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Nella vita spirituale, il gusto riaccende il desiderio della "dulcedo Dei" di cui parlavano i mistici e i teologi del Medioevo.

Anche per il gusto vale la regola dell’ossimoro, alla base della vita cristiana: quella spirituale è una sobria ebrietas.

 

CULTURA - Il giardino delle delizie sensi e spiritualità

Gusto, dunque so
di Piero Pisarra
giornalista sociologo
  

Lo slow food, oggi assai di moda, è forse l’ultimo rifugio di una generazione che ha perso ogni certezza: una "gastrosofia" per un mondo orfano di divinità. Eppure, l’esaltazione del gusto ha il pregio di riscoprire il più negletto dei cinque sensi. Che nella Bibbia e nella storia della Chiesa ha avuto un ruolo centrale.
   

Da Marx a Petrini, profeta di Slow food. Dagli scontri di piazza alla rivoluzione dei fornelli, dalle proteste per la guerra in Vietnam alle battaglie per il lardo di Colonnata e la vacca chianina. Chi sa se ha ragione Manuel Vázquez Montalbán. Chi sa se quella del gusto è l’ultima rivoluzione possibile, l’ultima frontiera di una generazione che ha visto svanire, uno dopo l’altro, i sogni di cambiamento radicale.

Pubblicato dopo la morte dello scrittore, Millennio (Feltrinelli, 2004) è un viaggio alla ricerca dei gusti perduti, un tour nostalgico dalla Spagna a Kabul, un’odissea della memoria. Montalbán mette in scena il detective Pepe Carvalho e il fido Biscuter, ma questa volta il romanzo non ha la leggerezza e l’ironia dei suoi libri migliori. Sembra un pamphlet o un testamento troppo verboso. Un manifesto da leggere a piccole dosi.

Eppure, lo scrittore catalano interpreta come pochi altri lo spirito del tempo quando insiste sui sapori perduti, sulla ricerca del cibo genuino, degli alimenti naturali, sulla moda dei prodotti biologici e dell’agriturismo. Montalbán coglie nel segno quando suggerisce che questa ossessione dell’autentico, del naturale è forse l’ultimo rifugio – da non disprezzare – di una generazione che ha perso ogni altra certezza. «In fondo, questi gastronomi ecologisti militano in una religione. Sono ottimisti, la loro religione è il futuro, nonostante siano materialisti», dice lo scettico Carvalho a Biscuter.

L'ultima cena in un dipinto dell'eclettico pittore fiammingo Joos Van Cleve (1485 ca. - 1540).
L’ultima cena in un dipinto dell’eclettico pittore
fiammingo Joos Van Cleve (1485 ca. - 1540).

Se Marx è morto e Dio non sta troppo bene, allora è meglio mettere da parte le vecchie utopie e difendere i pregi della biodiversità, contro gli organismi geneticamente modificati e tutto ciò che minaccia l’equilibrio della natura. È meglio riscoprire antichi sapori e il piacere della lentezza: lo slow food contro l’ideologia del fast, dei pasti rapidi e del gusto globalizzato, una sana pigrizia contro la nevrosi o l’estasi della velocità e della fretta in ogni settore e in ogni attività.

Montalbán chiama «gastrosofi» questi ecologisti di nuova specie. E non a torto: c’è una saggezza che si esprime nel ritorno alla terra, nella riscoperta del cibo integrale, di un’agricoltura senza pesticidi, senza veleni. C’è una «gastrosofia» che talvolta assume i contorni ridicoli o patetici di una moda o di un’eresia neognostica (la gnosi terapeutica di chi cerca la salvezza nei prodotti biologici, nelle medicine orientali, nell’ayurveda e nelle pratiche di meditazione New Age), ma che è sempre segno del disagio per il mondo così com’è e ricerca di un’alternativa possibile.

Maltrattato dalla rivoluzione industriale, minacciato dalle tendenze all’uniformità, all’omologazione, umiliato dai mercanti, dai cibi liofilizzati e dai sapori sintetici, il gusto è il più negletto dei sensi. Eppure esso è l’unico che implichi trasformazione della materia, una comunione fisica con la natura, l’unico che ci faccia percepire quanto la nostra vita sia parte di un ciclo fatto di linfa, sangue, umori, energia, morte e rinascita.

Antonello da Messina (1430-79), San Girolamo.
Antonello da Messina (1430-79), San Girolamo.

Sete, fame, desiderio: il gusto rinvia alla nostra umanità, alla soddisfazione di bisogni primari, alla necessità di nutrirsi e di assaporare la vita. E anche per questo, nella storia della spiritualità, il suo vocabolario è servito a designare l’esperienza intima, profonda, l’estasi e la conoscenza sperimentale di Dio.

