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Secondo l’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia (Dia), Cosa nostra risulta «fortemente impegnata nel tentativo di lucrare sui finanziamenti pubblici per la realizzazione delle grandi opere». Tra il 1992 e il 2002 la Dia ha emesso 1.701 ordini di custodia cautelare contro la mafia siciliana (su oltre 7.000 contro la criminalità organizzata in genere), sequestrandole beni per quasi 600 milioni di euro.

 

Mafia, fede e pentimento

Se i boss si convertono
di Salvo Parazzolo
  

In esclusiva per Jesus, due sacerdoti siciliani raccontano per la prima volta di alcuni contatti segreti tra esponenti di Cosa nostra e uomini di Chiesa, in vista di un "pentimento" dei boss anche dal punto di vista religioso. Storie che finora erano emerse solo in parte, in modo confuso, dando adito ad accuse di collusione e all’arresto di un prete. Come sono andate le cose?
  

Il giorno dopo l’arresto del boss Pietro Aglieri – era il 7 giugno 1997 – gli uomini del clan si sentivano smarriti. «Noi abbiamo dormito insieme, rischiato la vita insieme», diceva Ino Corso, e non sapeva di essere intercettato da una microspia della Polizia, «abbiamo preso le revolverate. Lui mi ripeteva: tu ti devi salvare. Sono momenti della vita che pure che vivi cent’anni non li dimentichi». I picciotti di Aglieri continuavano comunque a svolgere gli affari di sempre. «Un giorno arrivò un biglietto», ricordava Corso. «A tale punto, tale orario, il cugino del pentito Contorno». Era la scena di un omicidio: «Siamo andati con Pietro, lui girò la tenda e si trovò davanti a quello, con la bambina in braccio. Si bloccò. E tornammo in macchina. Abbiamo fatto duecento metri, poi mi ha detto: se io gli uccidevo la bambina diventavo onesto? Siccome non l’ho uccisa, adesso sono un cornuto di due lire, sono un debole. E si mise a ridere».

Intanto, in Tv scorrevano le immagini dell’arresto di Aglieri, padrino della Cupola mafiosa. Ino Corso esclamò: «Ma lui il coraggio lo aveva trovato nel Signore. Mi disse: il Signore deve darmi la guida giusta, la prudenza di affrontare le cose, di tutto il resto non mi interessa. Mi dispiace per voi, disse anche questo, vi sono di danno, tanto vale che mi vado a presentare». Il discorso finì lì, la cosca fu poi smantellata qualche mese dopo da un blitz della Polizia. Aglieri era ormai in carcere, al 41 bis. Aveva chiesto di iscriversi a un corso di teologia, aveva avviato una corrispondenza con alcuni sacerdoti, ma ha sempre rifiutato qualsiasi offerta di collaborazione con la giustizia.

Durante la latitanza (durata dal 1989 al 6 giugno ’97) Pietro Aglieri ha incontrato alcuni preti, a cui ha confidato il suo travaglio interiore. Sino a oggi si è saputo solo di padre Mario Frittitta, il carmelitano che fu arrestato per favoreggiamento dalla Procura di Palermo, condannato in primo grado ma poi assolto dalla Corte di appello e dalla Cassazione. Adesso, tre di quei sacerdoti hanno accettato di raccontare a Jesus la loro esperienza.

Il luogo della strage di Capaci (23 maggio 1992) (foto Periodici San Paolo/N. Leto).
Il luogo della strage di Capaci (23 maggio 1992)
(foto Periodici San Paolo/N. Leto).

Ne è emersa una storia inedita che ha come protagonisti Aglieri e altri mafiosi a lui vicini che avviarono un dialogo sotterraneo con la Chiesa: «Ci fu un momento, dopo le stragi Falcone e Borsellino, dopo l’omicidio di don Pino Puglisi», racconta padre Giacomo Ribaudo, «in cui una frangia dell’organizzazione Cosa nostra cercava una via d’uscita. Era il ’94, Pietro Aglieri, allora latitante, mi chiese di incontrarlo. Accettai. Ricordavo quel giovane che aveva frequentato il liceo del seminario di Monreale. Lui aveva letto il mio appello a Totò Riina: "Carissimo Salvatore, Dio ti ama e non si rassegna a perderti", scrivevo in una lettera aperta. "Non mi importa di sapere se tu continui o no a essere il comandante di Cosa nostra in Sicilia né a me preme che tu possa pentirti solo per rivelare nomi e fatti di altri. Tutto passa. Ciò che resta è l’amore di Dio. Se lasci morire in te ciò che di vecchio c’è nel tuo cuore, rinascerai non solo tu ma l’Italia intera"».

Il parroco della Magione e Pietro Aglieri si incontrarono: «Era amareggiato per l’omicidio di padre Pino Puglisi», ricorda Ribaudo. «Rifletteva sull’appello di Giovanni Paolo II alla conversione. Mi disse: molti uomini d’onore stanno meditando sulle parole del Papa. Siamo pronti a consegnarci, chiediamo allo Stato di poter iniziare una vita nuova, a condizione di non essere obbligati ad accusare i nostri compagni».

