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Monsignor Pedro Casaldáliga è nato a Balsareny, in Catalogna,
il 16 febbraio 1928. Ordinato sacerdote tra i Claretiani nel
1952, è stato nominato responsabile della prelatura di Sao
Felix do Araguaia nel 1968 e tre anni dopo, il 27 agosto 1971,
è stato consacrato vescovo.
Dom Pedro Casaldáliga ha scritto fino a oggi 26 libri,
tradotti in moltissime lingue. In Italia ne sono stati
pubblicati soltanto tre, tutti dalla Cittadella editrice: si
tratta di Nella fedeltà ribelle (1985), Fuoco e cenere al
vento. Antologia spirituale (1985) e Spiritualità della
liberazione, scritto insieme a José Maria Vigil (1995). Alcuni
volumetti sono stati diffusi in proprio da piccoli gruppi
cristiani.
Tra gli impegni del presidente Lula – ribadisce lo stesso
ministro – c’è anche la soluzione della questione indigena,
che coinvolge varie etnie, oltre gli Xavante del Mato Grosso.
Gli indios esigono la restituzione di 170 mila ettari di
terreno in Mato Grosso, attualmente in possesso di fazendeiros
bianchi.
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Dom
Pedro Casaldáliga
La poesia ribelle DEL VANGELO
di Paulo Lima
Dopo un lungo e vivace episcopato,
il vescovo brasiliano di Sao Felix do Araguaia, noto in tutto il mondo
per i suoi libri e le sue posizioni in favore dei poveri e della
teologia della liberazione, è pronto a lasciare la diocesi. Ma non
sarà un pensionamento tranquillo: per la sua lotta in favore degli
indios c’è ancora chi lo vuole morto.
Al mercato "nero" degli omicidi su commissione, la testa
di dom Pedro Casaldáliga vale 60 mila reais, 20 mila euro.
Tutto sommato, niente male per questo piccolo grande vescovo
brasiliano, che da 36 anni guida la prelatura di Sao Felix do Araguaia,
nello Stato del Mato Grosso, e che, giunto all’età di 76 anni,
attende con serenità la nomina del suo successore a capo della
diocesi.
Della taglia e delle minacce di morte, dom Pedro non si preoccupa: «Continuo
a pensare che la vita di un vescovo non vale più di quella di un
contadino», dice. E poi, non è solo: a essere in gioco è la
sopravvivenza di tutto il popolo Xavante, gli indios della regione,
che da 4 mesi – con il sostegno del vescovo – lottano per tornare
in possesso di un’area di 170 mila ettari, terra demarcata e
ufficialmente omologata come "riserva" indigena, ma
attualmente invasa e occupata da 700 fazendeiros.

Ragazza xavante impegnata in un progetto
di riforestazione.
Essere al centro di un mirino, per monsignor Casaldáliga, non è
una novità. In qualche modo, può essere considerato un ritorno alla
gioventù, al 1968, quando – missionario claretiano appena
quarantenne – lasciò la Spagna, per assumere la cura pastorale di
questo territorio di 150 mila chilometri quadrati nel cuore dell’Amazzonia.
Erano i tempi della dittatura, a Brasilia comandavano i generali e Sao
Felix do Araguaia era considerata zona di guerriglia. Nella Chiesa,
invece, si viveva il fervore del post-Concilio. E in America latina si
affacciava la teologia della liberazione, che dom Pedro ha visto
nascere e di cui è ancora oggi sostenitore e difensore.
«L’utopia è sogno, è stimolo, è servizio», commenta. Quando
scrive, il suo stile è un mix di prosa sociale e di versi poetici che
lo ha reso noto in tutto il mondo. Ma quando parla, si accalora, gli
occhi castani gli brillano, e il suo corpo minuto come quello di una
canna di fiume (un metro e settanta per 52 chili) sembra ingigantirsi.
La sua lingua non è diplomatica. I suoi modi sono diretti. Non ama i
titoli ecclesiastici. Veste come i contadini di Sao Felix. Gli piace
girare tra la gente. Vive in una semplice casetta di mattoni di
argilla. E l’anello che porta al dito, simbolo della dignità
episcopale, non è d’oro ma di tucum, la palma dell’Amazzonia.