Se c’è una memoria del gusto, una memoria del palato, e nel cibo troviamo l’eco di vecchie sensazioni, di sapori che credevamo perduti, di immagini di un altro tempo (quando le cose più semplici sembravano piatti da re, manicaretti e leccornie indimenticabili), anche nella vita spirituale il gusto riaccende la nostalgia di Dio, il desiderio della dulcedo Dei, come diranno teologi e mistici del Medioevo. Perché i giudizi del Signore sono «più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante» (Sal 19,11) e per ognuno di noi vale l’invito del salmista: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore» (34,9).

La dulcedo Dei e ladivina suavitas – nella spiritualità eucaristica dei secoli XII e XIII – finiranno per indicare un desiderio incolmabile perché, come dice il brano del Siracide (24, 29) spesso citato, «quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me, avranno ancora sete». Queste stesse aspirazioni – una fame e una sete che nessuno può estinguere – saranno al centro del celebre inno Dulcis Iesu memoria: «Gesù, dolce memoria, dà vera gioia al cuore; la sua dolce presenza supera ogni umana dolcezza... Chi ti gusta non è ancora sazio, chi ti beve ha ancora sete... Gesù, gloria degli angeli, tu sei all’orecchio dolce cantico, in bocca favo mirabile, al cuore bevanda eccelsa».

Dirck Bouts (1415-75), Ultima cena.
Dirck Bouts (1415-75), Ultima cena.

Ma non c’è soltanto il miele della parola di Dio, il latte dei primi nutrimenti spirituali, la manna che sostenta nella prova, il sale che dà gusto all’esistenza. C’è anche il vino, il mistero di un luogo in cui tutto si trasforma in vino, in ebbrezza, in estasi amorosa, il luogo sul quale sventola «l’insegna dell’amore». Questo luogo è la cella vinaria o la casa del vino di cui parla il Cantico dei Cantici in un brano che ha ispirato le ipotesi e le interpretazioni più fantasiose: «Mi ha introdotta nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (2,4). Bistrot o cabaret per gli uni, taverna o sala del banchetto per gli altri, la «casa del vino» è la camera nuziale in cui l’Amato fa entrare l’Amata, il luogo dell’incontro, dei baci, delle carezze, dell’unione sponsale. Ma l’interpretazione allegorica – che sulla scia di Origene e poi di san Bernardo si impose soprattutto in ambiente monastico – ne ha fatto il luogo dell’estasi mistica, dell’ebbrezza contemplativa, dell’incontro con Dio, il luogo di una spirituale trasmutazione. Perché – dice Guglielmo di Saint-Thierry – nella cella vinaria «non c’è nient’altro che vino e tutto ciò che vi è introdotto si trasforma in vino»: allo stesso modo, chi entra nel luogo dell’incontro intimo con Dio subisce una metamorfosi, una trasformazione o trasfigurazione di tutto l’essere.

Nella cella vinaria si accede a una forma superiore di conoscenza, a una modalità di contatto con il divino che non si può esprimere a parole perché appartiene all’ordine dell’ineffabile, dell’inesprimibile, dell’indicibile. Ma che tuttavia – come suggerisce l’etimologia delle parole latine sapor e sapere – è vera sapienza, saggezza suprema. «Gustare, hoc est intelligere», dirà Guglielmo. Gusto, dunque so.

Nell’unione mistica, tutti i sensi spirituali, e non soltanto il gusto, sono all’opera, perché come aveva scritto Origene, «Cristo viene colto da ogni senso dello spirito: Egli si presenta come la vera luce che illumina gli occhi dell’anima; si definisce la parola, per essere ascoltato; il pane della vita, per essere gustato». Tuttavia il gusto ha una funzione speciale: è così che nel mistero dell’Eucaristia, «sacramento grande e incomprensibile», scrive ancora Guglielmo, «l’anima si trasforma in ciò che essa mangia».

Pieter Bruegel (1525/30-69), Pranzo di nozze.Dirck Bouts (1415-75), Ultima cena.Antonello da Messina (1430-79), San Girolamo.Hieronymus Bosch (Jeroen Van Aeken 1450 ca-1516), La gola, uno dei sette vizi capitali, olio su tavola conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam (Olanda).Juan de Flandes (attivo in Spagna tra il 1496 e il 1519), particolare de Le nozze di Cana, olio su legno conservato nel Metropolitan Museum of Art di New York.
Pieter Bruegel (1525/30-69), Pranzo di nozze.

