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Quale teologia cattolica per un proficuo dialogo con le grandi
religioni non cristiane? È questo l’interrogativo che si pone
monsignor Piero Coda nel suo ultimo libro Il logos e il
nulla. Trinità, religioni, mistica (Città nuova editrice).
Si tratta di un tema centrale e delicato del dibattito teologico
cristiano: molti degli studiosi che lo hanno affrontato –
basti pensare al professore della Gregoriana Jacques Dupuis –
sono stati messi sotto inchiesta dalla Congregazione per la
dottrina della fede.

Nato a Torino nel 1955, don Piero Coda (nella foto) si è
laureato in Filosofia all’università del capoluogo
piemontese. Ha poi conseguito il dottorato in Teologia alla
Pontificia Università Lateranense di Roma, dove ha iniziato a
insegnare nel 1985. Dal 1993 è docente di Teologia sistematica.
È membro della rivista Lateranum e collaboratore di
altre due prestigiose testate: Filosofia e Teologia e Nuova
Umanità. Consultore del Pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso, dal 2003 monsignor Coda è anche segretario
della Pontificia accademia di teologia. Nel settembre scorso,
infine, è subentrato a don Giacomo Canobbio quale presidente
dell’Associazione teologica italiana (Ati).
Tra i libri più recenti di Coda, sempre alle prese con temi
impegnativi, ricordiamo: Sergej Bulgakov (Morcelliana,
2003), sul pensiero del grande e controverso teologo russo; Il
crocifisso e le religioni. Compassione di Dio e sofferenza dell’uomo
nelle religioni monoteiste (con M. Crociata, Città Nuova,
2002); Dio uno e trino. Rivelazione, esperienza e teologia di
Dio (San Paolo, 2000).
Coda si è spesso cimentato anche in campo filosofico. Si
pensi al volume La verità e il nulla. Il rischio della
libertà (San Paolo, 2000), scritto insieme a Emanuele
Severino. O ancora, a Il negativo e la Trinità. Ipotesi su
Hegel (Città Nuova, 1987), in cui il teologo torinese
rilegge il pensiero del filosofo tedesco non, per esempio, in
chiave politica, ma alla luce del "Venerdì santo
speculativo".
A livello mondiale, le due religioni che si contendono il
primato numerico sono il cattolicesimo e l’islam, entrambi con
oltre un miliardo di fedeli. Le stime ufficiali danno le Chiese
protestanti ed evangeliche, complessivamente, a 700 milioni di
seguaci, ma le comunità evangelical sono attualmente in
forte crescita. L’induismo conta 800 milioni di fedeli, il
buddhismo oltre 350 milioni.
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Intervista
a Piero Coda DIALOGO
radicale
di Vittoria Prisciandaro
Il confronto
con le grandi religioni non cristiane è la sfida del momento per la
Chiesa cattolica. Ma perché esso sia fruttuoso, deve evitare le
tentazioni del sincretismo da una parte, e dell’inclusivismo dall’altra.
Come? Andando alla radice della nostra fede: Gesù crocifisso, morto e
risorto.
In Italia è diventato un "nome" all’epoca del Convegno
ecclesiale di Palermo del 1995, dove tenne la relazione teologica di
apertura. Nel giro degli addetti ai lavori, però, monsignor Piero Coda
era già ben conosciuto. Torinese, ma ormai trapiantato a Roma, ha fatto
dell’incontro con "l’altro" la misura della sua teologia.
Non è un caso, dunque, se il tema del dialogo interreligioso è al
centro della sua ricerca: una vera passione, instancabile, lo porta a
cercare le strade di apertura alle altre tradizioni religiose.
Anche il suo ultimo volume, Il logos e il nulla. Trinità,
religioni, mistica, è dedicato a questo nodo essenziale del
dibattito contemporaneo. E non ci si lasci fuorviare dal titolo astratto
e difficile del volume: perché Coda si butta su un territorio minato e
dunque altamente pericoloso, di questi tempi, per un teologo cattolico.
Piero Coda è ben cosciente della delicatezza della sfida. Ma l’affronta
con tranquilla serenità, come è tipico del movimento dei Focolari, di
cui è membro. Oltre che, ovviamente, con quella finezza di pensiero che
gli è stata riconosciuta, anche recentemente, dai suoi colleghi dell’Associazione
teologica italiana (Ati), che lo hanno voluto eleggere presidente.