In quei giorni, accadeva qualcosa di simile anche in Campania, un gruppo di camorristi contattò monsignor Antonio Riboldi. «Chiamai il vescovo di Acerra», dice Ribaudo, «pensammo all’organizzazione di una tavola rotonda sul dissenso all’interno della mafia e della camorra». I due sacerdoti rivelarono pubblicamente la proposta dei boss. La notizia fece scalpore. «Ne parlai anche con il cardinale Pappalardo e con l’autorità giudiziaria», prosegue Ribaudo, «ma mi trovai di fronte a un muro spesso così. L’unica preoccupazione della Magistratura sembrava quella di sapere chi avessi incontrato, e dove. Non feci il nome di Aglieri né degli altri mafiosi che mi avevano chiesto di parlarmi. Qualche giorno dopo, Aglieri mi mandò una lettera. Ribadiva la volontà di cambiare espressa da una frangia della mafia, mi parlava del pentimento cristiano. Non credo fosse un tentativo di furbizia. Passarono i giorni, mi resi conto che né lo Stato né la società civile né la Chiesa volevano costruire un ponte verso questi uomini intenzionati a cambiare vita. Aglieri lo capì. E rivolle indietro la lettera».

Manifestazione in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).
Manifestazione in ricordo dei giudici Falcone e Borsellino
(foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).

Gli uomini della mafia restarono in latitanza. L’organizzazione era squassata dalle inchieste giudiziarie, ma soprattutto da un vento di radicali riforme interne volute dal nuovo capo, Bernardo Provenzano, che in quei giorni predicava il ritorno alla "normalità": «Vi benedica il Signore e vi protegga», concludeva così ogni lettera in cui dava ordini ai suoi collaboratori.

Aglieri, latitante a Bagheria, alle porte di Palermo, continuava ufficialmente a essere il capo di un "mandamento" importante, quello di Santa Maria di Gesù. Era il "figlioccio" di Provenzano.

Ma il suo travaglio interiore aumentava. Decise di confrontarsi con un prete. «Quel giovane chiedeva solo l’accoglienza della Chiesa e della Parola di Dio», racconta padre Mario Di Lorenzo, parroco del Santissimo Sepolcro di Bagheria. «Lasciamo stare il termine pentitismo, la Chiesa deve saper rispondere con coraggio alle richieste di chi vuole cambiare vita. Se solo lo Stato l’avesse capito. E invece quei preti si trovarono a operare nell’illegalità. Sì, è vero, Mario Frittitta è stato assolto dalla giustizia, ma quanto ha patito? Tutti ricordano ancora la foto del sacerdote in manette che esce dalla Squadra mobile di Palermo. Non ebbe certo subito il sostegno di tutta la Chiesa: non sono forse queste condanne?».

Padre Di Lorenzo racconta così il travaglio di Aglieri: «Non era solo un fatto personale, quel giovane aveva scoperto il suo peccato e cercava di coinvolgere altri nel percorso intrapreso. Io penso che questo fosse il segno vero del suo recupero. Lui aveva un’idea precisa al proposito: non avrebbe mai denunziato nessuno, piuttosto voleva farsi strumento di profezia per gli altri, nella misericordia».

L’arresto del boss Aglieri (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).
L’arresto del boss Aglieri (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).

L’arresto, così come l’assoluzione di padre Frittitta, hanno aperto un grande dibattito all’interno della Chiesa siciliana. «La conversione non può essere ridotta a fatto intimistico», ha ribadito una commissione di saggi nominata dal cardinale di Palermo, Salvatore De Giorgi, «ma esige il dovere della riparazione: nel caso del mafioso, la conversione non potrà certo ridare la vita agli uccisi, ma comporta comunque un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia, anche con l’indicazione all’autorità giudiziaria di situazioni e uomini, che se non fermati in tempo, potrebbero continuare a provocare ingiustizie».

I "saggi" stilarono un vero e proprio documento sulla "pastorale per i mafiosi": lecito per un sacerdote andare a trovare un latitante, «ma solo per una volta e per portargli conforto e dargli coraggio nell’avviare l’iter sociale della conversione. Andare più volte, assume i connotati di una "cappellania" del tutto indebita». Il documento affrontava anche il tema della Messa celebrata nel covo del latitante: «L’Eucaristia non può mai essere ridotta a servizio religioso, sganciato dalla conversione».

«La Chiesa deve accogliere i peccatori, fissare paletti serve a poco. A volte una piccola parola può portare a grandi conversioni»: anche padre Lillo Tubolino, da 39 anni parroco della "Sacra famiglia" di Palermo, ha incontrato Aglieri durante la latitanza, e oggi è impegnato con la sua comunità in un difficile lavoro pastorale all’interno delle carceri. «La mafia non dà spazio all’animo dei suoi uomini», dice, «e la Chiesa deve offrire una via d’uscita».

Padre Mario Frittitta al momento dell’arresto nel 1997, quando venne accusato di favoreggiamento nei confronti di boss mafiosi (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).
Padre Mario Frittitta al momento dell’arresto nel 1997,
quando venne accusato di favoreggiamento nei confronti
di boss mafiosi (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).

