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Sinodo e religiosi: due nuovi prelati dell’Est
in Curia romana

Due uomini venuti dall’Est, e finora non troppo noti al grande pubblico, in due posti chiave della Curia romana. È il risultato dell’avvicendamento, avvenuto l’11 febbraio scorso, alla guida della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e della Segreteria del Sinodo. Al posto del cardinale Eduardo Martinez Somalo, 77 anni il 31 marzo, è stato nominato prefetto del dicastero dei religiosi monsignor Franc Rodé, 69 anni. E in sostituzione del cardinale Jan Schotte, 76enne segretario del Sinodo, è stato chiamato monsignor Nikola Eterovic, 53 anni.

Sebbene dovute, visti i limiti di età, le sostituzioni di Martinez Somalo e di Schotte hanno suscitato una qualche sorpresa e ridestato l’attenzione degli osservatori che seguono con interesse i movimenti interni alle stanze vaticane. Tra gli altri porporati di primissimo piano, che hanno superato i 75 anni canonici, restano ancora in carica il cardinale Joseph Ratzinger, che pure ha chiesto ripetutamente al Papa di poter lasciare la guida della Congregazione per la dottrina della fede e tornare ai suoi studi, e il cardinale Segretario di Stato, Angelo Sodano.

Il nuovo prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, monsignor Rodé, è un religioso: appartiene infatti alla piccola congregazione dei Lazzaristi. Nato a Lubiana, in Slovenia, è emigrato molto presto in Argentina, ha studiato in Francia e ha mosso i primi, importanti passi della carriera ecclesiastica a Roma: officiale del Segretariato per i non-credenti nel 1981, sottosegretario l’anno successivo, divenne segretario del Pontificio consiglio per la cultura nel 1993, quando il dicastero per i non-credenti fu unito a quello per la cultura. Nominato arcivescovo di Lubiana nel 1997, Rodé si è distinto come uomo di polso, deciso a ridare alla Chiesa slovena quell’influenza e quel ruolo di prestigio che essa aveva nella società fino alla prima metà del Novecento e che aveva poi perduto durante il periodo comunista del regime di Tito.

È originario della vicina Croazia, invece, monsignor Nikola Eterovic, chiamato ad assumere il delicato incarico finora ricoperto – secondo alcuni, con piglio più manageriale che pastorale – dal cardinale belga Jan Schotte. Nunzio in Ucraina dal 1991 a oggi, Eterovic è stato il regista della visita di Giovanni Paolo II nell’ex Repubblica sovietica, nel giugno 2001: un viaggio che, mentre aveva visto l’accoglienza entusiastica di numerosi credenti, era stato fonte di ulteriori tensioni con la vicina Chiesa ortodossa russa.

   

Volontariato internazionale: 
i Domenicani "aprono" al mondo

La Famiglia domenicana italiana sta diffondendo una proposta di volontariato che in altri Paesi ha già dato diversi frutti, mentre in Italia è relativamente nuova. Il progetto internazionale è partito nel 1992 quando padre Timothy Radcliffe, allora Maestro generale dell’Ordine, cominciò a pensare a una presenza organica di volontari domenicani nel mondo. Nel 1998 padre Yvon Pomerleau e suor Margaret Ormond parlarono del progetto e lo promossero. Così, nel 2000, durante l'Assemblea della Famiglia domenicana a Manila, nacque il Volontariato domenicano internazionale (Vdi).

Il Vdi si rivolge a laici e laiche che hanno superato i 21 anni di età, disponibili per un’esperienza di volontariato di uno o due anni. Offre l’occasione di condividere il carisma domenicano nel mondo e vuole costruire una rete tra le comunità domenicane che vogliono accogliere o inviare dei volontari nei diversi Paesi del mondo. Attualmente opera in più di 40 nazioni in diversi continenti.

Prima della costituzione del Vdi, programmi di volontariato domenicano esistevano già in Spagna, a Malta, negli Stati Uniti e in Germania. I frati spagnoli, in particolare, durante le loro missioni in Perù, per più di 60 anni, avevano organizzato volontari spagnoli e peruviani, e le suore domenicane di Sinsinawa, per più di 25 anni, avevano promosso il programma "Volontariato apostolico".

