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Agli estremi confini

LA LADY DI FERRO DEI DIMENTICATI
di Mauro Castagnaro
  

Torinese naturalizzata salvadoregna, Beatrice Alamanni de Carrillo era una signora bene dell’alta borghesia. L’incontro con monsignor Romero e padre Ellacuría, però, le ha cambiato la vita. Divenuta Procuratrice per i diritti umani, si è dimostrata una combattente tenace, in difesa dei più poveri.
  

Beatrice Alamanni de Carrillo mi riceve nel suo ufficio, dove campeggia, sulla parete dietro la scrivania, la bandiera bianca e azzurra del Salvador. Doña Beatrice, come la chiamano qui, è la Procuradora. Dirige cioè la Procura per la difesa dei diritti umani, un organismo pubblico nato dagli accordi di pace siglati tra il Governo e la guerriglia del Fronte "Farabundo Martí" per la liberazione nazionale (Fmln) nel 1992, dopo oltre 10 anni di un conflitto armato costato 80 mila morti.

Beatrice Alamanni de Carrillo (a sinistra), direttrice della Procura salvadoregna per la difesa dei diritti umani, a colloquio con la madre di un presunto terrorista.
Beatrice Alamanni de Carrillo (a sinistra), direttrice
della Procura salvadoregna per la difesa dei diritti umani,
a colloquio con la madre di un presunto terrorista (foto AP).

A colpirmi immediatamente sono alcuni dettagli poco "ufficiali" dell’arredamento, in particolare i ritratti di alcuni religiosi che hanno segnato la storia recente del Salvador, quasi a simboleggiarne la sanguinosa tragedia: quello di monsignor Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980, anno in cui il 24 marzo fu ucciso sull’altare, mentre celebrava la Messa, da un killer pagato dall’estrema destra locale; e quello di padre Ignacio Ellacuría, rettore dell’Università centroamericana (Uca) di San Salvador, massacrato insieme ad altri cinque gesuiti e due donne di servizio il 16 novembre 1989 dai militari del Battaglione "Atlacatl", un’unità d’élite dell’esercito salvadoregno addestrata alla lotta antiguerriglia nella Scuola delle Americhe di Fort Benning, negli Stati Uniti.

Beatrice Alamanni de Carrillo è italiana. O meglio, lo era, perché la legislazione salvadoregna non consente la doppia cittadinanza. Quindi quando nel 1968 decise, giovanissima neolaureata in Giurisprudenza, di lasciare Torino, nella cui provincia era nata (a Lauriano Po), per seguire il marito – un ingegnere elettronico uscito dal Politecnico torinese, figlio dell’ambasciatore salvadoregno all’Onu – dall’altra parte del mondo, dovette scegliere anche di rinunciare alla nazionalità italiana. Da allora la sua storia personale ha coinciso con quella del Salvador e la sua identificazione con questa gente è oggi totale.

Manifestazione in ricordo di monsignor Oscar Romero.
Manifestazione in ricordo di monsignor Oscar Romero

(foto AP/V.R. Caballero).

«Quando sono arrivata qui», racconta, «ho avuto un grande shock, io, ragazza di buona famiglia, catapultata in un mondo terribile. Ma ben presto mi ci sono immersa, dedicandomi all’insegnamento all’Università del Salvador, che era una fucina di rivoluzionari, e all’impegno sociale nel settore sanitario. Dopo una parentesi di qualche anno trascorsa in Germania, dove mio marito lavorava per la Siemens, sono tornata qui nel 1978 e ho avuto una vera conversione teologica. Io sono sempre stata molto cattolica, di un cattolicesimo aperto, ma abbastanza spirituale. Qui ho visto incarnata la teologia della liberazione e ho capito che quello è il cammino per la salvezza dell’umanità. L’incontro decisivo per me è stato quello con padre Ellacuría, che è diventato subito il nostro migliore amico e mi ha incaricato di creare la Facoltà di scienze giuridiche della Uca. È stata un’enorme soddisfazione e, anche se questo è un Paese duro, molte volte spaventoso, anche nei rapporti interpersonali, io ho sempre ricevuto un affetto straordinario dalla gente. Quindi mi sono sentita profondamente e completamente salvadoregna. Questa è la mia terra. L’Italia è la mia forza, ma il Salvador mi ha insegnato a essere umile, a imparare da coloro che soffrono, mi ha tolto la paura della vita e fatto comprendere il dovere di non sotterrare i talenti ricevuti».