Monsignor Pedro Casaldáliga (a sinistra
nella foto,
insieme al cardinale Paulo Evaristo Arns, arcivescovo emerito
di São Paulo del Brasile - foto D. Mansur)
Una volta, mentre tornava a casa in corriera da una visita
pastorale per la diocesi, chiese all’autista di fermarsi per
consentirgli di scendere un attimo e fare la pipì. Il guidatore, che
non aveva capito bene il suo portunhol (misto di spagnolo e
portoghese), lo lasciò in mezzo alla strada e ripartì. Perso in
mezzo alla campagna, dom Pedro fermò dei braccianti e chiese loro
aiuto, presentandosi come il vescovo. E quelli gli risero in faccia,
ribattendo: «Se lei è vescovo, noi siamo il Papa».
Delle apparenze non si è mai dato pensiero. Steso sull’amaca,
seduto al tavolo di lavoro, concentrato su un libro o mentre predica,
ciò che lo tiene desto è la diffusione del messaggio evangelico e di
ciò che definisce «l’ottavo sacramento cristiano»: la
solidarietà.

Una famiglia xavante
(foto
Periodici San Paolo/A. Del Canale).
La sua testimonianza e le sue posizioni a favore dei più poveri
gli sono costate incomprensioni negli ambienti ecclesiali e vere
persecuzioni da parte di quelli politici. Fu il primo vescovo
brasiliano a denunciare l’esistenza del "lavoro schiavo"
nel suo Paese. Lo fece nell’ottobre 1971, in occasione della sua
consacrazione episcopale, con la prima lettera pastorale, intitolata Una
Chiesa dell’Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione
sociale. Grazie alle sue denunce, la prelatura di Sao Felix
divenne in breve il punto di riferimento per le comunità di base e i
movimenti della società civile che si opponevano ai generali. Ma
anche bersaglio privilegiato degli attacchi della destra brasiliana.
«Qui non c’è mai stata la guerriglia», racconta dom Pedro. «Ma
i militari erano convinti che nella zona funzionasse un nucleo di
lotta armata e che la diocesi ne fosse il braccio ecclesiastico. Per
questo motivo diversi miei collaboratori, come padre João Bosco
Burnier e altri, sono stati uccisi». Accusato di essere un
sovversivo, monsignor Casaldáliga ha ricevuto decine di minacce di
morte, è scampato a un agguato, è stato messo in carcere e ha
subìto cinque processi per espellerlo.

Il capo xavante Irene a una
recente manifestazione in cui gli indios chiedevano di incontrare il
presidente Lula (foto AP/E.
Peres).
Non ha mai fatto marcia indietro. È stato uno dei fondatori della
Commissione pastorale della terra (Cpt) e del Consiglio indigenista
missionario (Cimi), gli organismi della Conferenza episcopale
brasiliana più impegnati in difesa dei contadini e degli indios.
Tramontata la dittatura, verso la metà degli anni Ottanta,
Casaldáliga ha stretto i rapporti con l’America centrale: il
Nicaragua, il Salvador di monsignor Oscar Romero, il Guatemala. Per il
suo ruolo di paladino dei diritti umani in Brasile e in tutta l’America
latina, ha ricevuto diversi premi internazionali.
Ogni anno, da quando è vescovo, scrive una lettera pastorale che,
regolarmente, rimbalza ai quattro angoli del pianeta. Il tono delle
ultime, però, è quello dell’addio. Il 16 febbraio 2003, data del
suo 75° compleanno, ha inviato in Vaticano la richiesta di rinuncia
all’incarico, come vuole la regola ecclesiale. Dom Pedro, negli
ultimi tempi, risente dei «problemi della vecchiaia»: la pressione
alta lo costringe a una rigida dieta alimentare. Gli attacchi di
malaria lo lasciano di cattivo umore. E come se non bastasse, si trova
ogni giorno a combattere contro i sintomi del Parkinson, lo stesso
male che affligge il suo vecchio amico cardinale Paulo Evaristo Arns e
papa Giovanni Paolo II. «Ho buoni compagni di strada», scherza.

