una terra fatta di contraddizioni: tra tentazioni di egoismo e voglia di solidarietà, tra rischi di intolleranza e grande slanci di generosità, tra religiosità tradizionale e nuovo impegno socio-pastorale.
   
  

C’era una volta il Veneto agricolo e laborioso, umile e religioso. Così povero da cercare la via dell’emigrazione oltre oceano, o magari anche nelle terre bonificate del Centro-sud, ancora umide di malaria. Così generoso da inviare missionari e missionarie in tutto il mondo; sacerdoti e vescovi in tutta Italia.

Poi è apparsa un’altra immagine: dal lavoro e dall’astuzia è nata quasi d’improvviso una nuova ricchezza. E insieme con essa un modello di vita tutto diverso, fatto di benessere ma anche di egoismo. Le famiglie tenute insieme più dal patrimonio che dall’amore, le città ostili verso gli immigrati, una gran voglia di divertirsi e di evadere le tasse. Ma, come tutte le semplificazioni e gli slogan, anche questa immagine è falsa. E poi: diciamo Veneto ma intendiamo il Triveneto che nella geografia ecclesiastica è un’unica regione, con un solo episcopato. Ma il Triveneto riunisce territori diversissimi per storia e geografia, economia e cultura; gente di montagna, di mare e di pianura. Il patriziato veneto e i profughi dalle martoriate regioni dell’Est. La cultura raffinata della Fondazione Cini o degli atenei di Padova o di Trieste; e i riti settimanali delle megadiscoteche.

Una veduta panoramica del Canal Grande a Venezia.
Una veduta panoramica del Canal Grande a Venezia
(foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Qui troviamo veramente tutto e il contrario di tutto: il Nordest d’Italia è un paese con oltre 6,5 milioni di abitanti, confina con tre nazioni (Svizzera, Austria e Slovenia) e con due regioni (Lombardia ed Emilia-Romagna). Non è neppur vero che vi si parli una sola lingua, quella veneta. Oltre all’italiano da sempre si parla il tedesco e il furlan; ma ora per strada hanno cittadinanza tutti gli accenti, i dialetti e le lingue d’Europa, e non solo.

Questa regione non solo ha tanti volti e subisce influenze diverse; ma soprattutto sta cambiando con grande rapidità e in maniera non sempre omogenea. Descriverla oggi è difficile; ma prevedere come sarà domani è quasi impossibile. Però qualcuno ci prova. In nessuna regione italiana c’è stato un fiorire di istituzioni che cercano di capire dove sta andando la società (e l’economia, la religione, la politica, e i giovani...). Per esempio la Fondazione Benetton e la Fondazione NordEst, volute dal mondo industriale; e l’Istituto Rezzara o la Fondazione Zancan o l’Osservatorio socioreligioso del Triveneto, promossi dalle realtà ecclesiali.

Primo piano del fiume Sile, che attraversa Treviso.
Primo piano del fiume Sile, che attraversa Treviso

(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua)
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«Certo, il cosiddetto modello veneto si è ingolfato. E le stesse ragioni che avevano provocato il miracolo ne determinano adesso la crisi», spiega Italo De Sandre, professore di Sociologia all’Università di Padova. Quelle ragioni sono il localismo, il familismo, la flessibilità, la bravura a imitare e perfezionare... Piccolo è bello, ma senza ricerca e sinergie non dura per sempre. Da tempo studiosi come Ardigò e Diamanti avevano capito come sarebbero andate le cose e ora si sta studiando come superare le difficoltà. Ad esempio la delocalizzazione. Crea problemi; ma se è accompagnata dalla capacità di fare squadra, di collaborare con le istituzioni, di investire in ricerca può essere una strada. La vera questione è di essere consapevoli dei problemi e avere la volontà di risolverli seriamente, guardando avanti, senza demagogia o polemiche sterili.

Una delle cause di tensione è lo scontro tra le novità e la mentalità chiusa, tradizionalista. C’è un Veneto miope e nostalgico che rifiuta l’innovazione e che scrive sulla porta dei locali: «Cabernèt sì, Internèt no». L’atteggiamento verso gli immigrati è complesso: c’è bisogno del loro lavoro, ma c’è anche sospetto e ostilità. «La gente ormai accetta gli stranieri con paura e con l’amaro in bocca», spiega Franco Pittau, commentando sul Gazzettino una indagine realizzata in febbraio da Demos. Eppure risulta che solo un intervistato su tre è davvero preoccupato per la presenza degli immigrati. In passato erano di più.

Una panoramica di Fiera di Primiero, in provincia di Trento, e sullo sfondo le Pale di San Martino.
Una panoramica di Fiera di Primiero, in provincia di Trento,
e sullo sfondo le Pale di San Martino (foto Periodici San Paolo/A. Scalcione).

Secondo un’altra indagine risulta in realtà che il Veneto è la regione in cui gli immigrati si integrano meglio: vuol dire che c’è lavoro (magari quello sgradito agli italiani). Ma significa anche che c’è spazio e accoglienza. L’impressione semmai è che qualcuno, soprattutto da destra, soffi sul fuoco della paura enfatizzando le difficoltà. Purtroppo, rileva Pittau, «sorprende che spesso chi va di più in chiesa ha anche più paura degli immigrati». Si può pensare che ci sia il timore di perdere la propria identità tradizionale, senza pensare che essa rischia a causa del consumismo e della colonizzazione culturale delle Tv commerciali molto di più di quanto rischia per la presenza di extracomunitari. Secondo un’indagine del Censis essi lavorano più della media degli italiani, risparmiano di più e sono più fiduciosi verso il futuro. Forse sono più vicini alle tradizionali virtù dei veneti...