Uno dei 450 mila minorenni del Salvador costretti a lavorare per aiutare la famiglia.
Uno dei 450 mila minorenni del Salvador costretti a lavorare
per aiutare la famiglia (foto AP/V.R. Caballero).

La Procura per la difesa dei diritti umani è un organo dello Stato, di rango costituzionale, indipendente, monocratico, eletto dal Parlamento a maggioranza qualificata, con un mandato triennale rinnovabile e dotato di ampi poteri, paragonabili a quelli della Corte costituzionale, sia pur limitatamente all’ambito dei diritti umani. L’articolo 194 della Costituzione le attribuisce 14 funzioni, riassumibili nella promozione e difesa dei diritti umani di tutti i cittadini in Salvador e all’estero e degli stranieri che si trovino sul territorio nazionale, oltre a compiti di mediazione nei conflitti tra Stato e società civile. Gli strumenti per esercitarli vanno dall’iniziativa di legge alla "censura pubblica" di un funzionario, per esempio un giudice, che in questo caso resta escluso dalle massime cariche del sistema giudiziario.

Beatrice Alamanni de Carrillo è stata eletta nel 2001 con 83 voti a favore e un’astensione, dopo che il suo predecessore era stato destituito per corruzione e il posto era rimasto vacante per due anni. «Io mi sento in debito con la società salvadoregna per l’onore che mi concesso, per cui mi sono sforzata di adempiere il compito affidatomi con serietà e equilibrio. Non è facile perché in questo Paese la divisione tra chi ha tutto e la maggioranza che non ha nulla è molto netta e di rado i diritti umani sono rispettati. Io, per mandato costituzionale, rappresento lo Stato, ma ne sono, al contempo, la coscienza critica. Mi sono perciò prima di tutto occupata dell’omicidio di monsignor Romero e del massacro dei gesuiti, con due risoluzioni in cui condannavo lo Stato per non averli impediti e non averne perseguito i responsabili. Queste due sentenze hanno permesso che i casi, ufficialmente chiusi per la giustizia salvadoregna, siano ora al vaglio della Corte interamericana dei diritti umani».

La de Carrillo (a destra) a una conferenza su Romero.
La de Carrillo (a destra) a una conferenza su Romero
(foto S. Albani).

Poi sono venuti gli interventi sugli «oltre 8 mila licenziamenti effettuati nel settore pubblico, spesso di lavoratori di età troppo avanzata per poter trovare un’altra occupazione o prossimi alla pensione che se la vedono così sfumare, con autentiche tragedie familiari» o lo sciopero dei medici e infermieri per la tutela del diritto alla salute e contro la privatizzazione del sistema sanitario. Grande attenzione la Procuratrice dedica anche alle donne: «Per le mie "sorelle del silenzio", che non hanno quasi voce, le condizioni di lavoro sono pessime, la violenza sessuale e familiare frequente, l’accesso all’istruzione minimo, nonostante esse siano la base della famiglia, perché nel 60% di queste l’uomo non c’è». E ai quasi 3 milioni di emigrati (di cui 2 negli Stati Uniti e il resto in Europa, Canada, Australia), che con le loro rimesse mantengono il Paese, ma «ogni giorno muoiono di sete nei deserti del Messico, dove le donne sono violentate o costrette a prostituirsi, i bambini spariscono e gli adulti sono uccisi dalle guardie su ordine degli Stati Uniti».

Poster dedicato a monsignor Romero, di cui a marzo ricorreva il 24° anniversario dell'assassinio.
Poster dedicato a monsignor Romero, di cui a marzo ricorreva
il 24° anniversario dell’assassinio
(foto AP/L. Romero
).

