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Agli estremi confini IL
ROMANZO DI DON LUISITO
di Paolo Perazzolo - foto di Matilde Gattoni
 Un
suo libro è stato il caso letterario del 2003. Osannato dalla stampa
laica, l’autore de La messa dell’uomo disarmato, è un ex
prete operaio, che vive da anni all’ombra del monastero benedettino
di Viboldone. Il segreto di don Luisito Bianchi? Aver puntato tutto
sulla gratuità e aver lasciato che la sua fede fosse messa alla prova
dalla storia del nostro tempo.
«Perché ha scelto di essere prete?». La domanda che, in
assoluto, non è mai scontata, lo è ancora meno quando si ha di
fronte un uomo, un prete come don Luisito Bianchi. E infatti lui
risponde anzitutto con un silenzio, che lì per lì può lasciare
imbarazzato chi lo conosce solo superficialmente. In realtà don
Luisito non si chiude in quel silenzio, ma vi sprofonda alla ricerca
di risposte che non sono mai banali, come non lo sono state le
risposte più importanti della sua vita, quelle con cui ha cercato di
dare ascolto e di interpretare gli interrogativi profondi del suo
percorso umano e sacerdotale.

Nato a Vescovato, in provincia di Cremona, nel 1927, oggi don
Luisito svolge funzione di cappellano presso il monastero benedettino
di Viboldone, a San Giuliano Milanese. Da quel silenzio emerge con un
sorriso e uno sguardo che ti punta dritto negli occhi. E comincia a
raccontare: «Si entra in seminario presto, quando si è ancora molto
giovani, poi si comincia a pensare. Mi venne in soccorso la malattia,
che mi costrinse a tornare a casa per le cure. Rimasi fuori dal
seminario per un paio d’anni. Più d’una volta mi ero persuaso a
non farvi più ritorno, tanto che mio padre, che in fondo aveva sempre
sperato che restassi definitivamente a casa, era andato a Valdagno ad
acquistarmi un abito da cittadino borghese e fu non poco sorpreso
quando gli comunicai l’intenzione di riprendere il cammino verso il
sacerdozio. Ciò che conta, comunque, è che quei due anni mi
costruirono interiormente. Avevo 17 o 18 anni, ero nel pieno delle
turbolenze dell’adolescenza, vivevo quotidiamente l’impeto a
seguire grandi ideali e temevo che il seminario e la veste
significassero una separazione dalla gente e dal mondo. In realtà
continuai a interrogarmi sulla mia vocazione ancora a lungo e solo
dopo il 1945, vale a dire alla conclusione della guerra, mi risolsi a
diventare prete».

Don Luisito Bianchi passeggia ai margini
di un campo
nei pressi del monastero.
Che cos’era accaduto in quegli anni di riflessione? E il
conflitto in quale modo aveva intersecato il percorso vocazionale di
don Luisito? La sua prima risposta è, ancora una volta, spiazzante. «I
poveri furono molto presenti nella mia scelta finale. Nella mia mente
risuonavano le parole del Salmo 12: "Per l’oppressione dei
miseri e il gemito dei poveri, ecco, io sorgerò – dice il Signore
– e metterò in salvo chi è disperato". Quel per aveva
una doppia valenza: di causalità e di finalità. Difficile dire da
dove provenisse questo amore per i poveri, gli umili. Certo, non ne
erano estranee le letture di Dostoevskij e di Mazzolari, che mi
avevano fatto percepire la sofferenza del mondo».
Ma in effetti anche lo sconvolgimento emotivo provocato dalla
guerra aveva plasmato le scelte di don Luisito: «Volevo partecipare
alla costruzione di un mondo nuovo. Fare il sacerdote, nel mio caso,
equivalse a scegliere un impegno senza riserve per la realizzazione di
un ideale: la predilezione per i poveri e la volontà di prendere
parte alla costruzione di un mondo nuovo venivano ancora prima dell’essere
prete o, meglio, l’essere prete si identificava in questa doppia
missione. In quel periodo esorcizzavo la figura del "prete
borghese" e vedevo in Mazzolari un segno di contraddizione, per
la verità poco seguito dalla Chiesa. Alla mia prima Messa non volli
regali e chiesi che l’equivalente fosse donato ai poveri. Mio padre
fino all’ultimo mi disse che se volevo tornare a casa mi avrebbe
accolto a braccia aperte, ma quando si rese conto che facevo sul serio
disse: "Sei libero, ma se fai il prete, fallo bene"».