Interno di una chiesa cattolica
(foto AP/K.
Frayer).
- Il pensiero teologico cattolico sulle altre fedi religiose ha
fatto passi da gigante, soprattutto grazie all’impulso del
Concilio Vaticano II. La sensazione, però, è che per restare nei
margini dell’ortodossia, alla fine, non si possano travalicare i
confini del cosiddetto "inclusivismo" cristiano, cioè l’idea
che tutto debba confluire, prima o poi, in un modo o nell’altro,
nella fede in Gesù Cristo. Condivide questa analisi?
«Non amo il termine "inclusivismo" perché veicola un
atteggiamento di riconduzione a sé degli elementi positivi che sono
presenti nelle altre religioni e nelle altre esperienze. Quello che è
fondamentale e irrinunciabile nella fede cristiana è l’affermazione
della singolarità e universalità dell’evento di Gesù Cristo in
rapporto alla storia di tutta l’umanità e, dunque, dell’unicità
della sua mediazione in ordine alla pienezza della rivelazione e della
salvezza. Questo è il dato irrinunciabile. Quella inclusivista negli
ultimi decenni è stata vista come la posizione che esprimeva al meglio
e garantiva l’unicità della mediazione».
«A mio parere, questa tesi va approfondita tenendo maggiormente
conto della dinamica concreta dell’evento di Gesù Cristo: un’azione
di dedizione, di apertura, di universalizzazione nell’amore che è
testimoniata in pienezza nella sua Pasqua di morte e risurrezione. Un
evento che intrinsecamente dischiude l’orizzonte della mediazione
universale operata dallo Spirito Santo e spinge verso l’incontro pieno
con Gesù crocifisso e risorto, ma secondo una logica di apertura, di
molteplicità, di rispetto dell’alterità. Una dinamica che riesce a
tenere insieme, da una parte la testimonianza dell’identità
cristiana, e dall’altra il rispetto e il riconoscimento dell’identità
delle altre esperienze religiose. Certo, tutto – come insegna Paolo
– è chiamato alla "ricapitolazione" in Gesù Cristo; ma
ciò non va inteso come una eliminazione delle differenze, ma come la
loro salvezza e conferma proprio nel Verbo incarnato, da cui parte ogni
raggio di luce che raggiunge gli uomini».

Il "palco" di una Giornata
mondiale della gioventù (foto AP/P.
Chiasson ).
- Dunque lei come vede le altre tradizioni religiose?
«Innanzitutto come realtà che hanno un posto importante nell’unico
disegno di salvezza da parte di Dio nei confronti dell’umanità: sono
portatrici di elementi che testimoniano questa azione universale di Dio,
sono suscitate dallo Spirito e tendono intrinsecamente verso un
compimento, che è proprio il Cristo, ma come salvezza nella Verità
delle loro pur parziali verità. Ovviamente, come tutte le cose umane,
hanno degli elementi di limitazione e di peccato; ma nel loro profondo
custodiscono e trasmettono sempre un nucleo sorgivo vitale. La loro
fecondità e la loro presenza nella società di oggi dimostrano che
hanno un valore in sé stesse. A causa di una forma mentis oppositiva
non riusciamo a concepire il rapporto tra identità e relazione
autentica con l’altro. Eppure nella fede cristiana la pienezza è
proprio nel saper tener insieme identità e relazione».
- Le altre religioni sono tutte vie di salvezza?
«Non porrei la domanda in questi termini: direi piuttosto che sono
la testimonianza che Dio non ha mai abbandonato l’uomo, ma sempre lo
ha cercato, con tenerezza e luce. Nel magistero del Concilio e poi in
quello di Paolo VI e Giovanni Paolo II ci sono due dati acquisiti. Il
primo è che il singolo membro di un’altra religione, se nella sua
coscienza aderisce al bene ed è aperto alla verità, viene raggiunto
dalla grazia della salvezza (e questo avviene anche per chi non
riconosce espressamente Dio). L’altro punto, e l’enciclica Redemptoris
missio lo dice chiaramente, è che anche le singole tradizioni
religiose, in quanto suscitate originariamente dallo Spirito, hanno
degli elementi che testimoniano ed esprimono quest’azione di Dio nella
storia. In questo senso hanno ricchezze enormi, sono scuola di
esperienza religiosa, di preghiera, di incontro con Dio».