Sorride doña Beatrice: «Forse molti di coloro che mi hanno eletto credevano che io fossi una signora borghese, che si limita a insegnare all’Università, fa bei discorsi e va ai tè della buona società. Ma quando hanno visto che facevo il mio dovere sono cominciate le critiche, le calunnie e le minacce di morte a me e ai miei familiari». Oltre che, anche se lei non lo cita, un attentato alla fine del 2002, quando «un poliziotto o un agente di custodia non identificato» – recitava il comunicato allora diffuso dalla Procura – le sparò, mancandola di poco, mentre tentava di far rientrare una rivolta scoppiata nel Penitenziario "La speranza" dopo un intervento illegale della polizia.

Già, perché uno dei suoi compiti più malvisti è quello di proteggere i diritti umani dei detenuti: «Per questo mi hanno accusata di essere la "Procuratrice dei delinquenti", i quali mi chiamano "madre". Ma le condizioni di vita nelle prigioni sono inumane, la popolazione carceraria è il triplo di quella che la capienza delle strutture permetterebbe, il 70% dei detenuti è in attesa di giudizio, gli arresti sono spesso ingiustificati, mentre l’inefficienza dell’amministrazione della giustizia lascia impuniti molti delitti gravi».

Con orgoglio racconta come, grazie alle sue risoluzioni, «le ragazze incinte non possono più essere escluse dalla scuola, come i presidi erano soliti fare dicendo che davano scandalo». È stato anche varato un «piano alimentare speciale per evitare che in alcuni dipartimenti molti bambini morissero di fame» e sono state eliminate le "isole", cioè le celle di isolamento, da tutte le carceri.

16 anni, mai andato a scuola, per sopravvivere fa il "mangiatore di fuoco".
16 anni, mai andato a scuola, per sopravvivere fa il "mangiatore di fuoco"
 (foto AP/V.R. Caballero).

Tali risultati le hanno fatto guadagnare, prima donna, l’elezione a vicepresidente della Federazione iberoamericana degli Ombudsman, e soprattutto uno straordinario affetto popolare, evidentissimo in chi la ferma al supermercato, in chiesa, per le strade e confermato dai sondaggi, in cui la credibilità della Procura risulta superiore di almeno 30 punti a quella di tutte le altre istituzioni pubbliche e private. Però, aggiunge, «il 7 luglio non sarà facile riunire i 56 voti necessari alla mia rielezione, perché sto scompigliando le abituali relazioni "armoniose" tra le autorità. Quando si censura un Procuratore generale della Repubblica o un ministro si diventa antipatici».

Beatrice Alamanni de Carrillo sottolinea sempre il proprio ruolo istituzionale: «In quanto Procuratrice, sono estranea a qualunque ideologia. I diritti umani appartengono a Dio, alla persona, alla coscienza». Tuttavia mai usa un linguaggio paludato e questa schiettezza le permette giudizi scomodi, come quando spiega che «la guerra civile, per quanto tragica, è stata un fatto storico necessario, perché ha permesso al Salvador di avanzare di mille anni». Oppure quando scrive a Kofi Annan, segretario generale dell’Onu, accusando il presidente della Repubblica, Francisco Flores, di aver mentito affermando al Palazzo di vetro che il Salvador ha sconfitto la povertà. L’Onu ha risposto chiedendo al Governo di indagare sulla morte di monsignor Romero, annullare la legge di amnistia, proteggere la vita della Procuratrice, garantire i necessari finanziamenti alla Procura – «e invece subisco tagli continui al bilancio!», chiosa, contrariata, doña Beatrice –, combattere la corruzione della polizia, migliorare le condizioni delle carceri e il sistema giudiziario.

Giovane homeless dorme sotto un ponte.
Giovane homeless dorme sotto un ponte
(foto AP/V.R. Caballero).

Gronda passione Beatrice Alamanni de Carrillo, la passione di chi si sente totalmente inserita in una storia collettiva. E non si sottrae alle cause più impopolari, come quelle in difesa dei mareros, i membri delle bande giovanili oggetto di una furibonda propaganda che ne fa la causa di tutti i mali del Paese, soffiando sul fuoco di un’insicurezza che ha ragioni ben più profonde, come la disoccupazione e la povertà, ma che risolvere richiederebbe interventi sulla struttura economica e sociale per evitare i quali l’oligarchia ha già fatto una guerra di oltre un decennio.