Uno scorcio del monastero benedettino
femminile di Viboldone, nel Comune
di San Giuliano Milanese, a pochi chilometri dal capoluogo lombardo.
Sbaglia chi pensa che la ricerca vocazionale e spirituale di don
Luisito si sia conclusa così. Anzi, in un certo senso comincia
soltanto in quel momento. A soli sette giorni dall’ordinazione
celebra la sua prima Messa di servizio nella cascina di un paese di
tradizione comunista e socialista, con le donne e i bambini a riempire
i banchi e gli uomini in piazza a sbrigare i loro affari. Poi viene
chiamato in seminario a insegnare latino e italiano. Maqualcosa gli
rode dentro. «"Che ci faccio qui?", cominciai a chiedermi,
"non è meglio andare lontano, dove il nome di Cristo non è
ancora conosciuto? Non è più utile ripartire da zero?".
Cominciai allora a cercare un vescovo che mi accogliesse come
diocesano al servizio della missione. Per un anno mi trasferii a
Lovanio per avere una preparazione specifica, improntata allo
svestimento della propria cultura e alla disponibilità ad accogliere
quella nuova. Conclusa l’esperienza a Lovanio, il vescovo mi esortò
a portare a termine la laurea in Scienze politiche a Milano,
promettendomi che poi avremmo valutato insieme il mio futuro».
Per un uomo come lui nemmeno la tesi poteva ridursi a un banale
lavoro accademico: infatti durò complessivamente più del periodo
necessario per superare tutti gli esami e arrivò a una conclusione
solo per l’insistenza del padre, che gli disse: «Dammi la
soddisfazione di vederti laureato». Tema della tesi: i contadini
della Val Padana. Relatore: Francesco Alberoni. Naturalmente fu don
Luisito a scegliere l’argomento, come ulteriore segno del suo amore
per la povera gente. «Non fu un lavoro arido», ricorda infatti oggi,
«ma condotto fra i contadini, in mezzo ai campi».

La stanza di don Luisito Bianchi, all’interno
del complesso del monastero.
A quel punto Luisito, che tutto può essere definito fuorché un
prete ribelle, si mise nuovamente a disposizione del vescovo, il quale
alla fine lo nominò assistente delle Acli. Ben presto l’incarico lo
portò a Roma, su esplicita richiesta dell’assistente centrale.
Luisito accettò, ma non passò molto tempo prima che cominciasse ad
avvertire un nuovo disagio. «Non potevo fare a meno di chiedermi come
potevamo vivere in una casa così bella, noi che eravamo dalla parte
degli operai! Mi traferii allora in un piccolo appartamento, per
condividere le condizioni di vita di quella gente per la quale stavo
svolgendo il mio servizio. Così riuscii a portare a termine l’incarico,
ma subito dopo rifiutai la proposta di dare seguito a quell’esperienza.
Era infatti maturata in me una nuova disposizione, per cui quando
tornai dal vescovo e lui mi chiese: "E adesso dove ti
metto?", trovai il coraggio di dirgli: "Voglio andare in
fabbrica, per coerenza con la mia scelta sacerdotale". Lui rimase
perplesso, ma alla fine mi concesse l’autorizzazione, purché
trovassi una collocazione fuori dalla diocesi».
Il 7 dicembre del 1967 è una data che don Luisito porta scolpita
nel cuore: «Quel giorno, andando alla Montedison di Spinetta Marengo,
in provincia di Alessandria, cantai il Te deum dalla gioia.
Allora mi sembrò tutto chiaro, anche gli avvenimenti che in apparenza
non avevano alcun senso, come i periodi trascorsi a Lovanio o a Roma».