In questa regione invece c’è stato anche un sindaco (Gentilini, di Treviso) che quando il vescovo della città aveva dato ospitalità agli immigrati senza casa, lo aveva bacchettato dicendo che lui, il vescovo, non sapeva che cosa fosse la carità cristiana. E fa una certa impressione sapere che un tempo gli uffici regionali che si occupavano degli immigrati in Veneto si chiamavano appunto "Servizio immigrati" mentre adesso l’assessorato regionale ha per nome "Politiche della sicurezza e flussi migratori". È la visione leghista per cui extracomunitari e poveri sono anzitutto un problema di ordine pubblico.

Un finanziere controlla i documenti su un autobus di linea tra Italia e Slovenia al Valico di San Gabriele, vicino Gorizia.
Un finanziere controlla i documenti su un autobus di linea tra Italia
e Slovenia al Valico di San Gabriele, vicino Gorizia
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

Se molti cristiani della domenica hanno paura, le comunità cristiane più attive e consapevoli sono in prima linea per affrontare i problemi con solidarietà e intelligenza. L’Osservatorio socioreligioso del Triveneto ha appena realizzato un’ampia indagine in collaborazione con la Caritas, che è forse oggi la realtà più viva e che meglio caratterizza la Chiesa nel Triveneto. Il professor Sandro Castegnaro, che ha diretto la ricerca, rileva oggi una crescente povertà e una accresciuta distanza tra ricchi e poveri. Nel 2005 ha rilevato qualcosa come 50 mila interventi realizzati dagli oltre 100 Centri di ascolto diffusi in Veneto. Questi Centri sono la linea di frontiera di una Chiesa fraterna.

L’indagine dice che negli scorsi anni è continuamente aumentato lo stato di disagio e di povertà di un largo strato di popolazione, non solo fra gli immigrati ma anche fra gli italiani. Si chiamano "Centri di ascolto" ma solo un italiano su tre vi si reca solamente per essere ascoltato: il 16 per cento chiede da mangiare e il 22 cerca un lavoro. Due terzi ha alle spalle una situazione familiare sofferente o definitivamente compromessa. «Gli uomini sono in una situazione più difficile di quella delle donne» spiega Castegnaro. Sono i maschi a essere molto più spesso del tutto privi di reddito: ben oltre la metà dei casi. Il 58 per cento non ha lavoro, altri sono precari. Cresce anche (più di un terzo) la percentuale di persone del tutto prive di un’abitazione. E non mancano situazioni delicate e gravi anche fra i ventenni e trentenni. La domanda è come affrontare questa situazione: sviluppare la solidarietà e l’attenzione alle persone oppure affidarsi alla competizione selvaggia dove sopravvivono non tanto i più forti quanto i più spregiudicati?

Il vescovo di Treviso, incontrando gli amministratori comunali e provinciali, aveva detto: «La nostra popolazione è stata il capitale sul quale si è fondato il grande progresso economico e la qualità di vita di cui stiamo godendo. Ora si ripete un grido di allarme perché si constata che questo capitale si sta erodendo». Lo distrugge l’egoismo di chi non vuole accogliere e condividere gratuitamente. Anche di quelli che si credono generosi perché accolgono a casa, magari "in nero", personale di servizio di cui hanno bisogno, o che adottano bambini più per gratificazione che per generosità. Per ricostruire il capitale umano è necessario ritrovare una solidarietà fondata sulla giustizia, la legalità e il rispetto reciproco: liberare i poveri (italiani e stranieri) dal disagio e dall’emarginazione e sottrarre i ricchi dall’idolatria del profitto e dall’egoismo cieco. Non basta la buona volontà, servono scelte: sia di cultura civile che di formazione etica e religiosa profonda.

Piazza Unità d'Italia, a Trieste.
Piazza Unità d’Italia, a Trieste
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

Lo ricordava qualche mese fa, quasi un testamento spirituale poco prima di morire, Alfredo Carlo Moro parlando alla Fondazione Zancan su "Radici culturali, etiche e filosofiche di una socialità in evoluzione". Nel 1991, come vicepresidente di Giustizia e pace, egli aveva preparato il documento della Cei Educare alla legalità, uno dei testi più importanti pubblicati dai vescovi italiani negli ultimi anni. In settembre, a Malosco, Moro era tornato sul tema per dire: il Veneto come tutta la società italiana sta vivendo come le doglie di un parto. C’è qualcosa che muore e qualcosa che nasce. Il problema è di «capire se si tratta di un’apocalittica crisi epocale da cui l’uomo, la società e i valori morali usciranno inevitabilmente distrutti; oppure se viviamo un gigantesco processo di mutazione in cui vi sono certamente grandi margini di ambiguità e notevoli pericoli per l’uomo futuro, ma il cui esito negativo non è affatto scontato».

Dopo aver descritto la crisi del diritto, la decadenza della politica e anche alcune ambiguità della presenza ecclesiale nella società, Moro invitava a uno sforzo di intelligenza e di coraggio per capire e guidare le trasformazioni: «Non è tempo sprecato fermarsi a riflettere e analizzare le ricadute che queste trasformazioni in atto hanno sulla nostra vita di tutti i giorni e sugli impegni che vanno assunti per evitare derive esiziali per i singoli e per la società. L’avvenire è nelle nostre mani, ma solo se saremo coscienti delle trasformazioni in atto e artefici della nostra storia futura».

Un gruppo di ragazze in discoteca.
Un gruppo di ragazze in discoteca
(foto AP/G. Bull).