Yuri Adler Ahumada Cachay, peruviano, è stato il primo volontario del Vdi a recarsi in Africa anche se una malattia ha interrotto il suo sogno dopo solo due mesi dal suo arrivo in Benin.

Ulteriori informazioni si possono avere scrivendo a: Vdi, Convento Santa Sabina, Piazza D’Illiria, 1 - 00153 Roma; o consultando il sito: http://dvi.op.org; e-mail: dvi@curia.op.org

Laura Ferrari

  

L’Esercito della Salvezza accusato di discriminazioni

Joan B. Kroc è la generosa vedova di Ray, fondatore dell’impero del fast-food con la "M" gialla, Mc Donald’s. Ma la sua ultima donazione sta scatenando una bufera nella Salvation Army, l’Esercito della Salvezza, che negli Stati Uniti è di gran lunga la più grossa e potente organizzazione di volontariato sociale, diretta espressione di una Chiesa evangelica. Fondata nel 1800 in Inghilterra, è oggi presente in 109 Paesi e fa dell’efficienza e della disciplina militaresca uno dei suoi cardini. Vanta un personale regolarmente stipendiato di 46 mila persone solo negli Usa, e un bilancio di 2,5 miliardi di dollari l’anno.

La vedova Kroc ha recentemente donato alla Salvation Army la bellezza di 1,5 miliardi di dollari. I rappresentanti dell’organizzazione hanno subito fatto sapere, però, che questi soldi non verranno usati per finanziare la costruzione di rifugi e centri di accoglienza per bisognosi e senza casa, ma finiranno per rafforzare i programmi di educazione spirituale e per promuovere nuove adesioni.

La decisione è il sintomo di un forte cambiamento che sta attraversando il braccio "militante" della Salvation Army e che sta innescando forti polemiche in tutto il Paese. L’Esercito della Salvezza vuole tornare alle proprie radici e diventare prima di tutto veicolo di diffusione del Vangelo. Per accelerare questo processo, alcune divisioni locali vogliono restringere i criteri di accettazione dei volontari in modo da mettere in chiaro che la Salvation Army non è un’organizzazione come le altre. Nello Stato di New York i responsabili locali hanno inviato una lettera ai dipendenti dove si chiedeva loro di specificare il proprio credo religioso e i propri orientamenti sessuali.

Alla domanda di un volontario che poneva dei dubbi sulla legittimità dell’iniziativa, un alto funzionario del distretto di New York ha risposto che chi non avesse completato il formulario sarebbe stato licenziato. Molti volontari si sono pubblicamente ribellati; in particolare contestano all’organizzazione il diritto di ritenersi prettamente ed esclusivamente religiosa, dal momento che riceve dalla municipalità e dallo Stato di New York circa 70 milioni di dollari all’anno.

L’Esercito della Salvezza procede spedito nella selezione, anche per un cruciale, determinante motivo. L’amministrazione Bush sta cercando di aumentare i fondi federali per quelle organizzazioni religiose che diano vita a programmi di educazione prettamente spirituale; se la Salvation Army dimostrasse di essere una Chiesa a tutti gli effetti e in ogni sua diramazione, quei soldi arriveranno con molta più facilità. Studi legali e associazioni per i diritti civili sono però sul piede di guerra e contestano all’Esercito della Salvezza di violare le leggi contro le discriminazioni religiose e sessuali.

Negli Usa le istituzioni religiose sono esenti dalle norme federali anti-discriminatorie ma non se utilizzano fondi pubblici per pagare i propri impiegati. Dal canto suo la Salvation Army rigetta le accuse, nega alcuna discriminazione e si rifà al diritto di selezionare i volontari secondo lo spirito della missione evangelica. Lo scontro è aperto e nelle prossime settimane finirà sul tavolo di un giudice del lavoro.

Daniele De Luca

   

Gli episcopati latinoamericani criticano
il neoliberismo dell’Alca

È molto cresciuta negli ultimi mesi la mobilitazione della Chiesa latinoamericana contro l’Area di libero commercio delle Americhe (Alca), il progetto d’integrazione dei mercati «dall’Alaska alla Terra del Fuoco» proposto nel 1990 dal presidente statunitense George Bush, rilanciato dall’amministrazione Clinton e destinato a entrare in vigore nel 2005. Gruppi ecclesiali, ordini religiosi, organismi di pastorale, vescovi e intere Conferenze episcopali hanno, infatti, assunto pubblicamente posizioni via via più critiche, in alcuni casi unendosi alle iniziative di protesta promosse dalla società civile.