Il sacerdote insieme con alcune suore
benedettine di Viboldone.
Se chiedete a don Luisito perché volle andare a lavorare in
fabbrica, risponde semplicemente con due parole: «Per onestà».
Lentamente in lui si era fatta strada una nuova grande istanza
spirituale, un faro che avrebbe guidato di lì in avanti la sua vita:
la gratuità. «Volevo mantenermi, sull’esempio di san Paolo.
Ritenevo che per un prete la gratuità assoluta fosse un obiettivo
irrinunciabile. E non parlo del denaro offerto per la Messa, che ai
miei occhi era sterco offerto al clero, ma dell’importanza di
provvedere da soli al proprio sostentamento».
L’ideale della gratuità assoluta era maturato nel suo cuore
proprio negli anni in cui aveva lavorato come operaio. «Fui assalito
da molte domande, allora. Mi chiesi se la Chiesa si comportasse in
modo conforme a questo valore. Se non era così, pensavo dentro di me,
significava che era una forma di potere, al pari di tante altre
istituzioni umane». Luisito lavorò fino al ’75, poi, sempre in
accordo con il vescovo, ottenne un anno sabbatico presso l’abbazia
di Viboldone. Cominciò così un’intensa ricerca sulla presenza
della gratuità nella tradizione della Chiesa. «Fu una ricerca carica
di tensione, rischiosa», spiega don Luisito, «perché era possibile
che la gratuità non fosse contemplata nella storia della Chiesa. E se
così fosse stato, la Chiesa che cos’era? Che senso aveva? E la mia
appartenenza a essa come si giustificava?».

Don Luisito, che è divenuto
improvvisamente famoso grazie al successo
de La messa dell’uomo disarmato, vive a Viboldone dal 1976.
È in questa fase che la vocazione di don Luisito si arricchisce di
un altro elemento, di un’ulteriore sfaccettatura. La scrittura era
sempre stata una dimensione essenziale della sua vita, ma ora divenne
la spina dorsale della sua ricerca. Cominciò la stesura di due libri
in contemporanea: «Al mattino mi dedicavo al romanzo, La messa
dell’uomo disarmato, e al pomeriggio, quasi per riparazione a
questo trastullo, mi davo anima e corpo alla ricerca sulla gratuità
nella storia della Chiesa, che confluirà in Dialogo sulla
gratuità e Gratuità tra cronaca e storia».
«Fu grande la mia gioia», dice, «quando scoprii che non mi ero
sbagliato, che la gratuità non era una mia fissazione, ma l’essenza
stessa del cristianesimo. Purtroppo però il Concordato del 1984,
stabilendo che la Chiesa rinunciava al contributo dello Stato ma
poteva gestire direttamente il suo patrimonio, smentiva questa
vocazione originaria, così preziosa per i primi cristiani e per gli
stessi padri della Chiesa. Si attribuiva infatti al clero quello che
era esclusivamente patrimonium pauperum. Ed è per questo che
io ho sempre chiesto, e ottenuto, di essere esentato dal sostentamento
del clero».

Viboldone .
Nella scelta assoluta della gratuità don Luisito trovò la sua
pienezza di uomo e di prete. «Quand’ero ragazzo, il legame di
sacerdozio e celibato mi appariva come un’imposizione e a lungo mi
chiesi se ero disponibile a rinunciare a una donna e a una famiglia.
La dedizione totale alla gratuità mi permise di fare un tutt’uno
del mio essere uomo e del mio essere prete: oggi non mi sento affatto
monco».
Più difficile invece dire come la stesura del romanzo si
iscrivesse in questo percorso spirituale. Qui occorre spendere almeno
alcune parole su La messa dell’uomo disarmato, che porta come
sottotitolo Un romanzo sulla resistenza. Resistenza assume un
doppio significato, in quanto è da una parte racconto della lotta
partigiana e dall’altra categoria spirituale che indica la capacità
di riconoscere la presenza di Dio, della Parola, anche in fatti così
tragici e violenti.