Nordest, tra egoismo e solidarietà

Lo sforzo di capire e di operare c’è davvero in questo Nordest ricco e impaurito? Forse non dappertutto, forse molti pensano ancora soltanto a riempire i granai, come l’uomo ricco del Vangelo. Però anche qui c’è una quantità di piccole luci: iniziative di studio, di dialogo, di carità. Vengono da qui don Giovanni Nervo, il profeta eroico e lungimirante che ha dato volto alla Caritas italiana, e don Giuseppe Pasini che gli è succeduto alla Fondazione Zancan e tanti altri preti e laici eccezionali che hanno dato vita al Cum (Centro unitario per la cooperazione tra le Chiese), all’agenzia Misna e Unimondo. È nata da queste parti la Banca Etica e molte iniziative di commercio solidale.

Mi ha colpito vedere che spesso le iniziative di studio e di riflessione non sono chiuse nella torre d’avorio della "cultura" ma si legano a scelte di vita e gesti di solidarietà, di azione concreta. Non fanno maggioranza, né chiasso; ma ci sono e lavorano. Costruiscono il futuro con pazienza e con amore. A Trento, per esempio, c’è la sede della Congregazione di Gesù sacerdote, fondata da padre Mario Venturini per la santificazione del clero e l’aiuto a sacerdoti in difficoltà. Ma accanto all’accoglienza e a varie iniziative formative e di carità in questa casa si realizzano anche due notevoli riviste: Presbyteri e Spirito e Vita. Sono pubblicazioni di spiritualità, dedicate anzitutto a preti e religiose; ma sono così vive e attente alla realtà da essere interessanti per tutti. Le coordina, insieme all’équipe dei Padri Venturini, Sitia Sassudelli che per molti anni fu presidente nazionale della Fuci e poi dell’Azione cattolica a fianco di Vittorio Bachelet.

Un abitante di Verona conversa amabilmente con un giovane immigrato.
Un abitante di Verona conversa amabilmente con un giovane immigrato
(foto Periodici San Paolo/Catholic Press Photo/M. Rossi).

Presbyteri, facendo la diagnosi della situazione italiana a dieci anni dal convegno ecclesiale di Palermo, segnala «i poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi, la sconsiderata competizione in cui vale il successo e non l’impegno (rappresentata dai nuovi giochi Tv senza cultura e neppure nozionismo, ma solo il caso per diventare ricchi...)». E indica poi la scomparsa della classe media: tutti proletarizzati e insicuri del domani, tranne i ricchi che sfortunatamente hanno assunto il ruolo di "modello" nel senso che sono oggetto dell’invidia e dell’imitazione. Sitia Sassudelli rileva però che in Trentino la solidarietà ha resistito e tuttora prevale; e verso gli immigrati c’è un fondamentale atteggiamento di accoglienza, senza razzismo. Certo questa è sempre stata terra di missionari, di volontari; le forme sono cambiate, ma la sostanza tuttavia è restata soprattutto come solidarietà verso chi ha bisogno di aiuto: dagli emarginati che abitano vicino a noi ai poveri del Terzo mondo. E qui è nato il sorriso e l’amicizia del movimento dei Focolari con Chiara Lubich.

«C’è sensibilità e anche voglia di giustizia e solidarietà», le fa eco don Cristelli, «ma, fatta eccezione per l’ufficio missionario diocesano, non vedo molta capacità di tradurre la solidarietà in progettualità culturale e politica». Vittorio Cristelli ha diretto per vari anni il settimanale diocesano Vita Trentina, facendone voce autorevole e vivace della coscienza cristiana. Ora è impegnato, tra l’altro, a rilanciare la "Scuola di formazione sociale" creata da Franco Demarchi, uno dei maestri della moderna sociologia di ispirazione cristiana. E auspica che siano i laici cattolici a riprendere la parola: «La mia speranza è che col Convegno ecclesiale di Verona si riparta da Loreto, anzi da prima di Loreto. Fu lì che abbiamo perso l’occasione di essere testimoni della speranza in questo tempo. Lì fu scelto un certo tipo di "presenza" anziché l’annuncio evangelico, religioso. Il clericalismo ha favorito l’afasia dei laici». E senza una vera e libera iniziativa dei laici non si riuscirà a elaborare una adeguata risposta culturale ai problemi.

La laguna di Sacca Scardovari, sul delta del Po, in provincia di Rovigo.
La laguna di Sacca Scardovari, sul delta del Po, in provincia di Rovigo
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

«Nelle Chiese locali, almeno alcune, non c’è un’atmosfera di silenzio o di chiusura», spiega Michele Nicoletti, «ma è il clima generale che non è esaltante anche perché la teologia prevalente non è più quella del Concilio. C’è meno spazio per i laici salvo quelli di alcuni movimenti che sono legati a preti o a vescovi e così al Papa». Più che una ecclesiologia di comunione è una specie di rapporto fiduciario che lega ciascun gruppo o movimento al vertice gerarchico, ma non agli altri componenti del popolo di Dio. Nicoletti insegna Filosofia all’università ed è anche tra i fondatori dell’associazione "Oscar Romero" e della rivista-laboratorio Il Margine, che si pubblica a Trento, ma cui partecipano anche persone e gruppi di altre città; al periodico si affianca ora l’omonima casa editrice.

