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DOSSIER - Il potere e la gloria

Parlare di Dio al mondo
attraverso le opere d’arte
di Giuseppe Cionti
  

L’arciprete della basilica di San Pietro, cardinale Francesco Marchisano, spiega che la Grazia parla agli uomini anche attraverso il "linguaggio del bello". 
E racconta di quella volta che un gruppo di delegati ecumenici si soffermò in preghiera sulla tomba di Pietro...

   

«Nessun potere, se non quello che proviene dalla Grazia di Dio». Risponde così indirettamente alle tesi di uno dei maggiori storici dell’arte cristiana che nel suo ultimo libro aveva parlato dei Papi e della basilica di San Pietro in termini di «potere e perdono», il cardinale Francesco Marchisano, arciprete della basilica. Grande amico di papa Giovanni Paolo II, il porporato parla della basilica sorta sulla tomba del "Principe degli Apostoli" come di un’unica opera d’arte costruita nei secoli a gloria di Dio e come mezzo di "pre-evangelizzazione": «Il termine "potere" legato all’edificazione della basilica è, a dir poco, ambiguo. Occorre capire bene il significato che gli si attribuisce. Il Signore stesso ha detto: "Il mio Regno non è di questo mondo". Per cui, la concezione non è paragonabile a quella di un re di questo mondo. Diverso è il discorso se si intende il potere della Grazia, il potere della vita che Dio dona alle persone che pregano e credono. Solo in questo senso si potrebbe parlare di un certo "potere". È un fatto, però, che la basilica e la storia che ha alle spalle continuano ad avere grande influsso nell’ambito del bene generale anche dei nostri tempi».

La basilica vista dalla cima del colonnato del Bernini.
La basilica vista dalla cima del colonnato del Bernini
(foto La Presse/M. Ricci).

  • Quali significati spirituali assume questa celebrazione di mezzo millennio della più importante basilica della cristianità?

«Bisogna sempre tenere fisso il pensiero su cosa significhi, spiritualmente e storicamente, la basilica di San Pietro a cominciare da quella edificata da Costantino, che volle costruire un luogo di culto enorme per i suoi tempi proprio sulla tomba di Pietro. Ora la nuova basilica, di cui festeggiamo i cinquecento anni, non ha voluto far altro che continuare quella funzione religiosa e spirituale acquistando, naturalmente, delle dimensioni e delle caratteristiche ben diverse soprattutto dal punto di vista architettonico e artistico».

Il cardinale Francesco Marchisano.
Il cardinale Francesco Marchisano
(foto Periodici San Paolo/Catholic Press Photo/M. Rossi).

  • In che modo la grandezza e l’arte possono ancora suscitare il richiamo al Dio cristiano nell’uomo del Terzo millennio?

«Posso dare una testimonianza personale. Tutte le mattine faccio un giro per la basilica, sia per vedere come si lavora sia, soprattutto, per incontrare qualcuno. Posso assicurare che ho da riferire solo di testimonianza positive, alcune delle quali addirittura commoventi. Lo stesso fatto dell’enormità della struttura, la sua bellezza e le opere d’arte custodite al suo interno, parlano per quella prima evangelizzazione che le stesse opere d’arte religiose compiono. Quando Giovanni Paolo II mi nominò presidente della Commissione per i beni culturali della Chiesa nel 1988, mi chiamò e mi disse: "Ha visto che ho operato una piccola riforma della Curia, ho creato questo ufficio e vorrei affidarlo a lei". Io, che già conoscevo molto bene l’allora Pontefice, gli risposi: "Santità, la ringrazio ma non mi sento preparato...". Il Papa mise le mani conserte e prese a guardare il soffitto per qualche minuto. Poi ribatté: "E io ero preparato forse per essere Papa? Eppure eccomi qui di fronte a lei...". A quel punto ho accettato. Poi Giovanni Paolo II iniziò una riflessione sulla funzione dell’arte per la religione dicendomi questa frase testuale: "Se io, come arcivescovo di Cracovia, ho potuto fare qualcosa di bene con i lontani è perché ho sempre cominciato con i beni culturali della Chiesa e con le sue opere d’arte che hanno un linguaggio che tutti conoscono e che tutti accettano: il linguaggio del bello. È su questo linguaggio che ho potuto innestare un discorso che per altra via sarebbe stato impossibile". Voleva dire che l’arte ha un linguaggio facilmente comprensibile a tutti. Per cui la basilica sa "parlare" anche ai non credenti».

La Palazzina di Leone XIII, nei Giardini vaticani.
La Palazzina di Leone XIII, nei Giardini vaticani
(foto Periodici San Paolo/E. Barontini).

  • Ciò che colpisce, tra le altre cose, il fedele e il pellegrino che giungono a Roma è la maestosità e i grandi spazi della piazza e della basilica. Non grandiosità, quindi, ma "segno" architettonico dell’universalità della Chiesa e, quindi, del messaggio cristiano?

«Proprio così. All’edificazione della basilica come la vediamo oggi hanno contribuito artisti meravigliosi, da Bramante a Michelangelo, da Raffaello a Bernini. Non so se c’è nel mondo una struttura architettonica con il contributo di così tanti artisti lungo i secoli. La basilica ha un archivio dove sono custoditi tutti i documenti (tre milioni e mezzo circa) che riguardano la sua costruzione fino a oggi: quando gli studiosi vengono a fare ricerche restano sbalorditi dagli scritti di Michelangelo o dagli schizzi di Raffaello e di tanti altri artisti».

L’archivio storico della Congregazione per le cause dei santi.
L’archivio storico della Congregazione per le cause dei santi
(foto Periodici San Paolo/A. Del Canale).

  • Non c’è dubbio, però, che San Pietro rappresenta anche il segno tangibile del "ministero petrino", uno dei punti di maggior dibattito con i fratelli di altre confessioni cristiane. La stessa basilica potrà rappresentare nel Terzo millennio un centro di fede anche nell’ottica ecumenica?

«Come arciprete della basilica accompagno spesso gruppi di persone e anche il Consiglio per l’unità dei cristiani mi prega di dare un aiuto in questo senso. Solo pochi giorni fa sono giunti una trentina di studenti della Facoltà teologica di Atene. È stata un’esperienza toccante, soprattutto quando hanno intonato i loro bellissimi canti alla Madonna o hanno pregato nella Cappella dei Canonici sull’altare di san Gregorio Nazianzieno. Ero commosso nel vedere quei giovani, il vescovo che li accompagnava e numerosi sacerdoti baciare l’altare e poi, sulla tomba di Pietro, proseguire i loro canti. Ma questo capita spessissimo. Ricordo che sulla tomba di Pietro arde sempre una lampada donata dal Patriarca Atenagora che così ha voluto porre un segno della devozione degli ortodossi. Voglio dire che la basilica è già un luogo di incontro e di preghiera tra i cristiani. Qualche anno fa, sempre accompagnando un gruppo di rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, questa volta, sugli scavi sottostanti alla basilica, un famoso professore della Facoltà teologica di Tessalonica mi disse all’uscita: "Francesco, ti ringraziamo infinitamente per averci fatto vedere questi scavi perché le pietre hanno parlato. Ora non esiste per me più alcun problema sulla presenza e il martirio di Pietro a Roma"».

Giuseppe Cionti

Jesus n. 4 aprile 2006 - Home Page




 



 


   


   

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