A fare da battistrada è stata la Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), che già ne 2002 aveva promosso un referendum autogestito cui avevano partecipato 10 milioni di persone, che si sono espressi plebiscitariamente contro l’accordo, e che dopo l’ascesa al governo del presidente Lula sta pensando di ripetere la consultazione.

L’opposizione all’Alca è stata al centro del Congresso americano della Caritas, cui hanno preso parte anche gli organismi gemelli europei, e di un seminario che ha riunito i delegati delle 15 province latinoamericane dei Gesuiti. Forte preoccupazione hanno espresso, al termine di un’apposita riunione svoltasi in settembre, i rappresentanti degli episcopati dei Paesi del Mercato comune del Cono Sud (Mercosur), cioè Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, insieme a quelli di Bolivia e Cile.

La critica ruota attorno a quattro punti: l’insufficiente informazione e lo scarso coinvolgimento della società civile nei negoziati, l’eccessiva sproporzione tra le economie forti (in testa gli Usa) e quelle deboli, come sono in maggioranza i Paesi latinoamericani, il prevedibile rafforzamento del potere delle imprese transnazionali a scapito dei settori sociali più poveri (comunità rurali, gruppi indigeni, piccole aziende), la perdita di sovranità e autodeterminazione delle nazioni più piccole. I vescovi del Cono Sud paventano esplicitamente un «neocolonialismo». Più netto è il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, che ha definito l’Alca «uno strumento di oppressione».

Gli interventi dei vescovi hanno riguardato anche il Trattato di libero scambio tra America centrale e Stati Uniti (Cafta). Contro di esso si è espressa collegialmente la Conferenza episcopale del Guatemala, mentre in Honduras, Nicaragua e Costa Rica si sono distinti nella critica rispettivamente i vescovi: Luis Santos, di Santa Rosa de Copan, Bernardo Hombach, di Juigalpa (in procinto di passare a Granada), e Angel San Casimiro, di Ciudad Quesada, e presidente della Pastorale sociale; in Salvador, monsignor Fernando Saenz Lacalle, arcivescovo della capitale, ha chiesto che l’accordo «benefici e non danneggi i contadini» locali.

A far maturare la diffidenza della Chiesa hanno contribuito, tra l’altro, i risultati prodotti in 10 anni dall’Accordo di libero commercio del Nord America (Nafta), di cui l’Alca costituisce il prolungamento. Tracciandone un bilancio, infatti, i vescovi statunitensi e messicani hanno constatato come in Messico esso abbia portato al collasso l’agricoltura, causato la riduzione del potere d’acquisto dei salari e favorito l’emigrazione. Proprio l’analisi di questa esperienza ha spinto l’episcopato canadese a chiedere di sostituire l’Alca con «un modello di integrazione economica che avvantaggi i lavoratori del continente».

Mauro Castagnaro

   

Elezioni in Asia: i vescovi danno ai credenti 
"criteri" per il voto

In varie terre d’Asia questi primi mesi del 2004 sono stagione elettorale. Tra marzo e luglio andranno alle urne per le legislative o le presidenziali diverse nazioni: tra le altre, India, Indonesia e Filippine. Quasi ovunque – tranne che nelle Filippine – l’elettorato cattolico è ridottissima minoranza e ha quindi scarsa capacità di incidere sugli esiti elettorali. Nondimeno i vescovi – come del resto i leader di altre religioni – cercano di offrire criteri che ispirino le scelte nel segreto dell’urna.

In Indonesia gli appuntamenti elettorali sono due: il 5 aprile per il rinnovo del Parlamento e il 5 luglio per eleggere il capo dello Stato. Con una lettera pastorale del 20 gennaio scorso, la Conferenza episcopale raccomanda ai cattolici di votare candidati che nutrano rispetto per tutte le religioni e che abbiano a cuore la tutela dell’ambiente e la pari dignità delle donne. L’accenno al pluralismo religioso è d’obbligo in una terra in cui la pacifica convivenza è spesso increspata da conflitti a sfondo etnico-religioso e dove l’estremismo politico islamico trova terreno fertile e fiancheggiatori dell’opzione terroristica.