La vivacità e il numero delle piccole riviste di ispirazione cristiana è veramente un segno dei tempi. A Mestre c’è Esodo; anch’essa nata alla fine degli anni Settanta, anch’essa frutto di una riflessione comune e di un lavoro di équipe cui partecipano, tra gli altri, Gianni Manziega, Carlo Bolpin e Carlo Rubini. A Pordenone c’è Il Momento, espressione delle attività del Centro presenza e cultura. A Verona ha sede una delle più belle e incisive riviste cristiane: Nigrizia, dei padri Comboniani. A Padova, tra tante altre iniziative, si stampa Valori, mensile di economia sociale e di finanza etica (vicino a Banca Etica), e le edizioni Messaggero pubblicano da più di 25 anni CredereOggi, rivista di teologia e pastorale molto impegnata, secondo l’insegnamento di Luigi Sartori, a discernere i segni dei tempi e le attese dell’evangelizzazione.

Per chi guarda oltre le apparenze e non si limita alle episodiche manifestazioni di massa, il problema dell’evangelizzazione riguarda in modo speciale il mondo giovanile. È vero, come rileva Nicoletti, che oggi i giovani ripartono da zero, sono quasi come una tabula rasa e dunque non hanno pregiudizi ideologici e hanno una disponibilità spirituale e culturale a ricevere messaggi. È anche vero però che c’è una difficoltà obiettiva a offrire loro qualcosa di importante e di comprensibile. È relativamente facile parlare e proporre una mobilitazione sul volontariato, la giustizia; più difficile parlare di Dio, della vita, la morte, la ricerca della verità e il senso della vita. Anche i preti che si occupano di pastorale giovanile fanno spesso degli scivoloni verso le cose facili, emotive. Qualche volta ci si domanda se quelli che dovrebbero offrire ai giovani una testimonianza esistenziale, profondamente religiosa, una tale esperienza l’hanno vissuta e interiorizzata loro stessi.

Alcuni immigrati albanesi seguono un corso di avviamento professionale voluto dalla Regione Veneto.
Alcuni immigrati albanesi seguono un corso di avviamento professionale
voluto dalla Regione Veneto (foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

Già: serve la riflessione, la cultura. Ma poi se non c’è l’esperienza della vita resta una testimonianza muta, non comprensibile. Così si moltiplicano forme di vita cristiana che manifestano contemporaneamente una ricerca di profondità, di semplicità e di quotidianità. A Trento il delegato vescovile per la cultura don Andrea De Carli propone un cammino di speranza, verso Verona, secondo l’itinerario biblico dell’Esodo. A Marango, tra San Donà di Piave e Caorle, don Giorgio Scatto con alcuni fratelli e sorelle hanno dato vita alla "Piccola famiglia della Resurrezione". È una forma nuova e semplice di monastero in una regione che ne annovera molti di antichi e bellissimi (e anch’essi impegnati a rinnovarsi) come quello benedettino a Praglia o l’eremo camaldolese di San Giorgio, sopra il lago tra Garda e Bardolino. E ci sono parrocchie, come quella dei XII Apostoli, nel cuore di Venezia, dove il parroco don Luigi Battaglia prosegue la cura di un insieme di comunità neocatecumenali molto vive e impegnate in un cammino di fede e di carità.

Molte volte, infatti, più delle parole conta l’eloquenza dei gesti, i comportamenti limpidi. A Venezia, per esempio, c’è una esperienza di accoglienza che si chiama Casafamiglia San Pio X. Era stato infatti il patriarca Sarto ad avviarla quasi cent’anni fa, secondo lo stile di allora: alcune suore che ospitavano mamme e bambini finché non si trovasse una soluzione. Oggi, per scelta del patriarca Marco Cè (e confermata dal suo successore Angelo Scola), l’istituto è diventato veramente una comunità. Un gruppo di sposi, accompagnati dal responsabile diocesano per la famiglia monsignor Silvio Zardon, hanno creato un’associazione in forma di onlus e si è impegnato a gestire, animare la casa facendone veramente una famiglia allargata. Insieme con le donne e i loro bambini ospitati vivono a turno le altre coppie diventando come dei parenti. Responsabile dell’iniziativa, che si avvale anche di competenze professionali adeguate, è Piero Martinengo che sottolinea lo stile di fraternità e di normalità che si crea in questa casa. «È veramente un modo di dilatare l’amore coniugale, la vita della famiglia singola allargandola ad altri che ne hanno bisogno». E confessa: «Ciascuno di noi dà e riceve qualcosa».

Non è un istituto o un pensionato, ma veramente una famiglia in cui le persone trovano riparo, accoglienza, affetto e l’aiuto a riprendere una vita serena dopo vicende difficili: violenze, marginalità, sfruttamento, gravi fratture affettive. Con grande rispetto per le scelte di ciascuno, le persone sono poi aiutate a reinserirsi nella società trovando un lavoro, una casa e un equilibrio esistenziale. Martinengo quasi si commuove ricordando un episodio: «Era quasi Natale e in una chiesa, davanti al presepio, il parroco vide una ragazzina extracomunitaria che guardava il Bambino, pregava e piangeva. Le si avvicinò e capì che era disperata perché era in attesa di un bimbo e non aveva vie d’uscita. Non avrebbe potuto continuare il suo lavoro e dunque non aveva da mangiare. Non poteva tornare in patria poiché nessuno avrebbe accettato la sua gravidanza né il bimbo. D’altronde non voleva perderlo... Fu ospitata nella casa-famiglia, felice di aver avuto la bimba, che volle battezzare dandole un nome che riassumeva la sua avventura: Letizia».

L'Arena di Verona.
L’Arena di Verona
(foto Periodici San Paolo/Catholic Press Photo/M. Rossi).