Come san Bernardo e Guglielmo di Saint-Thierry, anche gli autori del tardo Medioevo – in particolare, i grandi mistici fiamminghi, da Hadewijch di Anversa a Ruusbroec e all’autore dell’Imitazione di Cristo – attingono alla fonte del Cantico dei Cantici le immagini del cibo e del gusto per esprimere il desiderio e la ricerca di Dio. «Quando pensavano all’eucaristia, o anche all’unione mistica», questi autori «pensavano dunque alla dolcezza dei seni dello sposo, al latte e al favo del miele, all’olio che scorre e alla cantina dei vini», scrive la medievista americana Caroline Walker Bynum in uno studio fondamentale sul significato religioso del cibo per le donne del Medioevo (Sacro convivio, sacro digiuno, Feltrinelli, 2001). Ma guai a ridurre questi riferimenti a semplici metafore, perché – aggiunge Walker Bynum – «quando gli autori medievali parlavano di mangiare, o di assaggiare, o di assaporare Dio, essi non intendevano tracciare una semplice analogia con un piacere fisico, bensì denotare in modo diretto un esperire, un sentire/conoscere Dio che investe tutta intera la persona».

Anche i Padri e i maestri spirituali della Chiesa d’Oriente, da Gregorio di Nissa a Isacco di Ninive e a Simeone il Nuovo Teologo usano ampiamente il vocabolario del gusto. Isacco, che bruciava di compassione per tutte le creature – per gli uomini, per gli esseri non dotati di ragione e perfino per i rettili – ci ha lasciato pagine di altissima spiritualità, copiate e ricopiate in tutto l’Oriente cristiano, in cui si esalta il pane celeste, il cibo degli angeli: «Colui che trova l’amore, mangia Cristo in ogni momento e per questo diventa immortale».

Si sperimenta così – grazie a questo nutrimento – un anticipo di resurrezione, una caparra del Regno. Ma più che sull’estasi, più che sul rapimento «fuori di sé», Isacco insiste sul «ritorno a sé», sulla conversione che comincia nelle profondità del cuore. Perché soltanto la misericordia consente di fare esperienza «di quella dolcezza che non è schiava dei sensi»: «Tutto ciò che occorre per la visione dell’anima è qui», nella fedeltà ai comandamenti e nella misericordia. «Per questa via», dice Isacco, «il cuore sarà indotto allo stupore, mentre tacciono sia i sensi carnali sia i sensi spirituali».

Hieronymus Bosch (Jeroen Van Aeken 1450 ca-1516), La gola, uno dei sette vizi capitali, olio su tavola conservato nel Rijksmuseum di Amsterdam (Olanda).
Hieronymus Bosch (Jeroen Van Aeken 1450 ca-1516),
La gola, uno dei sette vizi capitali, olio su tavola conservato
nel Rijksmuseum di Amsterdam (Olanda).

Se in Occidente l’accento cade sull’imitazione di Cristo, i Padri di Oriente insistono, anche a proposito del gusto, sulla vita in Cristo, sulla deificazione (o théosis) alla quale siamo tutti chiamati. L’estasi è roba da principianti o da inesperti, dirà Simeone il Nuovo Teologo. È come se un uomo nato in una prigione oscura, rischiarata dalla fioca luce di una lampada, scoprisse all’improvviso, attraverso una fessura della sua cella, un paesaggio inondato dalla luce del sole. Per l’inattesa rivelazione, quest’uomo sarebbe rapito in estasi. Ma poi, abituandosi alla luce del sole, considererebbe quell’esperienza come normale. E così è dell’anima che, avanzando nella vita spirituale, non conosce più l’estasi, ma sperimenta giorno per giorno la vita in Cristo.

In Oriente e in Occidente, anche per il gusto vale la regola dell’ossimoro che è alla base della vita cristiana, vale la conciliazione dei contrari. L’ebbrezza che si sperimenta nella vita contemplativa, gustando le cose soprannaturali, è dunque sobria ebrietas, come dice l’inno attribuito a sant’Ambrogio: «Il Cristo ci sia cibo, bevanda sia la fede; lieti la sobria ebbrezza beviamo dello Spirito». E il tema della sobria ebrietas, da Ambrogio ad Agostino e agli autori monastici del Medioevo, diverrà un leitmotiv della spiritualità cristiana.