Manifestanti iracheni con immagini di
Gesù
e dell’ayatollah al-Sistani (foto AP/H.
Mizban ).
- Dovendo schematizzare, possiamo dire che alcuni teologi,
cosiddetti "pluralisti", hanno visto Dio come cima di una
montagna alla quale arrivano più sentieri, cioè le diverse
religioni. Un’immagine che però viene considerata poco ortodossa
dalla Congregazione della dottrina della fede. La sua posizione qual
è?
«La teologia "pluralista", per dare significato e valore
di rivelazione e salvezza alle diverse tradizioni religiose e per non
assorbirle tutte nell’evento di Gesù Cristo, dice che c’è un’azione
di Dio attraverso il Logos o lo Spirito universale. Quello che
differenzia nettamente la posizione che io propongo è che nella
concretezza del rivelarsi di Dio non si dà una parola, un logos,
che non abbia riferimento a Gesù, e non si dà uno Spirito che sia
indipendente da lui. Gesù è il Verbo incarnato ed è sempre attraverso
di lui, come dice la costituzione conciliare Gaudium et spes, che
l’eterno si incontra con il tempo. I raggi molteplici di Dio che
illuminano tutte le autentiche tradizioni religiose passano attraverso
Gesù Cristo. Questa verità, che fa la differenza tra Gesù e ogni
altro fondatore di religione, è lo zoccolo duro dell’identità
cristiana, e pone su un piano diverso la fede cristiana, facendola
capace di interessarsi a tutte le altre religioni, perché in tutte essa
scopre degli incipit del disegno di salvezza di Dio che attendono di
compiersi in Cristo».
- Alla luce di quanto detto, come giudica Verso una teologia del
pluralismo religioso, l’opera di Jacques Dupuis?
«Nel suo libro, Dupuis non segue la via della teologia pluralista.
Si rende però conto che la posizione inclusivista classica, se non è
correttamente sviluppata, può veicolare un atteggiamento di
assorbimento e di non rispetto dell’alterità, e allora la declina in
un’ottica trinitaria e di riferimento allo Spirito. Il punto delicato
della sua posizione – che secondo me è solo un punto preciso sul
quale ha richiamato l’attenzione la Congregazione per la dottrina
della fede, ma che non infirma il disegno globale e l’intenzionalità
sincera del suo lavoro – è il voler salvaguardare una distinzione tra
il Verbo eterno e Gesù Cristo, perché la pluralità delle vie che
portano da Dio all’uomo e dall’uomo a Dio passi appunto attraverso
il Verbo universale e non solo attraverso Gesù».

Danza di musulmani in preghiera
(foto Reuters/K. Mayama).
- È una distinzione corretta?
«Secondo me, la distinzione tra il Verbo e Gesù Cristo va anche in
certo modo tenuta, nel senso che in Gesù, Verbo incarnato, la natura
divina e quella umana sussistono "senza confusione e senza
separazione", come insegna il Concilio di Calcedonia; ma ciò che
va riaffermato, e che va riproposto per un approfondimento, è che la
fede cristiana ha da trovare proprio nell’originalità di Gesù
Cristo, Verbo incarnato, la capacità di esprimere la fondazione della
pluralità dell’agire salvifico universale di Dio e il rispetto della
presenza dello Spirito in altre esperienze religiose».
- Nella sua ultima opera, Il logos e il nulla, il Crocifisso
diventa il cuore di questa apertura. In che senso?