Non sempre la solidarietà e l’accoglienza sono svolte da istituzioni esplicitamente legate alla comunità ecclesiale. Se alla Giudecca c’è questa casa-famiglia, a Mestre c’è la Casa dell’ospitalità, istituzione del Comune diretta da Nerio Commisso che ospita numerose persone sole e in difficoltà. L’obiettivo è di aiutare a uscire dalla marginalità senza ricorrere a forme di assistenzialismo e responsabilizzando invece ciascuno a recuperare ed esprimere le sue capacità di lavoro e di socialità attraverso progetti personalizzati. È proprio grazie a questa responsabilizzazione, quasi un’autogestione, che la Casa ha un costo estremamente contenuto e una particolare efficacia nel restituire agli ospiti una buona qualità di vita.

Testimonianze di speranza infatti non si sviluppano solo attraverso iniziative che portano il nome cristiano e sono promosse dalla comunità ecclesiale ma possono essere realizzate in ogni circostanza della vita. Certe volte sono anche più eloquenti se il lievito evangelico è presente in gesti e realtà vissuti insieme a tutti gli uomini, credenti e non.

Un giovane al lavoro in una serra a Monselice, in provincia di Padova.
Un giovane al lavoro in una serra a Monselice, in provincia di Padova
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

Laici, pace e sacramenti

L’impegno per la pace, frutto di giustizia e di fraternità, è uno dei campi in cui più spesso lavorano insieme cristiani e uomini di buona volontà che ritengono, o dicono, di non avere una fede. Eppure proprio il movimento per la pace, nelle sue mille forme, è una grande sorgente di speranza. Da cinque anni a Venezia Giovanni Benzoni col suo "Progetto Iride" e la collaborazione di enti locali organizza il "Salone nazionale della editoria della pace" e promuove la pubblicazione dell’Annuario geopolitico della pace, fotografia dei dodici mesi di guerre e di speranze di pace.

Tutto il Triveneto è attraversato dalla speranza di pace. Una speranza, in verità, che a tratti diventa ansia e persino angoscia. Ma che trova nel riferimento al Vangelo una forza che la rende invincibile. Ne è ben convinto don Albino Bizzotto, il fondatore di "Beati i costruttori di pace", il movimento che insieme a Pax Christi costituisce l’avanguardia cristiana in quest’ambito difficile e decisivo. Don Albino abita alla periferia di Padova, in un modesto edificio che è anche la sede del movimento. Gli ricordo le grandi manifestazioni del 1989 e del 1991 all’Arena di Verona, con Turoldo e Balducci, Zanotelli e Rigoberta Menchu contro la prima guerra dell’Iraq, e poi nel 1992 la carovana di pace a Sarajevo (assediata e bombardata) con 500 giovani col vescovo di Molfetta Tonino Bello; e, anche recentemente, le marce a Caserta con il coraggioso vescovo Nogaro.

Che cosa è cambiato dagli anni scorsi? «Negli ultimi tempi», dice don Bizzotto, «mi sembra che si siano molto diffuse nella Chiesa alcune idee su pace, multiculturalità, ambiente, unità della famiglia umana. Però mi sembra che l’azione delle nostre istituzioni, penso alle parrocchie, sia ancora troppo imperniata sulla centralità dei sacramenti anziché sulla centralità della storia. Bisognerebbe tornare alle riflessioni degli anni Settanta sulla priorità della evangelizzazione sulla sacramentalizzazione. I giovani cercano Dio nelle vicende della nostra umanità, mentre è saltata una concezione istituzionale e patriarcale della religione. Il materialismo pratico, il consumismo, la prepotenza del potere e del danaro hanno contribuito molto a una caduta della religiosità che rinasce però nelle esperienze di condivisione, di vita comunitaria e di incontro con la Parola, penso ai gruppi biblici... Certo i giovani non possono capire una religione legata alla pratica tradizionale, alle offerte di soldi alla chiesa e contemporaneamente ad atteggiamenti egoisti e razzisti. Un tempo la saggezza cristiana suggeriva una specie di diffidenza nei confronti dei ricchi; adesso, purtroppo, prevale invece la diffidenza verso i poveri. Questa inversione è scandalosa perché contraddice frontalmente il Vangelo».

Giovani sventolano le bandiere della pace durante il terzo raduno del movimento "Beati i costruttori di pace" all'Arena di Verona.
Giovani sventolano le bandiere della pace durante il terzo raduno
del movimento "Beati i costruttori di pace"
all’Arena di Verona (foto Periodici San Paolo/A. Scalcione).

Quel che don Bizzotto dice con tanta serenità e chiarezza lo pensano in molti; e dovrebbe costituire probabilmente il nucleo della riflessione e dell’autocritica al prossimo Convegno ecclesiale di Verona. Analogamente a Pax Christi, "Beati" opera una mediazione difficile e preziosa tra certi temi scottanti e l’intera comunità ecclesiale. Per questo si sono rivolti a vescovi e fedeli dando voce alla coscienza dei credenti di fronte a guerre e ingiustizie. Già nel 2004 avevano denunciato ad esempio le orrende stragi di Falluja quando quasi nessuno ne parlava. Per la Pasqua del 2005 migliaia di persone hanno firmato l’appello ai vescovi e alle comunità cristiane su pace, accoglienza degli immigrati, scelta preferenziale per i poveri, educazione alla legalità e soprattutto sul rischio di trasformare la fede in una religione civile al servizio del potere politico, economico e dell’egoismo conservatore.