Suora missionaria in un villaggio della
medesima etnia in Mato Grosso
(foto Periodici San Paolo/A. Del Canale).
- Con l’arrivo del suo successore, lei partirà da bravo
missionario?
«Se sarà un vescovo più o meno della mia stessa linea pastorale,
mi piacerebbe rimanere. Se sarà differente, è meglio che io vada
via, per non creare tensioni. Lascio tutto nelle mani di Dio. Vedremo
le circostanze».
- Nel frattempo, però, la situazione a Sao Felix si è fatta tesa
a causa del conflitto per il possesso delle aree indigene. Qual è
la realtà che vivono gli Xavante?
«I territori che oggi sono occupati dai fazendeiros bianchi sono
sempre appartenuti al popolo Xavante. Nel 1968, quando arrivai qui,
loro ancora vivevano in quest’area. Poi sono stati espulsi e
deportati in altre zone. Della terra degli indigeni si è appropriata
la multinazionale italiana Agip, che poi l’ha rivenduta ai
fazendeiros della zona. Quest’area è già stata demarcata come
territorio indigeno. Poi è stata sollevata una contesa e la sentenza
definitiva ci sarà solo in questo mese di marzo. Politici e
imprenditori sono interessati alle terre degli indios per la
produzione di soja. Ma non è giusto che, per questo, gli Xavante
vivano in mezzo a una strada. Penso che le minacce di morte contro di
me e altri leader popolari che appoggiano la protesta degli indigeni
provengano da questi settori».

Due capi xavante partecipano a una
marcia di protesta
di Sem terra (foto
AP/E. Peres).
- Di fronte a queste minacce, che cosa prova?
«Cerco di evitare di andare in giro da solo. La Polizia federale
mi ha dato una scorta, ma io ho chiesto loro di essere discreti, non
voglio creare tensioni ancora maggiori. Per il resto, continuo a
dormire tranquillo, faccio poesia, sogno. L’ultima parola, secondo
me, ce l’ha sempre la speranza: è un bene comune, storico ed
escatologico dell’umanità».
- Una volta lei ha detto che il fiume Araguaia è un po’
anarchico, è pieno di curve, non segue mai una linea retta. Anche
lei si sente un po’ anarchico?
«Vivo in Amazzonia, in un mondo aperto, libero. Grazie a Dio, la
"civiltà" è lontana. Cosa vuol dire anarchico? Se vuol
dire libero, allora sono un anarchico. Soprattutto quando cerco di
evitare tutto ciò che è burocrazia eccessiva. Senza voler dare
lezioni a nessuno, sento che dentro la Chiesa pesano troppo i titoli.
Pesa molto il protocollo. Se guardassimo di più il Vangelo, dovremmo
semplificare la vita. A mio giudizio, il Vaticano non dovrebbe essere
uno Stato né il Papa un capo di Stato. Dovrebbe essere un animatore
della Chiesa, un coordinatore delle diocesi. La vita nella Chiesa
potrebbe essere più semplice».

Casaldáliga abbraccia il poeta Pedro
Tierra
(foto D. Mansur).
- Nella sua diocesi ha cercato di fare in modo diverso?
«Ho cercato di adottare uno stile più comunitario. Il voto del
vescovo vale come quello di qualsiasi laico, religioso o prete. L’autorità
non si ottiene con l’imposizione».
- Negli anni, la prelatura di Sao Felix è diventata un punto di
riferimento per altre diocesi e per laici in tutto il mondo.
«Non direi punto di riferimento. Semplicemente siamo rimasti sotto
i riflettori perché il nostro impegno ha coinciso con l’irruzione
del capitalismo nelle campagne. Certo, abbiamo denunciato le
ingiustizie che questo processo ha provocato, abbiamo informato e
anche gridato, talvolta abbiamo cantato. E ciò ha reso nota la nostra
lotta».
- Che cosa le piace fare, al di là dei suoi impegni di vescovo?
«Mi piace leggere, andare al cinema, ma ho poche opportunità per
queste cose. Ogni tanto vedo qualche film in videocassetta».