Era il Natale del ’96 quando una persona si presentò nella parrocchia di don Lillo: «Aglieri aveva chiesto di me», ricorda il parroco, «mi fece avere un bigliettino, c’era scritto: "Ho saputo del bene che fa". Padre Mario Di Lorenzo mi disse che lui aveva già incontrato Aglieri, che lo aveva pure confessato. Mi rassicurò sul suo percorso spirituale». Così anche don Lillo arrivò nel covo del boss, a Bagheria: «Lo abbracciai. Poi parlammo della Parola di Dio. Lo confessai, gli diedi la Comunione. Lui citò un brano dell’Apocalisse: "Chi ha sbagliato deve pagare", e mi accennò alla possibilità di costituirsi». Un secondo incontro si tenne nella Pasqua del ’97: «Non c’era né una pistola né un coltello in quel rifugio. Continuammo a parlare solo delle cose di Dio, stavamo nella cappelletta che aveva preparato con le sue mani. Io gli regalai un libro, In carcere ma liberi si intitola, edito dalle Paoline, parla delle esperienze di alcuni detenuti del carcere di Napoli e del loro incontro con Dio. Aglieri mi diceva: le sofferenze servono a purificarsi».

Intanto, in quei mesi, anche padre Mario Frittitta aveva iniziato a frequentare il covo del latitante: di lui i poliziotti sapevano attraverso le microspie; era Ino Corso a tenere i contatti.

«Aglieri lo arrestarono tre giorni prima che si consegnasse», rivela don Lillo, «l’avrei dovuto accompagnare io dal vescovo, con la mia auto. Il giorno convenuto, qualche ora prima di partire da Bagheria, avrei telefonato in Curia, poi saremmo andati. Era tutto deciso. Aglieri mi ripeteva: padre, a me interessa la giustizia, l’amore di Dio. Per lui, consegnarsi era come riconciliarsi con Dio».

La cappella interna al rifugio di Aglieri (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).
La cappella interna al rifugio di Aglieri
(foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).

Quando i giornali parlarono di un prete che era andato a trovare Aglieri durante la latitanza, come emergeva dalle indagini, don Lillo si presentò subito in Procura: «I magistrati mi trattarono come fossi un correo degli uomini della mafia. Evidentemente, il loro punto di vista non era il mio. Poi, però, dopo l’interrogatorio, incontrai il procuratore Gian Carlo Caselli: mi chiese, padre perché è andato da Aglieri? Gli citai la lettera di san Giacomo: se si toglie la radice del male dal cuore di un uomo, questi può diventare un apostolo. Caselli capì il senso della mia opera, ribadì il suo ruolo di magistrato, ma mi ringraziò per ciò che avevo fatto».

È stato durante il Giubileo del 2000 che i cappellani delle carceri siciliane hanno cercato di riprendere le fila di quel dialogo con i mafiosi, facendo intravedere anche a loro la prospettiva del perdono della Chiesa. E veniva indicata persino una via possibile: la riconciliazione con la "parte offesa" attraverso il risarcimento ai familiari delle vittime. Ma è ancora una strada tortuosa, la Chiesa siciliana resta lacerata al suo interno da un dibattito mai risolto sulla pastorale antimafia.

«La Chiesa non deve avere paura», dice don Lillo Tubolino, «il coraggio delle parole nuove è nel martirio di Pino Puglisi. A chi aveva incendiato il portone della parrocchia, il sacerdote di Brancaccio disse dall’altare: siete figli di questa comunità, qui siete stati battezzati, le porte della chiesa restano aperte, vi aspetto. Puglisi tuonava contro la mafia struttura di peccato, ma aveva dolci e vigorose parole di speranza per i mafiosi, che voleva recuperare al Vangelo».

Nel "covo segreto" furono trovati anche libri, riviste e immagini religiose (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).
Nel "covo segreto" furono trovati anche libri, riviste e
immagini religiose (foto Periodici San Paolo/M. Palazzotto).

Dal carcere, Pietro Aglieri continua a mantenere un dialogo epistolare con padre Ribaudo e padre Tubolino. «Ha sempre voluto tenere distinto il percorso spirituale da quello processuale», dice il suo avvocato, Rosalba Di Gregorio. Di recente, la Corte di Cassazione ha condannato Aglieri nella schiera dei mandanti della strage Borsellino. «Avremmo potuto chiamare a testimoniare davanti ai giudici i sacerdoti con cui era venuto in contatto, ma non l’abbiamo fatto», prosegue l’avvocato Di Gregorio. «Aglieri non ha mai parlato pubblicamente del suo percorso interiore».

Qualcuno a Palermo giura di aver ricevuto beneficenza da questo capomafia, in un anonimo gesto di "riparazione". Nessuno conferma ufficialmente. Il suo legale si limita a dire: «Dopo l’arresto, ho ricevuto diverse telefonate da parte delle persone più diverse: dicevano di aver ricevuto del bene da Aglieri. Non so altro, davvero».

Salvo Palazzolo

  Segue: Conversione e riparazione

Jesus n. 1 gennaio 2004 - Home Page




 



 


   


   

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