«La dinamica dell’incarnazione inizia nella nascita, si realizza
pienamente nella vita storica di Gesù Cristo fino al massimo della
dedizione di sé nell’evento della Croce. Per me è rilevante
teologicamente il momento, testimoniato da Marco e da Matteo, in cui
Gesù, direi ridotto quasi solo a uomo, grida "Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?". In questo evento l’identificazione
"dal di dentro", come incontro di Gesù con l’umanità,
giunge alla sua massima espressione. Nel momento in cui non avverte la
presenza di Dio Padre accanto a sé ma persevera nella sua obbedienza di
Figlio, Gesù si rende presente all’esperienza umana nella
molteplicità delle sue manifestazioni, le più diverse, e anche le più
distanti e lontane. La ricapitolazione in Cristo di cui parla san Paolo
non è una ricapitolazione solo dall’alto, che raccoglie attorno a sé
tutti gli uomini, ma anche dal basso, mettendosi all’ultimo posto e
svuotandosi, come dice la lettera ai Filippesi. Così si realizza, in
Gesù crocifisso e risorto, quello spazio in cui tutti possono
incontrarsi in modo da trascendere la propria identità chiusa in un
gioco di dedizione reciproca, per ritrovarla pienamente realizzata nel
rapporto con Dio per mezzo di lui».

Monaci giapponesi ripuliscono una statua
del Buddha . Si tratta di un
rito
di inizio anno, con valore di "purificazione" non solo dalla
polvere
(foto AP/A.
Shimbun).
- Perché questa sottolineatura, a suo giudizio, è così
importante?
«Perché questo è il superamento di ogni forma di integrismo e di
"inclusivismo" in forma negativa, possessiva, escludente.
Questa è la forma Christi. Il Crocifisso, l’Abbandonato, è il
punto d’incontro di tutte le religioni, Egli è l’unico mediatore:
si pone tra i due, Dio e l’umanità, l’uomo e l’altro uomo,
perché si incontrino, e si "svuota" proprio per permettere l’incontro.
Il Risorto che riveste di sé il giudeo e il greco, come dice Paolo, e
cioè ogni uomo nella sua "diversità", è il segno profetico
di questa umanità nuova in cui identità e alterità non sono più in
conflitto ma si realizzano insieme. Questo non è un punto facile,
perché il cristianesimo non è ancora giunto a pensare fino in fondo
questa dinamica kenotica e agapica che ci è mostrata nell’evento
pasquale».
- A proposito di evoluzioni future, lei scrive che una teologia del
dialogo non è stata ancora elaborata. Perché?
«L’affermazione è volutamente provocatoria. Si parla molto del
dialogo, ma intravedo due pericoli. Il primo è intenderlo come forma
tattica e strategica, come se fosse una questione di diplomazia:
mostrarsi tolleranti ma con l’idea nascosta di avere tutta la verità
in tasca. L’altro pericolo è quello di credere di poter elaborare una
teologia del dialogo che non sia radicata in ciò che è proprio della
fede cristiana: cioè l’unicità dell’incarnazione del Verbo, il
Crocifisso risorto, Dio Amore Trinità. Vi sono stati e vi sono dei
grandi contributi, penso per esempio a quello di monsignor Pietro
Rossano; ma ho l’impressione che questa teologia del dialogo non sia
ancora sentita come qualcosa che scaturisce dal cuore dell’identità
cristiana e che va strettamente coniugata con l’irrinunciabile
missione della Chiesa, e per questo non abbia ancora fino in fondo
diritto di cittadinanza, anche nella prassi ecclesiale».

Vetrate di una sinagoga a Sofia, in
Bulgaria
(foto Reuters/S. Nenov).
- È cambiata la percezione delle altre religioni in questi decenni?
«Moltissimo, ma manca ancora un’attenzione organica a questi temi
nella formazione teologica. Uno studente può benissimo fare tutto il
corso della teologia di base senza incrociare mai la questione del
"pluralismo". Ci si rende conto che è una questione vitale,
ma manca la conoscenza degli altri universi religiosi. Anche da un punto
di vista semplicemente pastorale è una questione di un’urgenza
ineludibile. E poi, c’è anche molta improvvisazione e
pressappochismo. Ci si rende conto che bisogna far qualcosa, incontrare
i fratelli delle altre tradizioni religiose, ma poiché c’è poca
formazione, si finisce con l’avere un atteggiamento rigido e chiuso
oppure, all’estremo opposto, si rischia senza rendersene conto di
andare verso posizioni inaccettabili, più o meno sincretiste, che non
aiutano nessuno».
- Lei scrive che questo tempo chiede a tutte le religioni di essere
altro da ciò che sono state. La Chiesa cattolica in cosa e come
può essere "altra"?
