 Alla
scuola di Gesù
di Vincenzo Marras
Il richiamo del cardinale di Torino, Severino Poletto, è chiaro:
le troppe Messe e le troppe iniziative, pur «lodevoli», rischiano di
rendere meno fruttuoso «il ministero sacerdotale e l’azione
missionaria della Chiesa». Un ammonimento presente, pari pari, nel
documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, che
traccia gli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il primo
decennio del terzo millennio. Già nell’introduzione, infatti, i
vescovi italiani denunciano: «Preferiamo fare molte cose o cercare
distrazioni. Eppure sono l’ascolto, la memoria e il pensare a
dischiudere il futuro». Sembra di riudire il rimprovero di Gesù a
Marta distratta dall’essenziale per i troppi servizi. Porre al
centro l’ascolto significa, scrivono i vescovi, porre al centro l’evento
di Gesù nella sua storica concretezza: le sue scelte, i suoi
scandali, il suo modo di rivelare Dio e di parlarne agli uomini, «venuto
a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito». Non
c’è allora contrapposizione tra Marta e Maria. Lo affermava nel
lontano 1962 padre Ernesto Balducci in un’appassionante dialogo con
fratel Carlo Carretto. Quelle parole hanno trovato spazio in un
prezioso libretto, La santità della povera gente, edito più di
quarant’anni fa dalla storica editrice La Locusta di Vicenza, e
rieditato recentemente dalla San Paolo: «Nella Chiesa occorrono Marta
e Maria, e Marta è santa Marta e Maria è santa Maria... L’ideale
cristiano non è Maria e nemmeno Marta, ma è una persona che si
chiama Marta-Maria, Maria-Marta. Cioè una Maria che sappia lavorare
come Marta e una Marta che sappia, lavorando, contemplare come Maria.
La santità della Chiesa si dispiega nella molteplicità delle forme».
Il rispetto di questa molteplicità è uno stile da riscoprire,
guardando e rifacendosi a quello del Nazareno. Lo ribadiscono i
vescovi nella seconda parte del documento programmatico della Chiesa
italiana: «L’evangelizzazione può avvenire solo seguendo lo stile
di Gesù», i suoi rapporti, le sue priorità, le sue denunce, il suo
destino. Gesù «non ha rifuggito l’opacità della storia, ma l’ha
assunta per redimerla»: non ha salvato il mondo ponendosi a lato di
esso, evitandone le contraddizioni, ma condividendole. E qui i vescovi
sottolineano con una forza che sorprende quanti paiono invece
accontentarsi delle presentazioni intellettualistiche, devozionali ed
emotive del cristianesimo: «Noi cristiani... dobbiamo sempre essere
pronti a discernere ogni forma di idolatria... Il cristianesimo non
può accettare ad esempio la logica del più forte, l’idea che la
presenza dei poveri, sfruttati e umiliati sia frutto dell’inesorabile
fluire della storia; Gesù ha annunciato che saranno proprio i poveri
a regnare, a precederci nel Regno dei cieli. Sono essi i nostri
signori. Su questo punto il cristianesimo non può scendere affatto a
compromessi: il povero, il viandante, lo straniero non sono cittadini
qualunque per la Chiesa, proprio perché essa è mossa verso di loro
dalla carità di Cristo e non da altre ragioni». Di questi tempi non
possiamo davvero permetterci il lusso di trascurare queste elequenti
indicazioni, se non vogliamo meritarci le caustiche parole dello
scrittore cattolico Julien Green: «L’inerzia spirituale è più
grave dell’eresia perché si verifica nel corpo stesso della Chiesa.
Non si sa se la persecuzione più aspra e crudele le gioverebbe più
della tranquillità in cui rischia di sprofondare, e che ha qualcosa
di mortale».
Vincenzo Marras
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