Il capo Aniceto a un
incontro con il ministro della Giustizia brasiliano,
Márcio Thomaz Bastos (foto AP/C.
Eduardo).
- Quale senso dà ai suoi libri e alla sua poesia?
«Cerco di registrare sulla carta alcune storie. Mi serve anche per
sfogarmi. Scrivo per comunicare con gli amici e le comunità che ho
conosciuto nel mondo, come forma di ringraziamento per la loro
solidarietà nei nostri confronti».
- Solidarietà anche economica?
«Sì. La prelatura sopravvive quasi soltanto grazie agli aiuti
dall’estero. La cosa più bella è che, per lo più, gli aiuti
giungono da comunità piccole e povere, da gente che lavora e che alla
fine del mese riesce a mettere un po’ di soldi dello stipendio da
parte, per aiutare il cosiddetto "Terzo mondo". Dico sempre
che il Primo mondo si salverà grazie al "sacramento della
solidarietà"».
- Che bilancio fa di questi anni alla guida della diocesi? Che
cosa cambierebbe, se potesse?
«Al primo posto metterei più preghiera, una preghiera più
serena. Poi più povertà e semplicità, e quindi anche più libertà
di spirito. Terzo, più prossimità alla gente. Un cuore un po’ più
misericordioso, mantenendo la tenerezza e l’accoglienza».
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Indio xavante
(foto Periodici San Paolo/A. Del
Canale). |
Un’altra
immagine recente
di dom Pedro Casaldáliga
(foto P.
Lima). |
- Nel febbraio scorso i movimenti popolari hanno chiesto alla
Conferenza episcopale brasiliana di partecipare a una grande
manifestazione per chiedere cambiamenti sociali al Governo di Lula.
Che cosa ne pensa?
«Ciò che può cambiare la rotta del nostro Governo è la
pressione popolare. Altrimenti, il neoliberismo continuerà e l’economicismo
avrà l’ultima parola, anche se si tratta di un Governo di sinistra».
- Dopo il primo anno di Governo, dà ancora un voto di fiducia al
presidente Lula?
«Gliel’ho dato nel gennaio 2003 e continuo a dargli un voto di
fiducia ora... solo un po’ più sfiduciato. A Brasilia si insiste
sulla "stabilità economica". Ma Lula dovrebbe essere più
umile e realista per riconoscere che il suo Governo è debole
soprattutto sulle politiche sociali».

Esponenti xavante durante un colloquio,
tenutosi il dicembre scorso
a Brasilia, con un gruppo di deputati federali
(foto AP/E.
Peres).
- Lei è uno dei promotori dell’idea di un nuovo Concilio per la
Chiesa. Avete ricevuto molte adesioni?
«Sì, il loro numero aumenta in tutto il mondo. Insistiamo,
soprattutto per creare un processo, un atteggiamento conciliare che
susciti la volontà e la speranza di un grande evento che possa
sconvolgere la Chiesa».
- Quale futuro l’attende con l’arrivo del suo successore in
diocesi?
«L’anno scorso ho presentato la mia rinuncia. Il Papa mi ha
chiesto di restare fino all’arrivo del successore. Non so chi sarà
né quando verrà nominato. La mia vita procede normalmente. Ma siamo
tutti in attesa. Penso che sarebbe meglio che il Vaticano fosse più
chiaro e trasparente e che le nomine fossero fatte con una
partecipazione... non direi più democratica, ma più fraterna.
La
fraternità è più grande della democrazia».
Paulo Lima
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Regala
ai missionari

Per venire incontro ai numerosi missionari e monasteri
di clausura che chiedono di poter ricevere regolarmente Jesus,è
stato costituito un fondo "Pro abbonamenti Jesus missioni".
Chi vuole contribuirvi può inviare la propria offerta sul c/c
postale n. 10624120 intestato a Periodici San Paolo, P.za San Paolo
12, 12051 Alba (Cuneo), con la causale "Pro abbonamenti Jesus
missioni".
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