«Dov’è il tuo Dio?». La domanda,
che rimbalza dal manifesto
appeso
nella stanza di don Luisito, è la stessa che attraversa,
in vari modi, le pagine del sacerdote.
«Se la Parola non era presente anche in quei fatti drammatici,
allora era vero che Dio era morto dopo Auschwitz». Ma pure tra l’esigenza
imprescindibile della gratuità e "la religione della
resistenza" esiste un sottile legame: «Quegli uomini che
lasciarono tutto, casa, famiglia, figli, lavoro e andarono a
combattere sulle montagne per salvare la patria dall’invasore e
conquistare la libertà furono l’esempio più bello di gratuità che
si potesse pretendere. Fu la testimonianza di come tanti uomini erano
pronti a dare la propria vita per la costruzione di un mondo nuovo. E
capii anche che quel sangue, gratuitamente versato, non era stato
vano, perché ogni volta che ne facciamo memoria, come ho tentato di
fare ne La messa dell’uomo disarmato, lo attualizziamo.
Esattamente come accade nella Messa, quando facciamo memoria del
sacrificio di Cristo».
Ed ecco che all’improvviso tutta la ricerca di don Luisito sembra
tornare al punto di partenza e saldarsi in un cerchio denso di
significato: la predilezione per gli umili, la volontà di costruire
un mondo nuovo, la gratuità, la resistenza, il senso dell’essere-prete
e dello stare nella Chiesa. «Cercate e troverete», leggiamo nel
Vangelo. Parole che suonano profondamente vere per Luisito Bianchi.
Paolo Perazzolo

Don Luisito Bianchi.
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Narrare l’uomo
con la Parola
Per
don Luisito Bianchi la letteratura è sempre stata, oltre che una
passione, una modalità per dare compimento alla sua vocazione
umana e sacerdotale. E così, dopo anni di intense letture, che
spaziano dalla narrativa dell’800 e del ’900 alla teologia, ha
sentito il desiderio di prendere in mano carta e penna. Bastano i
titoli dei suoi libri per intuire il continuo intreccio tra
biografia e scrittura, nonché la ricchezza di temi che percorre
entrambi: Salariati (1968), Come un atomo sulla bilancia
(1972), Dialogo sulla gratuità (1975), Gratuità tra
cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino
(2001), Sfilacciature di fabbrica (1970; riediz. 2002), Simon
mago (2002). Davvero singolare è la storia che ha
accompagnato il suo libro più importante, La messa dell’uomo
disarmato (Sironi, 2003, pp. 865, € 19,00). Il romanzo
circolò in edizione autoprodotta e autofinanziata tra il 1989 e
il 1995. L’editore Sironi si è poi imbattuto casualmente in
quest’opera un paio d’anni fa e ha deciso di ristamparla,
rendendola così disponibile al grande pubblico. La messa dell’uomo
disarmato, libro straordinario e complesso, è al tempo stesso
romanzo storico, autobiografia spirituale, elegia della vita
contadina.

Don Luisito tra i banchi della
chiesa di Viboldone.
È, comunque lo si
voglia catalogare, un capolavoro letterario scritto con grande
finezza e sensibilità, diventato oggi un autentico caso
editoriale. La vicenda narrata comincia nella primavera del 1940,
in un non precisato paese del Cremonese, segue i protagonisti
lungo gli anni della guerra e della Resistenza e li accompagna fin
oltre il conflitto.
Alimentato da un
continuo intreccio di invenzione letteraria, ricerca spirituale e
ricostruzione storica, il romanzo è articolato in tre tempi,
quasi secondo un itinerario liturgico: Il gemito della Parola,
Il silenzio della Parola e infine Lo svelamento della
Parola. La figura dell’autore e la sua biografia spirituale
sono riflessi in molti personaggi del libro: in Franco, che esce
dal monastero e torna a fare il contadino nel paese di campagna;
nel fratello Piero, che non si reputa cristiano ma che spende la
vita per gli altri; nel monaco del monastero che si aggrega ai
partigiani sulle montagne; in Giuliano, Rondine e Stalino, tre
figure di umili che il lettore non dimenticherà facilmente; nell’arciprete
del paese, uomo colto e vicino alla gente... La figura dell’abate
del monastero è invece modellata su Aureli Escarré, l’abate di
Montserrat fuggito dal regime franchista e morto proprio a
Viboldone, dove Luisito ebbe l’opportunità di conoscerlo.
p.p.
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