Anche monsignor Beniamino Pizziol, vicario generale della diocesi di Venezia e braccio destro del cardinale Angelo Scola, è ben consapevole della distanza – fatta più di disinteresse che di polemica – tra la Chiesa e il mondo giovanile. Anche per questo motivo la visita pastorale da poco iniziata si basa sull’incontro tra il patriarca e i fedeli, soprattutto giovani, sul racconto delle esperienze personali profonde, secondo il programma: raccontarsi per riconoscersi. Emergono così, spiega, i vari e imprevedibili modi in cui ciascuno si incontra con Cristo. Ne è già nato un dvd che è quasi un film e un libro, La Bellezza e il Senso: 100 storie e 1 incontro, che è poi l’incontro con Cristo.

La basilica di Sant'Antonio, a Padova.
La basilica di Sant’Antonio, a Padova

(foto Periodici San Paolo/A. Bertotti)
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Valorizzando il metodo "esperienziale" di Cl e ancor prima di Gioventù studentesca, della quale Scola fece parte fin da giovane studente, gli incontri, il libro e un po’ tutta la pastorale del patriarca intendono recuperare la ricchezza della realtà quotidiana e le molte possibilità che la comunità cristiana offre alle persone per scoprire la bellezza imprevedibile della vita. La Chiesa veneziana cerca così di mantenere una dimensione di popolo, evitando di ridursi a una rarefatta comunità di élite. In questa stessa direzione è stato costituito un vero e proprio "sistema scolastico" diocesano, che comincia con la scuola materna e giunge fino al liceo. Quanto al livello universitario è stato avviato un Istituto superiore di scienze religiose, il cui titolo ha il riconoscimento statale, e una facoltà di Diritto canonico collegata con l’Ateneo Santa Croce dell’Opus Dei a Roma. Qui studiano ormai un centinaio di studenti, di cui un terzo proveniente da Paesi extracomunitari grazie a borse di studio offerte tramite il patriarcato.

Quanto alla Teologia, ora Padova ospita nuovamente la facoltà regionale cui sono collegati i vari istituti esistenti nelle diocesi. Molto interessante è poi la rete di incontri che contribuisce a diffondere la conoscenza e la familiarità con la Bibbia. La Scuola biblica era stata fondata negli anni ’80 da don Bruno Bertoli e dal cardinale Marco Cè, che tuttora è presente nella sua antica diocesi con sapienza e discrezione, predicando esercizi spirituali a laici e preti; e quest’anno li ha tenuti anche al Papa. Oggi la Scuola biblica coinvolge oltre 1.000 persone in diocesi con una serie articolata di lezioni impegnative: c’è iscrizione e obbligo di frequenza e orari che coprono praticamente tutti i giorni della settimana. Piccolo particolare: la scuola si autofinanzia, nonostante abbia potuto avvalersi di biblisti famosi come Cavedo, Fabris, Ravasi, Monari, De Zan.

Il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola.
Il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola

(foto La Presse/A. Catalano)
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Non è uno studio astratto o "metodologico": si affronta ogni anno un libro della Bibbia. Come spiega Maria Leonardi, coordinatrice e responsabile della scuola, «essa non richiede né rilascia diplomi, è aperta a tutti, non ha programmi limitati a un ciclo di pochi anni. E ha un solo testo obbligatorio: la Bibbia». Anche se non rilascia diplomi tuttavia educa le persone a capire e amare la Scrittura in modo tale che essi stessi diventano animatori di quei numerosissimi "gruppi di ascolto" che si riuniscono poi nelle case o nelle parrocchie per leggere una pagina biblica ogni volta e confrontarla con l’esperienza della propria vita: un’esperienza che coinvolge ogni anno più di seimila persone, spesso intere famiglie.

Insomma, anche nel Veneto invaso dal benessere, dispersa in mezzo a gente che fa solo i propri affari e sta chiusa dietro le sue porte blindate, c’è anche qui una moltitudine quasi invisibile di quelli che sarebbe forse giusto chiamare «beati». Quando si dice beati si pensa a fortunati e felici per il conto in banca, le occasioni di divertimento, la considerazione sociale... Questi invece sono beati perché camminano ogni giorno cercando di vivere secondo il Vangelo della Montagna: beati i discepoli della Parola, che la ascoltano e la mettono in pratica, i costruttori di pace, i difensori della legalità, quelli che si sono liberati dalla paura, i miti che non fanno carriera, gli amici dei poveri.

Il laboratorio iconografico della comunità monastica di Marango, vicino Caorle.
Il laboratorio iconografico della comunità monastica di Marango,
vicino Caorle (foto Periodici San Paolo/F. Tagliabue).

Don Luciano Padovese, responsabile della Commissione giustizia e pace e moderatore del Consiglio presbiterale di Pordenone, teologo e fondatore del centro culturale-editoriale "Presenza e cultura", ha scritto un libro che riflette i dilemmi della coscienza cristiana oggi, con un titolo bellissimo: Verso il nuovo senza paura. Un tempo da vivere nella speranza. Gli chiedo con che volto il nuovo si presenta oggi nel Nordest d’Italia. «Parlando di futuro», mi risponde, «ci si trova spesso a constatare, nei giovani ma forse anche più nelle persone adulte, lo stato d’animo di grande paura. Senza dubbio ci sono motivi di apprensione per come gira il mondo. Soprattutto fa impressione il senso di precarietà (affettiva, economica, politica) in cui ci si trova a vivere, e non solo qui da noi. Ma viene spontanea qualche riflessione. Andando indietro nella nostra storia, c’è la memoria di gente che viveva molto peggio di oggi, eppure non era disperata. Non è forse che ci siamo montati la testa, e afflosciati, per via di arricchimenti veloci? Qui nel Nordest d’Italia, poi, in cui si mangiava tanta polenta, ora addirittura si guarda a quanti arrivano – per fare lavori che nessuno di noi vuol più fare – come a potenziali nemici. E non si pensa ai tanti che nel mondo vivono nella miseria e magari sorridono ben più dei ricchi nordestini».