«Un segnale fortissimo, che ha messo in moto un cammino non facile
ma necessario, è stato quello della giornata di preghiera delle
religioni per la pace di Assisi, nell’86, perché ha inteso mostrare (l’ha
detto Giovanni Paolo II stesso!) che l’ecclesiologia del Vaticano II
è quella che lì si è manifestata: universale, aperta, ospitale.
Occorre creare "scuole e palestre di comunione", come scrive
il Papa nella Novo millennio ineunte, ma non ne vedo molte.
Servono ancora modalità e spazi di "discernimento
comunitario", come ha detto il convegno ecclesiale di Palermo; ma
anche qui non ne vedo fiorire a bizzeffe. La fatica che vive anche la
nostra Chiesa in Italia è quella di mettersi realmente in ascolto,
consapevole dei propri limiti e della difficoltà delle situazioni, ma
anche fiduciosa nella Parola di Dio e nell’azione dello Spirito. In un
atteggiamento di partecipazione e di incontro già al suo interno, per
poi essere capace di vivere questa esperienza con le varie tradizioni
religiose ed opzioni culturali».

Fedele hindu abbigliato come un dio
per una
"sacra rappresentazione" (foto Reuters
/J. Shaw).
- Pensa a degli spazi di incontro?
«Non vorrei venissero moltiplicate le commissioni, le strutture.
Prima di tutto penso a uno stile. Lo stile tocca la sostanza: uno stile
ecclesiale di ascolto, di partecipazione, di corresponsabilità, diventa
di per sé invito allo scambio, all’apertura, e produce luoghi di
formazione adeguata. E le forze e le possibilità ci sarebbero».
- In questa analisi che responsabilità hanno i laici e quali la
gerarchia?
«Bisognerebbe curare molto di più e in forma rinnovata la
formazione, sia quella al sacerdozio che quella del laicato, puntando
proprio a questa dinamica di comunionalità e dialogicità. In fondo le
nostre diocesi in Italia hanno grande ricchezza di laici, ma il volto
della nostra Chiesa rimane ancora molto clericale. Quello che manca sono
le interazioni, non solo tra clero e laicato, ma all’interno di
ciascuna di queste due categorie. Il problema di oggi è la relazione, e
questo si avverte anche dentro la Chiesa. Vedo molta buona volontà e
ricchezza da parte della base, più di quanto si creda. Vedo moltissima
richiesta di approfondimento e anche maturità. Manca la spinta a fare
quel salto che sintonizzi tutti sull’azione catalizzatrice dello
Spirito».
- Dal convegno di Palermo, di cui lei è stato uno dei protagonisti,
sono trascorsi quasi dieci anni. La Chiesa italiana si sta ora
accingendo a preparare un nuovo convegno ecclesiale, previsto per il
2006. Come giudica il cammino effettuato fino a oggi? E perché, a
suo giudizio, il tema del "progetto culturale cristianamente
orientato", promosso dai vertici della Cei, sembra far battere
così poco il cuore del mondo cattolico italiano?
«Nonostante i suoi limiti, penso che il Convegno di Palermo abbia
offerto delle indicazioni preziose, che riassumerei in due grandi
impegni: spiritualità e cultura, e cioè l’esperienza di un’identità
cristiana fortemente e gioiosamente radicata nella comunione con Cristo,
e per questo capace di offrire un orientamento decisivo al cambio di
paradigma culturale che il nostro tempo esige. Penso che la scelta del
"progetto culturale" sia una scelta strategica azzeccata. Ma
penso anche – come ci ha indicato la Novo millennio ineunte,
che è forse uno dei documenti più belli di Giovanni Paolo II – che
questa scelta vada coniugata con quella di una spiritualità di
comunione e di dialogo. A tutti i livelli. È da qui che si può
attingere ispirazione per il cambio di paradigma culturale, a livello
ecclesiale e a livello sociale. Ciò che la fede cristiana ha da dire al
mondo non è solo nel passato; è, di più, in ciò che ancora ha da
esprimersi della sua verità e della sua bellezza, umana e divina».
- Concretamente, cosa comporta questa sottolineatura?