«Il fenomeno delle maras», spiega, «viene affrontato in termini puramente repressivi, mandando esercito e polizia nelle strade in assetto di guerra, e varando leggi che abbassano a 12 anni l’età in cui si applicano le norme penali previste per gli adulti, permettono l’arresto di un giovane solo per un tatuaggio e cancellano la presunzione d’innocenza. Perciò bambini finiscono nelle carceri dove vengono stuprati, picchiati a morte e trasformati in delinquenti veri. Alcuni forse sono irrecuperabili, anche se bisogna provarci, altri lo sarebbero facilmente e la maggior parte sono innocenti. Contro la "legge anti-maras" ho presentato un ricorso di incostituzionalità. Tutto ciò mi spacca il cuore, perché il mio popolo appoggia la "mano dura"».

Parenti attorno alla bara di una ragazza, ex appartenente a una mara, uccisa da una banda rivale.
Parenti attorno alla bara di una ragazza, ex appartenente a una mara,
uccisa da una banda rivale
  (foto AP/V.R. Caballero).

Le conferenze della Procuratrice sono vere elezioni di educazione civica. A chi le pone domande, dà risposte precise, senza nessuna concessione alla roboante retorica sloganistica o all’elusiva diplomazia del "dire senza dire" che sono i registri tradizionalmente privilegiati dai politici in America latina. Sollecita tutti e tutte a contattare la sua segretaria per fissare un incontro nel quale illustrare le anonime minacce di morte ricevute da un’organizzazione di donne, la violenza sofferta da un bambino per mano del patrigno o il ricatto del licenziamento subìto da un lavoratore a opera del suo padrone nel caso non votasse il candidato presidenziale dell’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena). Ma all’uditorio ricorda pure che «la società civile all’epoca di monsignor Romero era molto più impegnata di quanto siamo oggi. La spiritualità che c’era in Salvador negli anni ’80 manca. Ci siamo accomodati. Dobbiamo trasmettere ai nostri figli e nipoti la memoria».

Monsignor Fernando Sáenz Lacalle, arcivescovo di San Salvador, nato in Spagna e membro dell'Opus Dei.
Monsignor Fernando Sáenz Lacalle, arcivescovo di San Salvador,
nato in Spagna e membro dell’Opus Dei
(foto AP/V.R. Caballero).

I riferimenti religiosi punteggiano i discorsi di Beatrice Alamanni de Carrillo, quando parla di Gualtiero, Eleonora e Arrigo, «tre figli splendidi, coi quali il Signore mi ha "benedetta" in senso biblico, perché mi compiaccio in loro». Accosta «la strage disumana degli amici gesuiti» all’improvvisa morte della madre, a causa di una trombosi a 44 anni, per indicare i momenti più difficili della sua vita. Oppure afferma: «Io credo che Dio mi ha posto qui solo per servire questo popolo». È una donna che dà una profonda testimonianza di cristiana laica impegnata. La vigilia dell’anniversario dell’omicidio di monsignor Romero, la diocesi di Sonsonate l’ha invitata a commemorarlo. La sera del 24 marzo, era sul palco da cui monsignor Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliare di San Salvador, concelebrava, insieme a un centinaio di preti, la Messa a conclusione della processione-fiaccolata per l’anniversario della morte del vescovo martire.

Ma anche della Chiesa parla con libertà: «È molto silenziosa. Le comunità di base si sentono orfane. Pesa troppo l’Opus Dei e nella Uca manca una leadership paragonabile a quella di Ellacuría». Mentre mi alzo per andarmene, sulla sua scrivania vedo due libri: la Costituzione e il Vangelo. «Ne tengo copia anche sul comodino e nella borsa», mi dice. «L’uno mi dà la forza di applicare l’altra. Con queste due luci vado avanti».

Mauro Castagnaro

Jesus n. 7 luglio 2004 - Home Page




 



 


   


   

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