E i credenti nel Vangelo riescono a essere testimoni della speranza? «Fa impressione riflettere sul fatto che siamo cristiani che dicono di credere in Gesù Risorto e che, di conseguenza, dovrebbero testimoniare speranza. Ma quale speranza, se non quella forza creativa che, secondo il Concilio ormai quarantenne, dovrebbe stimolare l’impegno di coltivare la terra presente? E poi», conclude don Padovese, «siamo davvero capaci di quella utopia che, come scriveva Paolo VI, dovrebbe far guardare con fiducia allo Spirito del Signore capace di scompigliare, con il nostro aiuto, ogni situazione stagnante di lamento e insoddisfazione?».

Angelo Bertani

La chiesa del Redentore, sull'isola veneziana della Giudecca.
La chiesa del Redentore, sull’isola veneziana della Giudecca
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

Chiesa veneta, popolarità e concretezza

Dalla teologia viene l’ultima notizia che ha interessato le Chiese del Nordest: è stata inaugurata il 31 marzo la Facoltà teologica del Triveneto, un’imponente realtà accademica che, con l’innovativa formula "in rete", mette insieme 2.162 studenti e 390 docenti, tra istituti teologici e di scienze religiose. Ma poche settimane prima i vescovi della Cet s’erano occupati di impatto delle trasformazioni del lavoro e della società sulla vita quotidiana della gente; e da anni prosegue la ricerca, con alcuni tentativi di sperimentazione, sulla catechesi, in particolare a proposito dell’iniziazione cristiana. La regione ecclesiastica del Triveneto (o Nordest, come alcuni preferiscono) ha il suo punto di gravità nel Veneto, la regione centrale e più popolata. Sono nove le diocesi – una ogni città capoluogo di provincia più Chioggia e Vittorio Veneto –: tutte sedi di antica data, dei primi secoli del cristianesimo. Venezia, con il suo patriarcato (l’unico dell’occidente cristiano, con Lisbona), è sede metropolitana: la sua rilevanza, reale e simbolica, discende storicamente dall’espansione veneziana, nella parte centrale del secondo millennio; con l’espansione territoriale e l’importanza politico-diplomatica, acquistò rilievo il titolo ecclesiastico ereditato da Aquileia, tanto che Venezia rimane a tutt’oggi, in situazioni mutate, sede cardinalizia.

Il cattolicesimo veneto si qualifica per la sua popolarità e concretezza, centrato sulla dimensione parrocchiale e con una forte presenza e attività dei preti: circa 3.500 i diocesani, a servizio di oltre 2.000 parrocchie; consistente la presenza dei religiosi, con punte notevoli per alcuni ordini (come i francescani conventuali che animano la basilica del Santo a Padova) e congregazioni femminili, per altro segnati dall’incremento dell’età media. Assai numerosi i missionari – preti, religiosi, suore e laici – oriundi dalle terre venete, impegnati nei cinque continenti sulle frontiere dell’evangelizzazione e della promozione umana.

I canali attraversano il centro di Chioggia.
I canali attraversano il centro di Chioggia

(foto Periodici San Paolo/P. Ferrari)
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Anche oggi, dopo le bufere della secolarizzazione, gli indicatori dell’appartenenza religiosa, della frequenza alla messa festiva, del legame con la propria parrocchia sono in Veneto più incoraggianti che altrove. Così la rilevanza culturale e d’opinione: vari musei diocesani offrono l’attestazione di una storia ricca di fede e d’arte; nove settimanali diocesani, diverse radio e due emittenti televisive (Telechiara e Telepace) sono ben radicati e presenti nel territorio, incidendo nell’opinione pubblica e contribuendo alla comunicazione del messaggio cristiano.

Tradizionalmente attivo il laicato veneto, anche associato: ha spesso abbinato l’appartenenza associativa e parrocchiale con un forte impegno nel volontariato (anche internazionale), nell’animazione sociale e politica, nell’educazione. Dopo il grande convegno, celebrato ad Aquileia-Grado dal 28 aprile al 1° maggio 1990 sul tema "Comunità cristiane e futuro delle Venezie", il cammino pastorale delle Chiese del Triveneto cerca risposte condivise ai problemi e richieste delle comunità del terzo millennio.

Cesare Contarini
direttore de La difesa del popolo settimanale diocesano di Padova

Un padre con il figlio in passeggino sul molo Audace, a Trieste.
Un padre con il figlio in passeggino sul molo Audace, a Trieste
(foto Periodici San Paolo/F. Tagliabue).

Trento-Bolzano e il calo dei preti

Le due diocesi di Trento e di Bolzano-Bressanone non arrivano, insieme, al milione di abitanti. Sono rette l’una da monsignor Luigi Bressan (dal 1999), l’altra da monsignor Wilhelm Egger (dal 1986). Entrambe, grazie alla loro situazione passata e presente, si pongono come cerniera tra esperienze storiche e culture diverse. Trento coltiva l’eredità del Concilio tridentino dedicandosi a favorire il dialogo ecumenico e interreligioso. La comunità di Bolzano-Bressanone si compone di tre gruppi linguistici e ha dunque una particolare vocazione all’incontro interculturale, alla comunicazione tra il Sud e il Nord d’Europa.