«Significa che occorre coinvolgere tutte le forze e le energie
presenti nel tessuto ecclesiale, valorizzandole, creando sinergia,
mettendosi in ascolto veramente di ciò che "lo Spirito dice alla
Chiesa". Sogno un cammino che vede protagonista il popolo di Dio in
tutte le sue componenti, in comunione, è ovvio, con i pastori, ma
libero di esprimere le proprie istanze e la propria molteplice
creatività, dono dello Spirito».

Il tempio buddhista di Borobudur nell’isola
di Giava,
uno dei più grandi complessi religiosi del mondo ( foto Reuters /D.
Oblo).
- Il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso sta
lavorando da tempo a un documento sulla spiritualità del dialogo.
Quali sono le caratteristiche di questa spiritualità e cosa dicono
alla Chiesa italiana?
«La spiritualità del dialogo aiuta a collocare il rapporto tra le
diverse identità religiose a partire dai loro nuclei sorgivi. Porre il
dialogo a questo livello fa uscire dagli schematismi protocollari e,
senza cadere in forme sincretistiche, apre a una reale comunicazione
interpersonale animata dallo Spirito. E poi aiuta a livello formativo a
costruire uno stile di rapporto con le altre identità, vissuto nella
sequela di Gesù. Questa spiritualità va vissuta all’interno della
comunità ecclesiale, prima ancora che con gli altri».
- Si riferisce a tutti quegli organismi di partecipazione voluti dal
Concilio...
«A più di 40 anni dall’evento conciliare non sappiamo farli
funzionare. Non dico non vogliamo, ma non sappiamo gestire insieme un
luogo di partecipazione, di discernimento, di verifica, secondo uno
stile che sia veramente ecclesiale. Oscilliamo tra democraticismo e
verticismo, non riusciamo a gestire una comunione organica dove sono all’opera
i diversi carismi e ministeri. Una spiritualità del dialogo è
necessaria all’interno stesso della Chiesa e può addirittura
diventare ipocrita pensare di gestire dei rapporti di dialogo all’esterno,
se non ci rendiamo disponibili, dentro la realtà della Chiesa, a questa
misura di dialogo, apertura, trasparenza, alla ricerca patita e
appassionata dell’unità in Cristo».
- La Chiesa cattolica ha rilanciato l’idea di nuova missione. A
suo modo di vedere, quali caratteristiche deve avere per non essere
"invasiva" o poco rispettosa degli altri?
«Paradossalmente la capacità di autentica relazione con l’altro,
nella luce e nella misura del Vangelo, avviene nel momento in cui la
fede vissuta è matura, secondo la dimensione di un’identità serena,
non impositiva, non oppositiva, ma testimoniale. Capace di accogliere e
di annunciare al momento giusto. La missione della Chiesa oggi, in un’umanità
che per certi versi è diventata più adulta – come diceva il pastore
Dietrich Bonhoeffer – deve essa stessa porsi in ascolto delle esigenze
di questa maturità umana adulta. La caratteristica fondamentale è
proprio la trasparenza della vita della Chiesa che sta alle spalle di
ogni annuncio. L’ultimo convegno dei teologi italiani diceva proprio
questo: non posso annunciare il Vangelo senza presupporre che il Vangelo
sia la misura e il criterio decisivo dell’identità del soggetto che
lo annuncia. Il Vangelo devo annunciarlo evangelicamente. Anche qui è
una questione di stile, che bisogna rivedere a tutti i livelli: di
rapporti ufficiali e di esperienze concrete. Ripeto: una forte identità
cristiana non è in contrapposizione con un atteggiamento dialogico,
perché la vera, forte, identità cristiana è quella accogliente e
testimoniante. Quando non lo è, ho dei dubbi sulla forza di ciò che si
propone. Mi ha colpito, di recente, un’affermazione fatta dal
cardinale Silvestrini: il dialogo è oggi una forma specifica della
radicalità cristiana».
Vittoria Prisciandaro
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Regala
ai missionari

Per venire incontro ai numerosi missionari e monasteri
di clausura che chiedono di poter ricevere regolarmente Jesus,è
stato costituito un fondo "Pro abbonamenti Jesus missioni".
Chi vuole contribuirvi può inviare la propria offerta sul c/c
postale n. 10624120 intestato a Periodici San Paolo, P.za San Paolo
12, 12051 Alba (Cuneo), con la causale "Pro abbonamenti Jesus
missioni".
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