Nelle Filippine si vota il 10 maggio per il rinnovo parziale del Parlamento e per l’elezione del presidente. Il capo dello Stato in carica, Gloria Macapagal Arroyo, si ricandida. Contro di lei corrono cinque candidati maschi, tra cui due di grande visibilità mediatica: la star del cinema Fernando Poe Jr. e il predicatore televisivo protestante Eduardo Villanueva, detto Brother Eddie.

Nel gennaio 2001 la gerarchia cattolica sostenne in modo decisivo la vicepresidente Arroyo nella fase delicata del defenestramento del presidente Joseph Estrada. Oggi il sostegno non è altrettanto deciso. La presidenza Arroyo ha dato parecchi motivi di delusione: in economia la lotta alla povertà segna il passo; la politica estera è (troppo) marcatamente filo Usa; rapimenti e corruzione continuano a dilagare; nell’area di Mindanao il Governo ha fatto nuovamente ricorso all’opzione bellica contro i movimenti indipendentisti; recentemente è stata tolta la moratoria alle esecuzioni capitali. Intanto i vescovi chiedono a tutti i candidati di tenere a freno i loro sostenitori ed evitare violenze in campagna elettorale. Come di consueto, anche stavolta molti cattolici saranno tra i volontari che vigileranno sui seggi per scongiurare brogli.

Di fronte alle elezioni, invece, la Conferenza episcopale indiana ha scelto il basso profilo. Scommettendo sul fatto che la sua coalizione vincerà a mani basse, il primo ministro indiano, Atal Bihari Vajpayee, ha sciolto il Parlamento e fissato le elezioni nel giro di poche settimane. Si voterà in aprile, in date diverse a seconda delle zone. Il Partito del Congresso, verso cui confluivano le simpatie dei cristiani, non è ancora uscito dalla sua crisi e non è improbabile che le destre induiste vincano anche stavolta la loro scommessa. Meglio, dunque, non esporsi troppo.

Giampiero Sandionigi

   

Le Chiese ugandesi in allarme: 
nel Nord si rischia il genocidio

«Se la comunità internazionale non interverrà, in Nord Uganda si consumerà un genocidio simile a quello del Rwanda. Le uccisioni sono già cominciate da tempo e la gravità della situazione peggiora di giorno in giorno». L’allarme arriva dal vescovo cattolico di Gulu, monsignor John Baptist Odama e da quello anglicano, Ameda Mollo Ochola II, co-presidenti dell’Arlpi (Acholi religious leaders’ peace initiative). I due vescovi sono stati di recente in Germania per chiedere sostegno alle loro iniziative di soluzione pacifica di un conflitto che da 18 anni oppone i ribelli del Lord resistance army (Lra) all’esercito regolare ugandese.

Dopo un periodo di relativa tranquillità, un anno e mezzo fa le truppe governative hanno sconfinato in Sudan a caccia delle basi dell’Lra. Da allora, i ribelli guidati da Joseph Kony hanno ripreso i saccheggi, i massacri e i rapimenti di bambini, addestrati poi a combattere. E la mediazione delle Chiese cristiane, che pure ha portato alla resa di molti ribelli, è osteggiata, spesso, dallo stesso Governo di Kampala.

Molti ritengono che il mantenimento del conflitto nella regione abitata dagli acholi, etnia ostile all’attuale presidente Yoweri Museveni, sia funzionale a diversi interessi: occupare in zone lontane dalla capitale la parte di esercito più indisciplinata e corrotta, mantenere in costante instabilità una popolazione contraria al Governo e, non ultimo, far passare sotto silenzio la spartizione delle ricchezze del Congo e il tentativo di appropriarsi del petrolio sudanese.

Si spiegherebbe in questa ottica anche la richiesta, da parte dell’esercito, di espellere dall’Uganda padre Carlos Rodriguez Soto, missionario comboniano tra i più attivi nel dialogo con i ribelli e vera anima dell’Arlpi.

a.v.

Jesus n. 9 settembre 2003 - Home Page




 



 


   


   

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