Gli ebbri di Dio non sono creature disincarnate, pallidi asceti con la testa tra le nuvole e il sorriso ebete impresso sulle labbra. Al contrario, sono uomini e donne che hanno sperimentato, secondo le parole di Isacco di Ninive, la misericordia del Signore e che ormai hanno un solo desiderio: bere quel vino «che allieta il cuore dell’uomo» (Sal 104) e che ha il potere di sconvolgere i nostri schemi. È dopo aver bevuto questo vino che «i dissoluti sono diventati casti, i peccatori hanno rigettato le vie delle offese, gli ubriaconi sono diventati digiunatori, i ricchi hanno desiderato la povertà, i deboli sono diventati forti e i semplici, sapienti» (Discorsi ascetici I,41).

Juan de Flandes (attivo in Spagna tra il 1496 e il 1519), particolare de Le nozze di Cana, olio su legno conservato nel Metropolitan Museum of Art di New York.
Juan de Flandes (attivo in Spagna tra il 1496 e il 1519),
particolare de
Le nozze di Cana, olio su legno conservato
nel Metropolitan Museum of Art di New York.

Questo vino dal sapore irresistibile, questo liquore inebriante mette il mondo sottosopra, sconvolge abitudini, gerarchie, convenienze, scuote i conformismi, i falsi pudori, le timidezze, i devozionismi, le rigidità dogmatiche, la fede inamidata. Di esso sono ebbri i giullari di Dio, da Francesco di Assisi a Filippo Neri e a Madeleine Delbrêl, o i folli in Cristo della tradizione orientale. Perché il suo nome è «amore»: l’amore che l’anima cerca nella cella in cui si compie il mistero del vino, come scrive Gregorio di Nissa nelle sue omelie sul Cantico dei Cantici. Il paradosso è che questo vino somiglia stranamente a quell’altro liquido in apparenza più innocuo. L’acqua viva promessa da Gesù (Gv 4, 1-30) a una donna della Samarìa venuta ad attingere al pozzo di Giacobbe sembra avere le caratteristiche dell’acqua comune, eppure può cambiare la vita. «Ho bevuto e sono ebbro dell’acqua viva che non perisce», è detto nelle Odi di Salomone, raccolta di inni cristiani del II secolo. Sì, perché una cosa è certa: mangeremo e berremo nel banchetto del Regno. E non ci saranno astemi nella cella vinaria o nel cabaret di Dio.

Piero Pisarra
   

La Parola "manducata"

Più che lo studio o lo studiolo di un umanista, è una cappella di una chiesa gotica, un interno sontuoso in cui non mancano manoscritti riccamente miniati. Antonello da Messina ha raffigurato così, in una tavoletta (ora alla National Gallery di Londra), san Girolamo assorto nella lettura. Come nella maggior parte dei dipinti a lui dedicati, il grande erudito è vestito da cardinale. Sullo sfondo, a destra, si scorge un altro elemento associato spesso alla figura del santo: un leone dalla folta criniera. Concentrato sulla sacra pagina, Girolamo manduca e rumina la Parola. Perché accanto ai «prodotti della campagna», al miele di rupe, alla crema di mucca, al latte di pecora, alla farina di frumento, al «sangue d’uva spumeggiante» di cui il Signore nutre il suo popolo (Dt 32, 13-14), c’è un altro alimento, non meno importante: la Parola.

Se con i cibi solidi si nutre il corpo, con la lectio si fortifica invece lo spirito e il nostro organismo soprannaturale, come sembrano suggerire due brani tra i più suggestivi e misteriosi della Bibbia. Il primo è nel libro di Ezechiele (3,1-3): «Figlio dell’uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». E il secondo nell’Apocalisse (10, 8-11): «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra (...). Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».

A differenza di quella scolastica che ha come obiettivo finale il rigore dell’argomentazione durante una disputa, la lectio monastica è finalizzata alla meditazione e alla preghiera. E il suo vocabolario riprende termini ed espressioni che rinviano al nutrimento, all’assimilazione dei cibi, alla digestione. Non si tratta, quindi, di ingurgitare delle semplici nozioni, ma di assimilare totalmente l’alimento offerto dalla lettura, estraendone il significato profondo. Un dialogo della tradizione ebraica, citato dal monaco benedettino francese François Cassingena-Trévedy in un bel libro sulla lectio divina (Quand la Parole pend feu, Abbaye de Bellefontaine, 1999), illustra molto bene lo scopo di questa «manducazione» della Parola: «Un maestro chiese al suo discepolo: "Che cosa hai imparato?". Il discepolo rispose: "Ho percorso tre volte il Talmud". E il maestro: "Ma il Talmud ti ha percorso?"». Non basta, quindi, studiare le Scritture da cima a fondo, se esse non diventano alimento quotidiano e non ci trasformano.

Jesus n. 6 giugno 2005 - Home Page




 



 


   


   

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