L’arcidiocesi di Trento lavora attualmente al superamento di una "pastorale di conservazione", volendo ripensare la presenza della Chiesa in modo particolare nel confrontarsi su quattro ambiti: un modo nuovo, adatto ai nostri tempi, per vivere coerentemente la domenica; l’attenzione alle giovani famiglie per aiutare a crescere nella fede cristiana; il comunicare ai giovani d’oggi la fede in modo appetibile; l’attenzione alla realtà sociale tenendo presente in particolare l’integrazione degli immigrati. Su questi punti ha elaborato il piano pastorale per gli anni 2003-2008.

Uno scorcio della città vecchia di Bolzano.
Uno scorcio della città vecchia di Bolzano
(foto Periodici San Paolo/F. Tagliabue).

Anche la Chiesa altoatesina, da parte sua, riconosce di trovarsi «di fronte a sfide importanti». Tra queste la crescente volontà dei laici di partecipare alla vita della comunità cristiana, la «coscienza del fatto che i beni della terra sono destinati a tutti gli uomini e che tutti gli uomini devono aver parte alla mensa della creazione», la rinnovata domanda di spiritualità, di religiosità, di comunità, la consapevolezza che «la Chiesa è viva quando fa dell’incontro con Gesù Cristo il centro della sua vita e della sua azione».

Entrambe le diocesi si confrontano col calo dei sacerdoti e anche per questo si orientano verso nuove forme di organizzazione. A Trento si vanno definendo le nuove "unità pastorali" nelle quali si articolerà la nuova geografia pastorale della diocesi. Esse dovranno prevedere nuovi «percorsi di condivisione, di servizio e di coordinamento, in un costante dialogo tra carisma e istituzione, vita vissuta e sostegno strutturale».

A Bolzano si lavora a una «pastorale della corresponsabilità» per cui i vari compiti e servizi dovranno essere ripartiti tra più persone possibili: si tratta di ampliare le forme di collaborazione pastorale già in atto, di inventarne di nuove e di chiamare a questa corresponsabilità il maggior numero di persone. Oltre a ciò è attualmente la famiglia al centro dei temi pastorali delle due diocesi.

Paolo Valente e Ivan Maffeis
Vita Trentina e Il Segno settimanali del Trentino-Alto Adige

Un operaio extracomunitario in una fabbrica di Castelfranco Veneto.
Un operaio extracomunitario in una fabbrica di Castelfranco Veneto
(foto Periodici San Paolo/A. Bevilacqua).

La crisi delle famiglie di scena in Friuli

Con la ricchezza multiculturale che le contraddistingue, le quattro diocesi del Friuli-Venezia Giulia stanno dando vita a un intenso cammino di preparazione verso il Convegno ecclesiale di Verona. È stata un’assemblea diocesana, il 29 aprile, a orientare il contributo dell’arcidiocesi di Udine. Significativi luogo e data dell’evento: Gemona del Friuli, ovvero l’epicentro del drammatico terremoto del 6 maggio 1976, proprio a ridosso del trentennale di questo evento luttuoso, ma dal quale nacque una memorabile spinta verso la rinascita e la ricostruzione.

Le case sono state ricostruite in tempi da record, ma ci sono altre scosse i cui effetti perdurano e si amplificano. «È il terremoto che lacera e disgrega molte delle nostre famiglie», ha detto più volte l’arcivescovo di Udine, Pietro Brollo. Va riacceso lo stesso fuoco di testimonianza evangelica che animò nel post-sisma 130 gemellaggi con le parrocchie terremotate: le 66 diocesi italiane e le 64 comunità cristiane friulane che accorsero in aiuto dei senzatetto si riuniranno a Gemona il 5 maggio per rivivere il clima di vera carità di quei giorni.

La chiesa di Santa Eufemia a Grado, in provincia di Gorizia.
La chiesa di Santa Eufemia a Grado, in provincia di Gorizia
(foto Periodici San Paolo/N. Leto).

La Chiesa udinese, protagonista della rinascita dal terremoto, testimone di speranza ieri e oggi è il tema su cui da tre mesi si stanno preparando le parrocchie friulane. Un cammino declinato su vari versanti: la vita affettiva, mai così fragile in una terra che detiene il record italiano dei divorzi; il senso del lavoro e della festa, messo in crisi da un mondo produttivo che non conosce soste; fragilità e povertà umane, sempre in crescita anche nell’opulento Friuli; come trasmettere la tradizione di fede di un popolo che si sente minacciato dalla globalizzazione; il senso della cittadinanza, di fronte a una politica in crisi e alla tentazione di chiudersi a guscio nel "privato".

L’arcidiocesi di Gorizia ha invece scelto di affidare a 5 commissioni (con una settantina di delegati) l’approfondimento sul tema Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, articolato nei 5 ambiti suggeriti dalla Cei. Questi gruppi di lavoro si incontreranno quindicinalmente fino all’appuntamento di Verona.

Anche la Chiesa di Concordia-Pordenone affida a un’assemblea diocesana ai primi di giugno il compito di fare il punto sull’avvicinamento verso Verona. Nell’occasione verrà presentato il piano pastorale 2007-2009, che verrà aggiornato dopo il Convegno ecclesiale nazionale. Infine la diocesi di Trieste ha scelto di declinare i temi di Verona in un ambito di particolare attualità: quello dei rapporti familiari, in cui i cristiani della Venezia Giulia sono invitati a rendere visibile l’amore di Dio testimoniandolo con relazioni umane sempre più autentiche.

Roberto Pensa
caporedattore di Vita Cattolica

Segue: La sfida? Superare la precarietà etico-religiosa

Jesus n. 5 maggio 2006 - Home Page




 



 


   


   

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